di Francesco Emanuele Schifano

La storia romana rivela sempre sorprese uniche: infatti se non studiata a fondo rischia, a torto, di essere idealizzata. Un’epoca tutt’altro che priva di caratteri tipicamente moderni, con le sue luci, ma anche con le sue ombre. Dei nostri antenati italici, discendenti dei Teucri secondo la letteratura mitologica, si è sentito molto, ma non tutto. Sono certamente conosciute da tutti le grandiose battaglie di Zama, Alesia e Azio, così come le epiche guerre puniche, galliche o civili con i loro rispettivi protagonisti vincitori, provenienti dalle illustri famiglie, le gentes, quali ad esempio la Cornelia e la Iulia: Scipione l’Africano, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto i più famosi. Prima di essere i grandi eroi che furono, bisogna innanzitutto ricordare che di carne e di ossa essi erano fatti, con virtù, ma certamente con altrettanti vizi. E se i campioni dell’antichità ebbero vizi, non ne furono sicuramente esenti i loro concittadini. Se nell’era repubblicana, sempre parlando per tendenza generale, molto sentiti erano i rigidi e ferrei costumi della tradizione, facenti riferimento al mos maiorum, non si può dire che essi la fecero da padrone sul finire della stessa e ancor di meno con il debutto, a inizio millennio, dell’impero.

Quella romana fu, senza alcun dubbio, una società avanzata a livello culturale, letterario, tecnico, e,  senza pari nell’antichità, anche sul piano dei diritti civili, in particolar modo per quanto concerne l’emancipazione femminile. Essa fu bersaglio dell’aspra critica del poeta Decimo Giunio Giovenale, il quale esprime la sua avversione per l’impudicizia espressa dalle donne romane, una misoginia dettata da fatti eccezionali per il suo tempo. Celebre è, nella Satira VI, l’invettiva nei confronti della “prostituta imperiale”, Messalina, moglie di Claudio, la quale è accusata di “preferire al talamo del Palatino una stuoia”, e nella quale l’autore vede il culmine della degradazione morale della Roma del suo tempo. Se persino l’imperatrice si permetteva di soddisfare i suoi libidinosi appetiti, si può immaginare con facilità come anche il popolo, sicuramente a conoscenza di tali pettegolezzi, svolgesse una vita decisamente libera da freni e apertamente avversa ai valori tradizionali.

È accertato che le donne romane godevano di ampie libertà anche da un fatto, poco famoso, ma che esemplifica la condizione femminile dell’epoca. L’imperatore Augusto, per sopperire alle evidenti lacunosità della moralità romana, emanò le “Leges Iuliae augustae”, che tra gli altri mille provvedimenti, prevedevano esemplari punizioni per coloro i quali venivano accusati di adulterio. Le matrone romane, avendo raggiunto l’elevata libertà sopracitata e non volendo rinunziarvi, andarono a iscriversi all’albo delle prostitute, che, sempre per legge e logica, erano ovviamente esenti dal reato di adulterio. È questo un primo episodio di disobbedienza civile e allo stesso tempo la conferma, se ce ne fosse bisogno, di un’alta coscienza di genere da parte delle donne di età imperiale. Insomma è evidente come la vita delle donne romane non fosse così sottoposto al controllo dei loro mariti o padri, soprattutto da Augusto in avanti. Emancipazione femminile che ha quindi grandi precedenti nella storia antica e non è solamente una conquista moderna, come si vuol far spesso credere.

Anche l’omosessualità dominava la vita nell’antica Roma ed era comunemente accettata come una pratica prettamente maschile, anche se vi sono casi di lesbismo, disapprovati però dal sentimento popolare. Degno di nota è ancora un caso di corte, quello dell’imperatore Adriano e del giovane amante, Antinoo, al quale dedicherà svariati monumenti sparsi per tutto l’impero, oltreché divinizzarne la figura in seguito alla morte prematura. L’amasio dell’imperatore non fu indubbiamente l’unico, anzi i casi di adolescenti che si rimettevano a ruolo di cinedo erano estremamente diffusi e la “moda greca” fu largamente condannata dai depositari dei costumi originari, la classe senatoria, che ne fece il cavallo di battaglia nella lotta politica al princeps. È chiaro come già allora la vita privata coinvolgesse ampiamente anche la sfera pubblica, e ogni atto, anche quello più intimo, poteva essere usato come strumento a fini politici. Dalle considerazioni proposte si evince l’elevato tasso di sviluppo della società romana in un ambito poco affrontato come quello della libertà sessuale ed è interessante notare che possiamo sentirci figli, oltre che delle plurisbandierate conquiste novecentesche raggiunte dai sistemi liberali, di una civiltà lontana sì nel tempo, ma molto vicina al nostro modo di vivere.