Chi, per ventura e per diletto, è ancora uso ad andare in libreria potrà forse essersi accorto della comparsa di un piccolo libriccino, di nemmeno duecentoventi pagine, prodotto in quasi contemporanea da quattro editori diversi. Curato da storici di chiara fama, ringiovanito dai tipi moderni e digitali del XXI secolo, il Giornale di Guerra di Benito Mussolini torna ad occupare gli scaffali d’Italia dopo sette decadi d’oblio, in economica coincidenza con la scadenza dei diritti d’autore. Poco noto, se non sconosciuto, al grande pubblico come agli esperti del settore, il titolo sintetizza uno dei capitoli più affascinanti e decisivi della vita del figlio del fabbro. Smessi i panni del combattivo direttore del Popolo d’Italia, vinta la lotta per l’intervento grazie alle radiose giornate del maggio 1915, Mussolini indossa come tanti milioni di italiani il grigioverde e va alla guerra.

Il direttore del Popolo d’Italia non dimentica, però, i suoi lettori, e descrive a puntate la grama e misera vita di trincea, la disperazione dell’attesa, la furia dell’assalto, il tanfo della morte. I reportage dal fronte, vere e proprie fotografie in prosa, non omettono alcun particolare, dipingendo la crudele realtà della tragedia bellica, con uno stile asciutto, metallico, antiretorico, duro e tagliente. Scritto  tra una marcia e un turno in trincea, tra il rancio e la posta, il diario presenta al lettore il Mussolini più intimo, già politico noto, ora umile caporale sommerso tra la gran massa di combattenti. Tra elmetti e giberne, veglie d’armi e bombardamenti d’artiglieria il futuro duce viene a contatto con il popolo italiano, per la prima volta unito nella prova decisiva e suprema del combattimento. Ne escono fuori ritrattini pittoreschi e coloriti, quasi un’antologia dei vari tipi d’italiano, umile, illetterato, religioso, superstizioso, attaccato visceralmente alla ghirba eppure fatalista e rassegnato innanzi all’orrido spettacolo della morte imperante.

Verrà deluso chi vorrà trovare le gesta di un D’Annunzio, i guizzi di un Marinetti, le bravate d’un Rizzo, le piroette d’un Baracca: Mussolini fa la schifosa e folle guerra di trincea, come milioni di altri, senza infamia e senza lode, con il coraggio e la volontà dettati dall’eccezionalità del momento. Anche il famoso e grave ferimento, cui segue conclusione forzata del reportage, avviene in via anonima, quasi banale, con lo scoppio di un lanciabombe durante un’esercitazione. Di futurismo, di superuomo, di Wille zur Macht, come è evidente, v’è ben poco.

Per questo, quindi, il suo diario assume un’importanza storica capitale, indipendente dai successivi, fatali sviluppi della vita dell’autore nel dopoguerra. Seppur presente, il tema della progressiva evoluzione di Mussolini, forse già animato da quell’Idea che lo porterà alle stelle e poi, infine, alla polvere, risulta secondario rispetto alla cruda descrizione della realtà, merito principale ed indiscusso dell’opera. Le vicende narrate, incentrate negli anni mediani del conflitto (1915-1917) vengono evocate dalla penna sapiente e arguta con un periodare secco e sintetico, qual raffica di mitragliatrice, che scaraventa il lettore al centro della scena, scaricandogli addosso la ridda di odori, voci, colori e orrori tipici della tragedia epica e orrida della Grande Guerra. Questo, indipendentemente dal giudizio su Mussolini, evidenzia il pregio e la fattura del libro, testimonianza essenziale d’un periodo cruciale per le sorti dell’Italia e dell’Occidente