«Sono un ebreo. Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano? Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo?…».
Monologo di Shylock, Il mercante di Venezia, William Shakespeare

Giorgio Perlasca: “lo Schindler italiano”. Nato a Como nel 1910 è uno di quei giovani “balilla” nati sotto il segno del “Duce”. Aderisce al Partito Nazionale Fascista e parte volontario per la guerra d’Etiopia prima e per la Guerra di Spagna poi, al fianco dei nazionalisti di Francisco Franco. Fascista convinto, prende le distanze dal regime, in seguito alle leggi razziali del ‘38 e l’alleanza con la Germania nazista. Franchista di ferro, però, lo rimarrà sempre. L’8 Settembre del 1943 si trova a Budapest, in Ungheria, in qualità di agente commerciale. Non aderisce alla RSI (nella cui carta costituzionale di Verona, al punto 7, l’ebreo è considerato straniero). La cosa gli costa la persecuzione da parte dei nazisti. Trova rifugio presso l’ambasciata di Spagna, terra di cui conosce bene la lingua e i costumi. Il suo passato di combattente al fianco delle truppe franchiste gli vale l’assistenza diplomatica. Ottiene una fittizia cittadinanza spagnola, comprensiva di passaporto, intitolata al fantomatico Jorge Perlasca. La sua identità è nuova di pacca. Cittadinanza spagnola, nome spagnolo, lingua spagnola e, come se non bastasse, vive in un’ambasciata spagnola.

Siamo nel 1944, e in Ungheria, da qualche anno, un movimento più nazistoide che fascistoide ha preso il controllo del paese. Sono le croci frecciate di Szàlasi: un movimento nazionalista, filonazista e antisemita, nato dal tumulto dei tempi. Gli ebrei in Ungheria subiscono lo stesso trattamento degli ebrei nella Germania di Hitler. La maggioranza degli uomini è complice, se non indifferente o impotente, davanti alle leggi razziali che culmineranno nell’Olocausto. Ma un uomo tra i tanti, un ribelle, non acconsente. Lui è un uomo semplice, un italiano. E da italiano mette all’opera la sua arte migliore al servizio dei molti: la furbizia. Davanti agli orrori antisemiti, Giorgio Perlasca dismette i panni di se stesso per indossare quelli di Jorge, il console generale di Spagna. Ma è in realtà un uomo qualunque, almeno in apparenza. È un semplice commerciante italiano, italianissimo. Un arci-italiano, si direbbe. Un impostore che metterà a repentaglio la sua vita per salvare quella del prossimo. Con l’aiuto del (vero) ambasciatore spagnolo Ángel Sanz Briz, sfrutta l’arte della diplomazia e organizza delle vere e proprie case protette che godano dell’extraterritorialità, come si conviene ai consolati. Ogni ambasciata è tecnicamente territorio spagnolo e un’occupazione di ognuna di esse equivale allo sconfinamento. Un incidente diplomatico che i nazisti tedeschi e ungheresi preferirebbero evitare. La Spagna è neutrale durante la Seconda guerra mondiale allora in atto, e il caudillo di Spagna si è dimostrato nemico giurato di socialisti, comunisti e anarchici, come i nazisti. Meglio mantenere ottimi rapporti con il paese di Franco.

