Una distesa interminata di ondulati piani d’erba verde, spruzzati ogni tanto da pennellate intense di terra marrone: dalla fitta coltre di alberi la sinfonia cinguettata degli stormi di moineaux piega lo spirito e la mente del solitario visitatore ad una dimensione altra, eterea rispetto al traffico inquinato che a pochi chilometri taglia maleducato la Lorena. A segnare il cammino del viandante pochi e storti paletti di ferro, piegati e gonfi di ruggine. Pur disperando di ammansire quei pochissimi che si ostinano a infrangere la legge, sulla sommità di queste mute vedette si legge ancora su un cartello color autunno

DOMAINE MILITAIRE

DEFENSE D’ENTRER

DANGER DE MORT

Il pericolo di morte qui è costante, diffuso, pervasivo come la nebbia e il freddo d’inverno. Se si dovesse cercare, nella geografia d’Europa, un ipotetico punto tra i tanti ove indicare il centro sintetico del dolore e della crudeltà della Grande Guerra non si potrebbe che cerchiare col lapis queste brumose contrade. Verdun, cento anni dopo, è ancora e sempre il regno della Morte.

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La situazione delle zone toccate dalla Grande Guerra. In rosso le zone irrecuperabili, tra cui Verdun

Le zone che hanno osservato mute il dissanguamento di due formidabili eserciti nel 1916, son tutt’ora in larga parte impraticabili. Nel cuore del Vecchio Continente gli spettri della carneficina della Prima Guerra Mondiale son ancora vivi e insepolti, indicati con sacro terrore dai vivi. Interi chilometri del fronte di allora, infatti, restano confinati come zone rouge, impraticabili per la vita quotidiana dell’uomo moderno: coperti dalla vegetazione stanno milioni e milioni di colpi d’artiglieria inesplosi, impossibili da bonificare nella loro totalità, mentre la massa immensa di gas velenosi utilizzati nella totentanz di quei giorni tremendi ha oramai reso tossica la terra e le falde acquifere. Occorreranno, secondo calcoli recenti, diecimila anni per cancellare da Verdun il morso infernale dell’operazione Gericht, il giudizio finale con cui le armate del Kaiser volevano dissanguare goccia a goccia l’esercito francese in un’estenuante stillicidio di sangue.

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Lo sconvolgimento del terreno dovuto alle esplosioni d’artiglieria di grande calibro. L’erba ha solo coperto il campo di battaglia

Sembra quasi che la Storia, oscena e spietata, si sia voluttuosamente divertita a conservare quei luoghi di atroce sofferenza in eterno. Così il contadino che vuol arare il proprio campo trova granate, elmetti, fucili e baionette di chissà quale povero Poiliu; un gregge di pecore bruca serenamente la terra tra un teschio e una granata colossale da 380 millimetri inesplosa; un gruppo di turisti rinviene a vista i resti mortali di una compagnia di assaltatori dell’armata del Kronprinz.

Chi non è stato qui non può immaginare il carnaio di del campo di battaglia. Quando si arriva in prima linea i proiettili d’artiglieria piovono ovunque, ad ogni passo, ma occorre comunque andare avanti. Quando si ha da uscire dalla trincea non c’è modo di evitare i corpi dei caduti. Durante l’assalto i feriti da trasportare sono innumerevoli: alcuni gridano, altri piangono nel frastuono infernale. C’è chi è senza gambe, chi è rimasto decapitato e lasciato per settimane nella terra di nessuno…

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Istantanea dall’inferno di Verdun: uno degli innumerevoli assalti francesi respinti dalle truppe del Kaiser

Si cammina dunque in una dimensione onirica, un incubo sospeso tra gli umori e i raggi di sole della campagna francese increduli e inorriditi. Risulta impensabile, cento anni dopo, quanto sciupio di materiale e di sangue sia costata la battaglia di Verdun: i segni, tangibili e manifesti, hanno letteralmente cambiato la faccia del paesaggio, forgiando un non-luogo intriso di orrore. La contabilità della carneficina assegna a queste lande il non invidiabile primato del numero di caduti per metro quadro, e considerando che si stimano più di mezzo milione di morti nel complesso, quasi ogni sasso, ogni zolla, ogni avvallamento ha segnato il termine ultimo dell’esistenza di tanti, troppi uomini.

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Cippo che ricorda il villaggio di Fleury-devant-Douamont distrutto nel 1916

Distruzione totale, assoluta e spietata, di vite e di storie. L’ultima suggestione della saga infernale della zone rouge consiste nel visitare, anzi nell’immaginare, la collana di quei paesini uccisi e non più risorti dalla buriana della guerra. Le comunità cadute per la Francia si chiaman Beaumont-en-Verdunois, Bezonvaux, Haumont-près-Samogneux, Louvemont-Côte-du-Poivre, Cumières-le-Mort-Homme e Fleury-devant-Douaumont. Indicazioni su segnali stradali indicano a chi passa i fantasmi della chiesa, del municipio, dell’osteria, del cimitero. Esse non son più, e mostrano con la loro assenza il significato vero e profondo della tragedia del conflitto in cui si uccise l’Europa ricca e indolente della Belle Epoque. Un monito lapidario, che soffia una brezza di dolore fatale al visitatore attento nelle sere incipienti d’autunno.