Tra il fluire delle avanguardie culturali sorte nel corso del Novecento, il nome che più tra tutti emerge e si impone è quello di Filippo Tommaso Martinetti. Col suo movimento futurista, seppe introdurre nel panorama culturale dell’epoca un’innovativa prospettiva di pensiero.
Sul finire della tramontare della cosiddetta “Belle époque”, in un’epoca di forte fermento sul piano sociale ed economico, immediatamente antecedente rispetto al primo grande conflitto bellico, quando i vecchi canoni borghesi sembrano ormai essere sempre meno solidi, il giovane Marinetti si afferma sulla scena culturale italiana e non solo, in contrasto netto rispetto al compatriota (passatista) Gabriele D’Annunzio.
Entrambi sono interpreti del nuovo spirito del tempo e della nuova coscienza italiana. Entrambi genialmente profetici rispetto al loro tempo e, per questo,  profondamente rivali.

La modernità aveva infatti  intitolato nella società una nuova etica ed un nuovo approccio al mondo. Il dinamismo, il vitalismo ed il fascino sublime di tutto ciò che riguardasse l’avvenire (un avvenire libero dallo stagnante passato borghese) avevano preso il posto del moralismo eccessivamente razionale di fine Ottocento.
L’arte inizia così a divenire riscoperta dell’istinto, della forza propulsiva e generatrice delle passioni; il lessico inizia a divenire popolare: l’intellettuale non deve più essere il freddo accademico teorico che conduce i suoi studi nelle nascoste biblioteche ma uomo di azione, uomo di mondo, coniugare con lo spirito del tempo e con le masse. L’azione diviene l’elemento di maggior interesse nel panorama culturale del primo Novecento, la vera spinta motrice della Storia e degli eventi. Per questo nascono le nuove avanguardie culturali, allo scopo di ingenerare nella società un punto di congiunzione tra la mera teoria filosofica ed il fare pratico, di modo che l’intellettuale possa ergersi a capo animatore delle folle, e determinare realmente le sorti del cambiamento.

È dopo un improvviso incidente in automobile che l’uomo Marinetti viene pervaso da quella rivoluzionaria intuizione artistica e culturale che, in seguito, porterà il nome di Futurismo. Marinetti, dopo essersi miracolosamente salvato da quell’incidente che poteva essere fatale,  percepisce una sorta di  mutamento interiore dentro di sé,  un nuovo turbinio vitale d’emozioni ed un nuovo sguardo sulle cose e sul mondo: emerge il “nuovo” Marinetti,  temprato da tutto il dinamismo del mondo.
Il cambiamento interiore percepito dal padre del futurismo  non si coniuga con altro se non con quel mutamento fervente che stava attraversando l’epoca storica nella quale viveva, un’epoca storica che si stava avviando verso il XX secolo: un secolo decisamente nuovo.

Marinetti sente la necessità di dover imporre una svolta alla sua esistenza e fondare un nuovo movimento – artistico, politico, letterario –  che sia in grado di penetrare in tutti gli ambiti dell’espressione umana per divenire anche prassi di vita, tramutarsi in azione politica.
Il Futurismo, nelle ottiche visionarie di Marinetti, doveva essere un movimento di drastica rottura rispetto alle norme convenzionali del passato, al perbenismo e moralismo borghese, esaltare le pulsioni più ataviche ed aggressive del genere umano, esaltando l’etica della forza e costruendo attorno ad essa un certo apparato filosofico. Nell’ideologia futurista, infatti, compare un forte impulso distruttivo nei confronti di tutto ciò che non sia dinamico, propulsivo e vitale.
L’uomo nuovo deve abbandonare il languido sentimentalismo ottocentesco ed accogliere le velleità eroiche. Deve tornare ad essere guerriero e desiderare fortissimamente la violenza (intesa come atto di forza in grado di innescare i mutamenti storici).

Nel pensiero di Marinetti compare inoltre quella percezione di scontro di classe che determinerà anche l’affermarsi dei successivi corsi politici, palesando un sentimento collettivo di profonda reazione rispetto a quel capitalismo,  a quel mondo produttivo che stava invadendo la vita dell’uomo, strutturando quell’inevitabile contrasto sociale. Nel “Manifesto futurista”, Marinetti, afferma, infatti, di voler esaltare le folle agitate dal lavoro, ad indicare tutta la volontà di porsi come movimento che non sia esclusivamente fonte teorica ma anche fonte di lotta di classe e di azione politica.  L’aggressività,  la forza, diviene dunque il principio vitale d’ogni cosa, con il quale ogni uomo,  ed anche le intere classi sociali hanno il potere di imporre i propri diritti.

Il movimento futurista, cavalcando l’onda bellica di una società ormai sull’orlo dello scontro militare e dilaniata da ingiustizie e rivendicazioni collettive profonde, diverrà anche un partito politico che cercherà di tradurre la propria filosofia originaria in programma elettorale. Il tema della lotta, diviene dunque il perno principale dell’intero pensiero,  ed è la lotta che negli istintivi “versi” poetici futuristi (totalmente liberati dagli orpelli della forma e della sintassi) ad essere il mito esclusivo assoluto, ed in ogni parola emerge un’esaltazione totale dello scontro, considerato vera espressione della natura dell’uomo; le passioni aggressive come radice costituiva dello spirito umano.
Il paradigma stesso della bellezza diviene il movimento aggressivo e si supera quella concezione di bellezza artistica intravista esclusivamente nell’armonia pacifica delle parti. Il movimento futurista seppe cogliere quel turbinio di aggressività che si sviluppava a partire dai meccanismi profondi della società del tempo,  che si apprestava a superare lo stagnarsi delle democrazie liberali filo-capitaliste. Il futurismo fu una reazione rispetto al torpore della borghesia europea del primo novecento,  una sorta di risveglio improvviso di certi istinti repressi; fu uno tra a i tanti esempi di cultura nazional-popolare.