L’ultimo decennio registrato da Nenni nei Diari vede coesistere la grande affermazione elettorale del Partito Comunista guidato da Berlinguer e la svolta autonomista del PSI impressa dalla Segreteria di Bettino Craxi. Sono gli anni del terrorismo e della strategia della tensione, culminati nel sequestro di Aldo Moro nel 1978. Fin dal 1973 Pietro Nenni si convince della necessità dell’ingresso del Partito Comunista Italiano nelle istituzioni di governo: la ricetta del centro-sinistra, ritentata con i governi Rumor e Moro si rivela ormai insufficiente ad affrontare le sfide economiche e sociali del nostro Paese. Da qui il convincimento di Nenni sulla necessità di includere il PCI nella maggioranza; in tal senso di notevole rilievo furono, all’epoca, le elezioni regionali del 15 giugno 1975. Scrive Pietro Nenni alla data del 16 giugno 1975:

I primi risultati che mi sono stati comunicati a Formia hanno immediatamente chiarito il senso e la portata dell’evento: il partito comunista vince e quasi stravince in una specie di 18 aprile alla rovescia

Sull’onda lunga dell’avanzata di Berlinguer e compagni parte del mondo politico si persuade della “ineluttabilità” dell’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni (Moro e La Malfa, in particolare): esiste, tuttavia, un contesto più generale che opera in questa direzione con particolare riferimento a larga parte dell’ambiente culturale e giornalistico. La posizione di Pietro Nenni si muove, pertanto, all’interno di un certo clima politico che tuttavia si scontra con gli equilibri internazionali della guerra fredda. C’è una pagina che ci aiuta a capire qualcosa di più sul difficile rapporto con il PCI perché racchiude la complessità di una intera storia di rapporti tra socialisti e comunisti ed apre uno squarcio su una pagina della biografia del già anziano leader romagnolo. Scrive infatti alla data del 30 dicembre 1974:

È morto Giuseppe Dozza, il sindaco di Bologna. Aveva dopo la Liberazione ripreso e sviluppato l’opera di un suo grande predecessore nella carica di sindaco, Zanardi. Negli ultimi anni dell’esilio avevamo assiduamente collaborato firmando assieme il rinnovato patto di unità d’azione tra socialisti e comunisti dopo l’aggressione di Hitler contro l’Unione Sovietica. Era stato necessario da parte mia superare il disgusto e l’amarezza per i suoi ingiusti attacchi sull’“Humanitè” e sulla stampa clandestina dei comunisti italiani a proposito del fascio di Bologna: nessuno meglio di lui ne conosceva i termini, che potevano legittimare la critica, non certo l’aggressione morale. Ma era abito mentale dei comunisti degli anni trenta (e ancora lo è) demolire l’avversario con la calunnia dove la ragione non bastava

Innanzitutto il giudizio sui metodi politici degli eredi di Togliatti è desolatamente duro: demolire l’avversario con la calunnia. Si fa poi cenno alla collaborazione-sudditanza dell’allora PCdI con l’Unione Sovietica nel biennio 1939-1941, al tempo del Patto di Non Aggressione firmato da Ribbentropp e Molotov in funzione anti-occidentale.

La penna sapiente del diarista recupera una pagina di Storia comodamente dimenticata che vede i partiti comunisti europei, fino all’inizio dell’Operazione Barbarossa, intenti nella subdola opera di sabotaggio dello sforzo bellico dei nemici della Germania hitleriana, alleato di sponda del bolscevismo. Nel frammento sopra riportato v’è poi un riferimento ad un dato politico della biografia di Pietro Nenni noto a pochi. Fervente repubblicano, il compagno di cella di Mussolini fu dichiaratamente interventista nel primo conflitto mondiale, partecipandovi come volontario. È quindi nel clima di quel grande movimento di popolo- i reduci della prima guerra mondiale divenuti trincerocrazia- che Pietro Nenni contribuì, con Leandro Arpinati ed altri, alla fondazione del Fascio di Combattimento di Bologna nel 1919, agli albori del Fascismo. È un fatto che Nenni si distaccò immediatamente da questa operazione politica (che conferma, tuttavia, il carattere “di sinistra” del fascismo-movimento, secondo la accezione defeliciana) divenendo già nel 1920 vigoroso oppositore alla montante marea fascista. Tuttavia questo fatto, sarà utilizzato dai comunisti nel corso degli anni e delle alterne vicende della politica per fini vilmente denigratori dell’azione del leader socialista.

Nenni spiega il proprio interventismo

I traumi e i veleni della scissione di Livorno attraverseranno quindi tutta la Prima Repubblica, esasperati poi dall’accesa campagna anticraxiana intrapresa nel PCI durante gli anni Ottanta. E Craxi diviene un soggetto centrale nelle riflessioni finali del grande vecchio del Socialismo italiano. Questo rapporto viene complessivamente confermato da molte pagine dei Diari, anche se Nenni non sempre sembra condividere le asperità del personaggio Craxi. Tuttavia, il suo sostegno alla svolta autonomista impressa dalla generazione dei quarantenni al PSI, a partire dal 1976, resta senza dubbio confermato. Scrive Pietro Nenni il 14 luglio 1976:

Egli (Craxi) è il candidato in primo luogo di Mancini, dei giovani della sinistra, di una parte dei demartiniani. I giornali lo definiscono mio delfino. Lo è stato nel 1969, quando io fui battuto in un più drammatico Comitato Centrale di quello attuale, sulla questione della unificazione

L’asse tra il vecchio ed il nuovo corso autonomista si sviluppa in tutti gli anni successivi fino a certificarsi durante la Direzione del 20 dicembre 1979, nella quale venne sventato un tentativo della sinistra interna di riprendere il controllo del Partito. Un passaggio decisivo che confermò in via definitiva la leadership dei Craxi nel PSI. Siamo a pochi giorni dalla morte e Pietro Nenni scrive:

la crisi socialista non è che un aspetto della più vasta e grave crisi del paese. Il terrorismo fa fuoco e scintille. Il problema del carburante appare insolubile. La disoccupazione aumenta e nulla interviene a correggere il doppio lavoro. Per fortuna il paese è migliore della sua classe dirigente

Ed è proprio alle riflessioni di Pietro Nenni negli anni del terrorismo ed al suo ruolo nelle battaglie per i diritti civili che dedicheremo l’ultimo articolo di questo saggio.

(continua)