“Rimango un cristiano sebbene non possa ignorare il patrimonio pagano dell’Europa, [ … ] il paganesimo non mi è estraneo. Ho anche pianto per la morte di Pan”
Vladimir Volkoff

La prossimità e la distanza, un’antinomia che trova la complementarietà nell’osservazione del mondo antico. Nella ricerca degli dèi, infatti, ci si scontra inevitabilmente con questo dualismo. Una dicotomia che scaturisce da un desiderio insanabile di un dio capace di rivolgersi all’uomo come suo pari – o quasi – ma che allo stesso tempo sia perfetto, eterno e privo di limiti. E così gli dèi si presentano con delle fattezze umane, un antropomorfismo che li rende prossimi agli uomini ma che allo stesso tempo li distanzia, in quanto esseri eternamente giovani e forti che non periscono sotto i colpi del tempo. Una distanza che garantisce l’equilibrio nel mondo terreno, e che pone un limite invalicabile all’uomo. Eppure questo distacco sembra risolversi con l’evocazione di divinità minori. Degli esseri che vivono sulla terra ma che intrattengono legami intimi con il mondo degli dei. Nelle Opere e giorni, Esiodo presenta, infatti, la figura del δαίμων, il demone, un essere divino con la funzione di intermediare tra le due dimensioni, quella mondana e quella olimpica. “Essi sono démoni, per il volere di Zeus grande/ benigni, sulla terra; custodi degli uomini mortali/ della giustizia hanno cura e delle azioni malvagie/ vestiti di nebbia, sparsi dovunque per la terra/ datori di ricchezza: ebbero infatti questo onore regale.”

Il demone rispondeva perfettamente al desiderio di prossimità con il mondo degli dèi. La necessità di un essere divino che cammini nel mondo degli uomini e che in un certo senso sia parte della realtà terrena.
Il dio Pan è l’incarnazione di questo desiderio. Sebbene le sue fattezze non fossero propriamente umane – un satiro, mezzo uomo e mezzo caprone – egli si confonde con il mondo degli uomini e sembra quasi esserne parte, a tal punto da condividerne lo stesso fatale destino. In uno tra i testi più significativi sulla morte del mondo antico, Il tramonto degli oracoli, Plutarco suggella l’inquietudine per l’imbrunire del mondo greco con l’annuncio della morte di Pan.

“[…] Il vento scemò, e la nave andando qua e là con direzione incerta, venne ad avvicinarsi a Paxos. […] All’improvviso fu sentita una voce uscire dall’isola di Paxos che a gran voce chiamava: ‘Tamo’: di che la meraviglia fu grande. Questo Tamo, egiziano di patria, era il timoniere, ma non conosciuto di nome dalla maggior parte di quelli che erano sulla nave. Chiamato una seconda volta, non rispose; finalmente alla terza prestò ascolto. Allora colui che chiamava, con voce tonante disse: ‘Quando sarai giunto alla Palude, annuncia che il gran dio Pan è morto’. Raccontava Epiterse che tutti, udito questo, si spaventarono”

Il fatale destino del Dio dei boschi rievoca alla mente un’altra figura apparentemente antitetica, Gesù Cristo. Infatti se leggessimo entrambe le figure come delle allegorie potremmo definire anche il Cristo come un demone, ovvero un essere divino che si pone a metà strada tra l’uomo e Dio con la funzione di intermediare tra i due mondi, quello degli uomini e quello di Dio.
“Egli [Gesù] può salvare perfettamente quelli che per mezzo di Lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro” (Epistola agli Ebrei, 7:25).
Contrariamente all’atteggiamento comune che tende a porre i due culti in totale opposizione, è necessario analizzare queste credenze anche sotto il profilo delle comunanze, senza ignorare il peso che il paganesimo ha avuto sulla cultura europea.