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Macchine e uomini condividono da quasi tre secoli un’esistenza comune e spesso contrapposta: dal luddismo al futurismo sospetti e sogni hanno formato lo spartito su cui s’è scritta la storia della Contemporaneità. Tra le tante e innumerevoli generazioni alternatesi nella ruota del Tempo, alcune si sono trovate ad apprendere le nuove meraviglie del Progresso in vie grandiose e rare, quasi mitiche per ardimento e follia. Non nella polvere infernale d’officina, né nell’insopportabile fatica dei campi arroventati e arsi, bensì nel fango e nella neve, nel blu dei mari interminati e nell’azzurro nuvoloso dei cieli. Non in pace, ma in guerra: e che guerra! Se vogliamo trovare una causa che sintetizzi in un concetto tutti i problemi dell’Occidente la sfida -a nostro avviso- si risolve in un lasso minimo eppur esiziale per le umane vicende: 1914,1915,1916,1917,1918. Il suicidio d’Europa si prepara e avviene in quel dramma tremendo, quel conflitto sì pestifero da passare alla Storia come Grande, Grande Guerra. In quel marasma diabolico, fatto di milioni e milioni di fanti inscatolati in luride e fangose trincee che tagliano, dolorose cicatrici, il volto e lo spirito del Vecchio Continente, la Civiltà positivista e splendente della Belle Epoque consuma il proprio olocausto.

Tra gli spasimi mortali, nel mezzo del carnaio di reticolati e gas asfissianti, trapassa insieme ad una generazione intera quel fantasma sublime e retorico della bella morte. Il conflitto moderno non prevede gloria, individualità, mistica del beau geste. Il soldato di trincea vive, agonizza e cade come bestia di macello: per i vari gallonati e pecoroni generali di Stato Maggiore essi son numeri, vili pedine da manovrare a piacimento.

Chi resiste cercando di portare la ghirba a casa prega e bestemmia; chi, invece, è ancora assetato di quell’innegabile richiesta dell’animo di taluni che si definisce immortalità monta su un aereo e diviene pilota di caccia. Nel gran giuoco di sottomarini, acciaio, lanciafiamme, carri armati, cordite e mitragliatrici non poteva mancare l’ultimo, formidabile ritrovato del genio: l’aeroplano. Inventato nel 1903, il mezzo volante è stato subito utilizzato per scopi bellici dal Regio Esercito Italiano durante la conquista della Libia nel 1911-12. Secondo una non inconsueta moda che ci vede pionieri arditi in settori che poi puntualmente -e  con gran danno- abbandoniamo, abbiamo inventato sulla pellaccia dei turchi e dei libici il bombardamento dal cielo. Da allora la tecnica aereonautica ha prodotto velivoli sempre più performanti, macchine da guerra che con la conflagrazione bellica del 1914 hanno trovato un sanguinoso e formidabile volano di sviluppo. Dapprima utilizzata per voli di ricognizione, l’arma aerea ha subito visto i propri ranghi riempirsi di rudimentali piloti da caccia in giaccone di pelle, cuffie e occhialoni d’ordinanza. Come il vestiario, anche il modo di combattere ricalca l’uso sportivo da gentlemen. Scontri individuali, uno contro uno, conclusi come i duelli al primo sangue con il danneggiamento (e non la distruzione) dell’avversario. Si spara letteralmente a mano, senza armi di bordo, mentre un graduato conduce il mezzo.

Al nemico si riconosce l’onore del combattente, e nel caso di abbattimento mortale lo si omaggia con un mazzo di fiori recapitato alla base d’appartenenza.

Un’ottima ricostruzione delle condizioni degli aviatori durante la Grande Guerra

Regole d’altri tempi, ultimi lampi di una concezione cavalleresca e signorile della guerra che il 1916 spazzerà definitivamente dai campi di battaglia. Non riuscirà, però, ad alienare dagli onori della propaganda un astro nascente delle nostre forze armate, l’asso degli assi della nostra epopea bellica: Francesco Baracca. La traiettoria del più noto pilota italiano del 15-18 s’offre per mostrare come, agli artigli della modernità trionfante, lo Spirito e la volontà possano ancora resistere e vincere in nome di un’Idea, di una passione, di un amore. Nato in una opulente famiglia dell’Emilia Romagna, il giovane Francesco trascorre la sua infanzia nella natia Lugo, per poi trasferirsi in Firenze e scegliere, all’alba del Novecento, il mestiere delle armi entrando nell’Accademia di Modena, fucina degli Ufficiali di carriera del Regio Esercito. Superato il biennio di formazione, il sottotenente si perfeziona nella Scuola di Cavalleria di Pinerolo e viene assegnato, nel 1910, al 2 Reggimento cavalleria Piemonte Reale, di stanza in Roma.

