“Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa ed essere nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”.

Così si esprimeva Aldo Moro, in uno dei suoi discorsi parlamentari più brillanti, sulla crisi del Medio Oriente e sull’inossidabile legame intercorrente tra i paesi del Mediterraneo; un’affermazione che esprime perfettamente la millenaria Storia della civiltà europea, nostra ed orientale: dalla società micenea, alle feroci guerre puniche e all’ascesa di Roma, sino alla talassocrazia veneziana, alle scorribande barbaresche e al mortale scricchiolio dei legni della Lega Santa dinnanzi alle coste di Lepanto, il Mediterraneo mai assurge per una volta al ruolo d’impassibile spettatore della Storia. Il Mare nostrum come eternità, entità travalicante i confini del trascendente e dell’ontologico, ed in quanto tale esistente di per sé, ideale precedente il concetto stesso d’identità europea, d’appartenenza culturale e religiosa; un telaio in moto perpetuo volto all’intessitura di secolari trame economiche, sociali e culturali. Ad oggi però la sacrale considerazione di cui godeva presso gli antichi è venuta meno: non più un formidabile porto d’incontro, non quello “stagno” in cui la frastagliata immagine riflessa del pescatore appare per metà orientale e per metà occidentale, non porta d’accesso o confine permeabile bensì semplice non luogo solcato da scafi arrugginiti e terrorizzati semischiavi umani, scalzato dagli scintillanti palcoscenici della politica europea. Negli ultimi anni il grande Mare di mezzo è assurto al tragico ruolo di malvagio deuteragonista che con la sua indole viziata contestualmente dà e toglie la vita tramite il burrascoso e spumoso manto. Acceleratore dello scontro di civiltà e fredda tomba che nel solo 2016 ha mietuto più di tremila anime.

Questo repentino mutamento delle sorti del Mediterraneo può essere spiegato nel poco credito di cui gode, storicamente, tra i campioni del liberismo democratico nord-europeo. Troppo lontani per essere bagnati dalle sacre acque, troppo freddi per apprezzarne il carattere mutevole, troppo intenti a rincorrere velleitarie politiche di Potenza affluenti in palcoscenici di portata oceanica. Dunque una scientifica disattenzione alle vicende mediterranee, briciole di cui si dovranno occupare i marinai del sud d’Europa, impotenti spettatori della feudalizzazione delle loro acque, degradate al ruolo di laghetto di cui disporre indiscriminatamente, misero bacino in cui non poter esplicare la potenza di fuoco di cui si è a disposizione.

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Sintesi geopolitica del Mediterraneo elaborata dalla rivista Geopolitica di Giorgio Roletto ed Ernesto Massi (numero 3, Marzo 1939-XVII)

La prova di quanto detto è tristemente concessa da un rapporto emesso dalla Commissione Affari Esteri del Parlamento britannico nel quale David Cameron viene accusato d’essere responsabile per gli eventi libici del 2011. Le conclusioni a cui la commissione è giunta indicano l’ex Premier come responsabile del caos scaturito in nord Africa a seguito della caduta del colonnello Gheddafi nella quale si perse il controllo delle risorse energetiche del paese, si videro sfumare miliardi di euro di contratti e si diede il via all’indegna tragedia dei migranti. Tutto ciò dovuto alla scellerata mancanza d’una strategia coerente e coordinata in Libia. Quindi, stando a quanto appurato dalla commissione, l’intervento del Regno Unito e della Francia avvenne senza alcun lavoro di intelligence, senza l’elaborazione di progetti a lungo termine, senza una pianificazione che prendesse atto delle eventuali conseguenze future delle proprie azioni. Fine ultimo delle democrazie europee era quello di scalzare dal proprio dominio un uomo divenuto ormai scomodo; il risultato ottenuto fu quello di gettare in pasto alla tremendissima guerra civile e all’ascesa del criminale stato islamico un’intera regione. Albione si mosse, accecata dalla superbia e dalla tracotanza, e si mosse con strategie dovute ad una pessima e lacunosa conoscenza delle dinamiche mediterranee e della situazione nord-africana.

