Arriva un momento nella storia di tutte le dittature in cui il potere assoluto, concentrato nelle mani di un uomo e della sua ristretta cerchia di sodali – cooptata  spesso tra i più ottusamente fedeli, i più miopi e servili – scoppi come un bubbone infetto, pronto a spargere dovunque i suoi nefasti veleni. Quando quel momento arriva lo scoppio del bubbone travolge tutti: innocenti e colpevoli, militari e civili, nobili e popolino.
Nell’esperienza italiana più che uno scoppio, il 25 luglio del 1943 vi fu un crollo. Perché una delle tante anomalie del ventennio fascista fu proprio questa: l’implosione della dittatura mussoliniana, compiuta e orchestrata dall’interno, con quel famoso ordine del giorno Grandi. Intelligente e potente fascista della prima ora, Dino Grandi convogliando introno a se il malcontento per le sorti della guerra e dell’Italia, depose Mussolini, consegnando il paese in mano al re.
Il 25 luglio, però, fu solo l’inizio. L’inizio d’una tragedia tremenda di cui il nostro paese porta ancora oggi le più profonde ferite, nascoste nei libri di storia, nelle convinzioni degli anziani e nelle idee dei più giovani. Le ferite di un distacco, le ferite di una rottura, le ferite di uno scisma che prese corpo l’8 settembre del 1943, giorno dell’armistizio con gli anglo-americani. Per alcuni fu la fine di un incubo, per altri l’onta dell’ennesimo tradimento.

Dopo il 25 luglio, furono innumerevoli gli errori compiuti dal duo Badoglio/Vittorio Emanuele nella gestione della difficile congiuntura internazionale. L’obiettivo era quello di ricercare un’intesa con gli Alleati, magari evitando la resa incondizionata, e arginare la reazione tedesca in vista dell’ormai “scontato” tradimento. Delle due nessuna. La Germania, ebbe tutto il tempo di inviare le divisioni necessarie in Italia per prepararsi ad una invasione: dalle otto divisioni dei primi di luglio si arrivò a ventuno divisioni nel mese di settembre. Gli alleati, dal canto loro, pretesero e ottennero la resa incondizionata, senza inviare, come richiesto dal re, truppe in nord Italia. Ma l’acme della tragedia, la più totale catarsi, si raggiunse nella grottesca fuga del sovrano, pronto a fuggire a Brindisi con Badoglio, famiglia e stato maggiore, lasciando Roma, l’Italia e l’esercito letteralmente in balia degli eventi. I soldati italiani, allo sbando, abbandonarono fucili e divise per tornare a casa dalle loro mogli. Fu il “Tutti a casa!” ben narrato da Luigi Comencini nell’ormai celebre film con Alberto Sordi ed Eduardo De Filippo.

Il resto è guerra civile. Il resto è un paese spaccato in due. Due governi, entrambi fantocci. L’uno al sud, con Badoglio e i Savoia, in balia delle decisioni e dei piani militari anglo-americani. L’altro a Nord, con a capo Mussolini, liberato dalla sua prigionia sul Gran Sasso dai tedeschi stessi, che lo “costringeranno” a formare quella Repubblica Sociale di cui Mussolini e i pochi fedelissimi rimasti, non avranno mai il pieno controllo. Seicento giorni di patria divisa. Seicento giorni di sangue italiano versato per mano italiana. Fino al 25 aprile. Fino alla “liberazione”. Fino a piazzale Loreto, con lo scempio iracondo di una folla impazzita sui corpi morti del Duce e della Petacci, di Bombacci e Pavolini.

“La Morte della patria è di per se l’avvenimento più grandioso che possa occorrere alla vita di un individuo” e questo che affermò Salvatore Satta giurista e scrittore Nuorese, padre dell’espressione “La morte della patria” che adoperò nel saggio De Profundis, scritto a caldo e pubblicato nel ’48. In questo scritto l’autore, compiendo una riflessione sul conflitto post 8 settembre, tentò di spiegare – in primis a se stesso – come questo incredibile evento sia potuto accadere:”di fronte a un’indifferenza, a una distrazione, a un’impassibilità ora efferate, ora stordite”. Ed è proprio “la morte della patria”, il titolo di un famoso saggio dello storico Ernesto Galli Della Loggia. Egli con questo saggio diede vita ad un accesissimo dibattito, recuperando l’espressione di Satta, affermando il fallimento dell’antifascismo assieme a quello del fascismo. Antifascismo che, a detta dello storico, aveva celato il vero quadro di quegli anni pur di costruire il mito politico della Resistenza. La riflessione di Galli Della Loggia però si estende, sino ad abbracciare tutta l’Europa. Egli, infatt,i afferma che come l’Italia ha sacrificato il concetto di Patria, in virtù degli intenti universalistici delle forze politiche del dopoguerra, così l’Europa ha rinunciato al concetto stesso di Stato-Nazione. Ad identificare la morte della patria con un evento preciso però ci ha pensato anche Bobbio, indicando come data l’entrata in guerra del regime fascista : il 10 giugno 1940. Secondo altri, uno tra tutti lo storico Emilio Gentile, a morire non fu la Patria ma lo Stato. Perché nella guerra civile si combatterono due fazioni, due contrapposte idee di patria. E a vincere fu una a discapito dell’altra.

Al netto di queste e di tante altre riflessioni che storici e giornalisti, hanno compiuto in merito all’8 settembre è doveroso prendere atto che ancora oggi, a settant’anni dall’accaduto, sussistono su quegli anni memorie parallele. Patrimoni di ricordi condivisi e personali in perenne confitto tra di loro. Sono passati da un pezzo gli anni di piombo, ma nonostante questo l’antifascismo è ancora un elemento unificante di una parte rilevante della società italiana, il collante che tiene vivo tutt’oggi un’antistorica contrapposizione , un spaccatura quasi voluta tra due parti di una stessa nazione.
E se la Germania ha brillantemente superato il crollo d’un muro, che fisicamente l’ha divisa e consegnata a due opposti modo di vedere il mondo, l’Italia odierna nel profondo latita, mostrando ancora attaccamento all’antica diatriba. Diatriba testimoniata da celebrazioni considerate “di parte” come la strage delle foibe, ricordata per molti anni solo dai partiti di “destra”.

Il vero timore che persiste nelle pieghe di questa triste storia è che la contrapposizione rimanga indelebile, ferma ad una cancrena perenne. Perché ogni volta che si prova a riscrivere anche un rigo di ciò che stato tramandato di quegli anni, l’accusa di revisionismo e apologia cade sulle teste dei malcapitati, come un ascia affilata.
Ancora oggi per molti è festa, e per tanti altri è lutto. Per molti è liberazione, festeggiata il 25 aprile. Per molti è morte, quell’8 di settembre.