Il giovane ufficiale si trova a suo agio in sella agli splendidi destrieri della caserma di Castro Pretorio, tanto da vincere il concorso ippico di Tor di Quinto. Normale cursus di un ottimo rampollo borghese nell’Italia liberale, se non fosse per la molesta e maleducata intrusione della Modernità rombante, entrata per non più uscire nell’esistenza del romagnolo nel 1912

Una dimostrazione presso l’aeroporto di Roma Centocelle svolgeva, all’epoca, un ottimo passatempo per gli annoiati ufficiali di guarnigione e un buon richiamo per la cittadinanza, affascinata dalle nuove muse cantate da Marinetti e soci. Tra baffi impomatati e signorine in abito lungo, immaginiamoci uno scalcinato e rudimentale aereo di tela e legno che singhiozza mentre convulsamente tenta di guadagnare le nuvole. Quello che era lo svago di un pomeriggio di noia si tramuta per Baracca in una folgorazione. Il corpo aereonautico fa parte, a quel tempo, dell’Esercito: il tenente di cavalleria abbandona finimenti e bai e passa in aviazione. Lo troviamo in Francia, a bordo di un rudimentale Nieuport 10 presso il campo di volo di Bétheny: il 9 luglio conclude brillantemente il ciclo addestrativo e riceve il brevetto di pilota, matricola 1037. Le note individuali riportano un’eccellente capacità acrobatica dell’italiano, condita da un non comune sprezzo del pericolo. Assegnato al Battaglione Aviatori, Baracca trascorre il 1914 tra la quinta e la sesta squadriglia. Nell’agosto lo scoppio del conflitto europeo trova l’Italia neutrale e guardinga, a metà del guado tra gli alleati infidi di ieri (Austria e Germania) e gl’interessati corteggiatori del domani prossimo. Durante i nove mesi di non belligeranza, il nostro ritorna Oltralpe per apprendere i primi segreti del combattimento aereo dai veterani del fronte Occidentale. Rotti gli indugi, il 24 maggio 1915 inizia la nostra passione: la prima missione in zona d’operazioni di Baracca data al 25 agosto, volo di pattugliamento e ricognizione.

I primi mesi di scontri, rivelatisi infruttuosi, cedono il passo al 1916, l’anno di svolta: a bordo del Nieuport 11 Bébe il 7 aprile Baracca può registrare il primo abbattimento, un Aviatik biposto. È la prima vittoria dell’aviazione italiana, festeggiata con una medaglia d’argento al valor militare.

Addetto al pilotaggio d’un aeroplano da caccia, con mirabile sprezzo del pericolo, arditamente affrontava un potente aeroplano nemico e, dando prova di alta perizia aviatoria e di grande sangue freddo, ripetutamente lo colpiva col fuoco della propria mitragliatrice fino a causarne la discesa precipitosa nelle nostre linee. Per impedire che gli aviatori nemici distruggessero l’apparecchio appena atterrato, discendeva anch’egli precipitosamente raggiungendo lo scopo e concorrendo alla pronta cattura dei prigionieri. Cielo di Medeuzza, 7 aprile 1916

Come riporta la motivazione il vincitore dello scontro, oltre al successo materiale, potrà rivendicare la cattura degli aviatori austriaci. Seppur nemici, i piloti avversari restano ideali colleghi di volo e di vita: una volta sconfitti essi rimango uomini, esseri umani accomunati a Baracca dalla stessa passione per il blu e le nuvole. Pur catturati, non risparmia a loro sigarette, strette di mano e complimenti da appassionato tecnico. Del resto dirà sempre

«è all’apparecchio che io miro, non all’uomo»

All’inizio dell’estate, con undici vittorie (sette individuali e quattro in collaborazione), la promozione a Capitano risulta un atto dovuto, un omaggio al campione italiano dei cieli in fiamme. Nel 1917 lascia la 70esima squadriglia per la 91esima, detta “degli assi”. Ha curato personalmente la scelta dell’organico, puntando su piloti di provata esperienza e sublime abilità: Pier Ruggero Piccio, Fulco Ruffo di Calabria, Gaetano Aliperta, Bortolo Costantini, Guido Keller, Giovanni Sabelli, Enrico Perreri e Ferruccio Ranza. Al reparto vengono affidati i nuovi Nieuport 17, costruiti negli stabilimenti Macchi su licenza francese.

Baracca, primo da sinistra, con alla sua sinistra Fulco Ruffo di Calabria

Baracca, primo da sinistra, con alla sua sinistra Fulco Ruffo di Calabria

L’asso degli assi sceglie di far dipingere sulla propria carlinga un simbolo che diverrà eternamente famoso: un cavallino rampante, sul lato sinistro del velivolo, in omaggio al vecchio e mai dimenticato 2 Reggimento Cavalleria (di cui manterrà, per altro, le mostrine e il distintivo da berretto). Da comandante della 91esima Baracca aggiunge altri 26 trionfi nella sua epopea.