Come è fatta un’ambasciata spagnola? Perlasca lo sa bene. Un edificio sobrio, presieduto da funzionari del Ministero degli esteri, di cittadinanza e di lingua spagnola –basta avere o creare i documenti che lo attestino- che esponga all’esterno, come di regola, una bandiera nazionale. Ecco fatto, svelato il trucco. Eccola qui la “banalità del bene”. Se poi ci si aggiunge un pizzico di inventiva e di genio italiano, viene fuori Giorgio Perlasca, mentre Jorge scompare. Giorgio non è altro che un’impostore, mentre Jorge una banale e grigia figura di diplomatico spagnolo al servizio del generalissimo Franco. Con l’inganno e la furbizia (tutta italiana), Perlasca mente in maniera talmente spudorata e convincente che non è certo possibile non credere alle sue formidabili menzogne, nessuno rischierebbe tanto. Grazie alla tolleranza del governo ungherese e al rilascio di salvacondotti, Perlasca riesce quasi da solo a salvare più di cinquemila ebrei. Davanti ai ricatti delle autorità naziste, Jorge si presenta con la faccia tosta del mai morto Giorgio, e minaccia che se gli ebrei non saranno tutelati, allora lui, in quanto (finto) console di Spagna, farà sì che il proprio paese riveda le regole in merito all’asilo e al trattamento dato ai cittadini ungheresi presenti sul suolo spagnolo. Se poi si considera che, durante la guerra, le vie di comunicazione sono spesso interrotte e che le notizie non viaggiano certo alla velocità del Web, gli innumerevoli bluff messi in atto da Perlasca riescono, con un po’ di fortuna, ad andare in porto.

La sua storia è rimasta ignota fino al 1987. Fino a quando alcuni cittadini di Israele si misero sulle tracce di un certo Jorge Perlasca. Alla fine della loro ricerca trovarono Giorgio, un italiano e non uno spagnolo. Un uomo semplice che con la sua furbizia, la sua incoscienza, con il suo coraggio e l’arte (tutta italiana) di arrangiarsi in ogni occasione, li aveva salvati dai campi di sterminio. Morì nel 1992, a Padova. E se per anni il suo vero nome è rimasto nell’ombra, nascosto sotto una falsa identità, ora è entrato nei libri di storia. Nel 1989 ricevette la cittadinanza onoraria israeliana. Un albero, che porta il suo nome, è piantato a Gerusalemme, sulle colline che circondano il Museo dello Yad Vashem, fra i Giusti delle nazioni. Nel 1991, il giornalista Enrico Deaglio pubblica un libro su questa storia semplice e sorprendente: lo intitolerà La banalità del bene, in netta contrapposizione a La banalità del male, il saggio di Hannah Arendt che racconta il processo Eichmann. A Budapest vi è una lapide commemorativa, e sempre in Israele gli è stata dedicata una foresta di 10000 alberi, a simboleggiare il numero di ebrei che oggi sono in vita grazie a lui. Nel 2002 la miniserie Rai Perlasca. Un eroe italiano ha raccontato sul piccolo schermo la sua storia. E in memoria del padre, suo figlio ha istituito la Fondazione Giorgio Perlasca.

Come catalogare la figura di Giorgio Perlasca secondo la distinzione ideata da Prezzolini nel suo Codice della vita italiana? Furbo o fesso? Fu davvero un fesso a mettere continuamente a repentaglio la sua vita per salvare il prossimo. Avrebbe potuto fare come altri, denunciare gli ebrei alle autorità naziste in cambio di qualche migliaio di lire, e girarsi dall’altra parte. Per ritrovarsi col portafoglio più rigonfio e la coscienza più sudicia. Ma Perlasca era un italiano. Fu un eroe per caso, è vero. Fu un furbo. E, quei nazisti, li fece fessi tutti.

Piccola nota per gli antisemiti: il popolo d’Israele, che dalle ceneri dell’Olocausto è nato, è vero, non ha imparato molto dalle tremende sofferenze subite, praticando oggi violenze nei confronti del popolo palestinese. Tuttavia ciò non dimostra che l’ebreo sia più cattivo o peggiore di un non ebreo, semmai il contrario: sono proprio come noi tutti. Un ebreo non è migliore né peggiore, è un semplice essere umano. «…E se ci fate un torto, non ci vendicheremo? Se noi siamo come voi in tutto vi assomiglieremo anche in questo. Se un ebreo fa un torto ad un cristiano, qual è la sua umiltà? Vendetta. La cattiveria che tu mi insegni io la metterò in pratica; e sarà duro ma eseguirò meglio le vostre istruzioni».