Il primo gennaio del 1980 era un giorno freddo: Roma era tagliata dalle lame affilate della tramontana. Il cielo era scuro, carico di pioggia, la gente in giro poca. Gli anni Ottanta – colorato ed edonistico decennio mitologico – iniziavano così com’erano finiti i terribili e plumbei Settanta: in tono minore, senza soluzione di continuità rispetto ai problemi e alle sofferenze irrisolte di una democrazia bloccata, d’una Repubblica ancora indecisa se divenire matura o morire giovane e democristiana.
Questa era la situazione, quando nelle case degli italiani, tra gli stanchi festeggiamenti del Capodanno e le banali celebrazioni televisive gentilmente offerte dalla RAI, balzò ad un tratto il funereo annunzio: Pietro Nenni è morto.

Sconosciuta alle nuove generazioni, ricordata poco e male dalle vecchie, la figura di Nenni rappresenta al meglio il destino toccato in sorte all’intera tradizione socialista italiana, buttata letteralmente nella pattumiera della Storia in seguito ai deliri manettari post-1992. Nessuno, a nessun livello, ha infatti ricordato in questi giorni la ricorrenza: Nenni non è Berlinguer. Lui non è stato sottoposto a beatificazione laica postuma, Veltroni non gli ha dedicato un film, non è oggetto di dibattito e di trasmissioni.
D’altronde, ad oggi la cultura ufficiale che ammorba il Paese è frutto della mostruosa unione fra postcomunisti e postdemocristiani; non v’è spazio, quindi, per un’autonomista e un vero socialista come Pietro Nenni.
Noi ce ne freghiamo e lo ricordiamo, come Uomo fedele alle proprie idee e come politico vero, capace di portare al cuore decisionale della Repubblica le istanze e le speranze delle masse lavoratrici, di combattente fedele ai propri ideali di libertà e giustizia.

Un periodo, in particolare, dimostra la caratura e la bontà dell’azione politica di Nenni, grosso modo coincidente con le fasi del miracolo economico italiano. Alleati con i comunisti fin dal 1948, in netta posizione subalterna, i socialisti furono sinceramente sconvolti dai fatti d’Ungheria del 1956 e dalla progressiva destalinizzazione iniziata in URSS con il XX congresso del PCUS. Con molto coraggio il PSI ruppe ogni legame con il blocco orientale, grazie alla decisa volontà autonomista di Nenni, secondo cui «Senza democrazia e senza libertà tutto si avvilisce, tutto si corrompe, anche le istituzioni sorte dalle rivoluzioni proletarie, anche la trasformazione, da privata a sociale, della proprietà dei mezzi di produzione e di scambio che dell’economia socialista è pur sempre la condizione principale, ma nell’etica socialista è pur sempre il mezzo e non il fine, il fine essendo la liberazione dell’uomo da ogni forma di oppressione e di sfruttamento».

La tanto agognata autonomia del partito si tradusse presto in impegno di governo con la Democrazia Cristiana, guidata da Moro e Fanfani: era l’alba del glorioso centrosinistra. I risultati degli esecutivi appoggiati dal PSI furono decisivi per la modernizzazione e lo sviluppo del paese, apportando modifiche fondamentali nell’organizzazione economica e sociale (unificazione scuola media, nazionalizzazione dell’energia elettrica, costruzione della rete autostradale, stesura dello Statuto dei Lavoratori, preparazione della Legge sul Divorzio).
In questo frangente, fin quasi al 1970, Nenni opera come vicepresidente del Consiglio, ben convinto che “Socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”. Il suo Socialismo coniuga con successo democrazia, libertà e giustizia sociale, senza mai davvero dimenticare il rapporto fondante che lega le masse dei lavoratori alla dimensione nazionale in cui operano. I semi del concreto e frainteso craxismo sono gettati, già anni prima, da Nenni e dalla sua corrente autonomista, opposta e antitetica ai vaneggiamenti che Botteghe Oscure ancora usava offrire ai quattro venti.

L’ operato del romagnolo di Faenza alla Repubblica, quindi, fu decisivo per promuovere un vero e profondo progresso sociale in Italia, in accordo con le migliori tradizioni del movimento operaio nostrane. Ed in tempi retrivi e tristi come i nostri, la sua lezione e la sua lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione del denaro sull’uomo non possono che fungere d’esempio.