Guerra solitaria, guardinga ed arditissima, fatta di scontri isolati, attese snervanti, fattori climatici proibitivi.

I trabiccoli del 1917-18, seppur avanzati rispetto ai modelli d’inizio conflitto, restano comunque velivoli semi-artigianali, veri miracoli volanti: chassis di legno con coperture di tela, abitacolo aperto, carrelli fissi, serbatoi non protetti, nessun riscaldamento per il pilota, pochissime possibilità di salvezza in caso di abbattimento, incidenti frequenti e non di rado mortali. Baracca e i suoi, come cavalieri del Novecento, solcano i cieli per sfida personale e dovere di Patria; soprattutto, gli aviatori lasciano ai fanti -veri eroi della guerra- una ventata di ottimismo e di coraggio utilissima per superare i disagi disumani e le logiche alienanti della guerra di trincea. L’aereo con il cavallino rampante diviene un simbolo, il suo pilota un esempio. Sulla sua scia, i milioni di umili soldatini resistono dopo Caporetto allo sfascio, erigendo sul Piave una barriera di petti e volontà che nessun stivale barbaro riuscirà a sfondare.

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L’asso in posa accanto al suo destriero meccanico: si noti il cavallino rampante sulla fiancata sinistra dello SPAD

Baracca è in prima linea, in quell’autunno buio del 1917: il suo SPAD S.VII semina distruzione nei ranghi austro-germanici, riuscendo nell’impresa di abbattere due velivoli nello stesso giorno (26 ottobre). Messo a riposo durante l’inverno, il 1918 si presenta con una medaglia d’oro

Primo pilota da caccia in Italia, campione indiscusso di abilità e di coraggio, sublime affermazione delle virtù italiane di slancio e di audacia, temprato in sessantatré combattimenti, ha già abbattuto trenta velivoli nemici, undici dei quali durante le più recenti operazioni. Negli ultimi scontri, tornò due volte col proprio apparecchio colpito e danneggiato da proiettili di mitragliatrici. Cielo dell’Isonzo, della Carnia, del Friuli, del Veneto e degli Altipiani, 25 novembre 1916, 11 febbraio, 22, 25, 26 ottobre, 6, 7, 15, 23 novembre, 7 dicembre 1917

Il 15 abbatte gli ultimi due aerei, portando il computo totale a 34 mezzi abbattuti. Quattro giorni dopo, il 19, il trentenne comandante rientra alla base di Quinto di Treviso per dei danni al proprio SPAD S.XIII, ripartendo subito con il velivolo di riserva. Sono i momenti drammatici della battaglia del Solstizio, estremo tentativo della Duplice Monarchia di resistere alla decomposizione e distruggere l’ancestrale nemico italiano. Sul Piave, i bistrattati uomini in grigioverde raccolgono l’eredità immortale di Roma e ricacciano sulle linee di partenza i derelitti sudditi dell’Imperatore Carlo: Austria delenda est. Nel frattempo, mentre infuria lo scontro titanico, agli aviatori tocca il compito di alleggerire la pressione mitragliando i rifornimenti e le truppe avversarie. Baracca decolla insieme al giovane Franco Osnago. Alla barba spetterebbe la scorta del Comandante, ma la furia degli eventi rendono impossibile la protezione di Baracca. Sceso come un fulmine a volo radente sul serpentone nemico presso Colle Val d’Acqua, sul Montello, il romagnolo non s’è reso conto di un biplano austriaco, inseritosi a tradimento da tergo. Una raffica sparata dall’osservatore, Arnold Barwig, incendia lo SPAD carico di carburante. In un istante, che pare eterno, il velivolo diviene una bolla di fuoco, una stella danzante che precipita a folle velocità verso terra.

Un lampo, lo schianto, silenzio.

Francesco Baracca cade il 19 giugno 1918 durante una missione di combattimento. Delle cause esatte del decesso non abbiamo alcun interesse, poiché è la vita, anzi l’opera dell’asso degli assi che si staglia in tutta la sua spettacolosa potenza. Eroe compiutamente italiano, romano nella sua comprensione del nemico come simile da rispettare una volta terminata la furia della battaglia. Campione del sacrificio collettivo della nostra Grande Guerra, sintesi eroica di seicentocinquantamila caduti, Baracca non poteva avere epitaffio migliore di quello dannunziano.

Oggi, domani, sempre, com’è con noi, sarà in noi, combatterà in noi, in noi resisterà, come dice la nostra preghiera, “non fino all’ultima goccia del nostro sangue, ma fino all’ultimo granello della nostra cenere”.