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Giuseppe Bottai durante la visita in Libia nel 1927

Alla luce di quanto detto sin ora rileggere alcuni scritti di Giuseppe Bottai, datati 1927, fa il suo effetto. Secondo il gerarca la politica estera italiana avrebbe dovuto fondarsi su di un punto cardine: la Libia, incuneata tra i due imperi nord-africani dell’Inghilterra e della Francia. Partendo dalla triste considerazione che il mare nostrum “non è più nostro”, Bottai ammette candidamente che l’Italia, nel relazionarsi con i popoli libici e nord africani, avrebbe dovuto confrontarsi inevitabilmente con un problema allo stesso tempo morale e politico, un problema che s’esplicava in due aspetti chiave: uno mediterraneo ed uno islamico. L’aspetto mediterraneo del problema s’esplica nella obbligatorietà dei rapporti tra i paesi mediterranei, confluenti in un fragile micro universo composto da rigide regole di condotta e dinamiche economico-sociali sedimentate dallo scorrere dei secoli; un organismo a sé, scindibile dal monolitismo continentale. La fragilità di tale ecosistema scuote le coscienze italiane tanto da spingere Bottai a sentenze quasi sibilline, poiché

nel Mediterraneo le generazioni a venire, e forse, noi stessi dovremo lottare domani per la nostra indipendenza, per la nostra sicurezza, per la nostra vita

e perché da tale mare l’Italia e gli italiani dipendono in tutto. L’aspetto islamico, invece, viene a connettersi intimamente a quello mediterraneo: una lungimirante e giusta politica islamica nelle terre libiche avrebbe permesso all’Italia d’instaurare sane e durature relazioni con tutte le popolazioni di religione islamica e d’origine araba. E da Bottai asserisce candidamente la manifesta superiorità italiana a confronto con le altre potenze europee nelle relazioni con tali popolazioni, una superiorità garantita contestualmente dal rispetto e dalla posizione geografica: “La politica che si fa oggi con l’Islam in Libia avrà le sue conseguenze lontane domani in una terra più lontana. La guerra ha creato una situazione nuova dell’Islam dinanzi alle Nazioni occidentali. A determinarla hanno concorso: la politica della pace seguita dagli Alleati a Versailles, politica di repressione antislamica, sotto il cui impulso si ridestarono e acutizzarono i moti nazionalisti; la disillusone, dell’elemento musulmano […] cui gli Alleati avevano durante la guerra promessi vantaggi d’ogni sorta, specialmente politici. […] Silenziosamente il mondo arabo si prepara.

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Al netto delle propagandistiche pose mussoliniane, il rapporto tra Fascismo e Islam è stato in realtà molto complesso. Nel famoso discorso pronunciato durante la cerimonia della consegna della “spada dell’Islam”, Mussolini ebbe a dire: “L’Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all’Islam ed ai Musulmani del mondo intero”

Prosegue il fondatore di Critica FascistaNel mistero dell’Asia movimenti dissolventi lavorano, dal bolscevismo al ghandismo, che hanno oggi un aspetto o nazionale o di riscatto, o mistico, ma che determineranno domani una presa di posizione dell’Oriente contro l’Occidente. L’Islam, il più politico tra i movimenti religiosi orientali, ne sarà il propulsore e l’agente. È per questo che oggi bisogna avere una politica islamica, precisa, chiara, lungimirante. Quando l’ondata si abbatterà sulle rive del mediterraneo tutte le Nazioni che sul Mediterraneo vivono, dovranno sapere come affrontarla o indigarla e averne preparati, attraverso un’adeguata politica, gli strumenti. L’Italia ha oggi una sua politica islamica. Essa rafforzerà senza dubbio la posizione generale nei riguardi dell’Islam, posizione che del resto ha durante lungo tempo coltivata, tributando pieno rispetto per la religione dell’antica multiforme razza arabo-berbera. Tale posizione è garantita geograficamente e storicamente dalla nostra funzione di ponte di passaggio, unico e insostituibile, tra l’Oriente e l’Occidente: noi siamo in definitiva gli occidentali con i quali sempre hanno dovuto e dovranno prendere contatto gli orientali, ogni qualvolta nella loro storia si sviluppano fenomeni di accostamento o di interessamento all’Europa”.

Comparando queste parole e quelle di Moro con il resoconto della Commissione affari esteri del parlamento britannico verrebbe quasi spontaneo chiedersi se non fosse possibile un approccio diverso da quello adottato dagli infallibili dignitari europei.