“Maestà, Vi porto l’Italia di Vittorio Veneto!”. Con queste parole Mussolini avrebbe sancito il trionfo della Rivoluzione Fascista, presentandosi a Vittorio Emanuele III in Roma il 30 ottobre del 1922. In realtà, come spesso avviene in questi casi, è quasi certo che quella frase non fu mai detta: da buon pragmatico, il futuro Duce si premurò di indicare i componenti del suo primo governo al piccolo re, senza inondarlo di inutile retorica, garantendo il sicuro ritorno all’ordine e alla legalità in tutto il Paese.

La Marcia su Roma, atto mitico e centrale della mistica fascista e della storia d’Italia, fu ed è un rebus che nessuno ha ancora risolto: una manifestazione tipicamente italiana, reazionaria e rivoluzionaria, conservatrice e progressista, composta e violenta, scalcinata e ardita, militaresca e paesana. Sarebbero bastate le quattro fucilate paventate da Badoglio contro le colonne squadriste comandate dai Quadrumviri Balbo, De Vecchi, De Bono e Bianchi per stroncare il putsch mussoliniano, o meglio, sarebbe bastata la firma del re allo stato d’assedio proposto dal governo Facta per rendere l’Urbe una fortezza imprendibile.
Nulla fu fatto, e il serpentone delle camice nere poté prendere possesso della Capitale e della Nazione senza colpo ferire. Quella marcia non era iniziata il giorno prima; nel Fascismo si rivedeva il credo di un’intera generazione d’italiani, cresciuta nel culto dell’azione, sprezzante verso la democrazia liberale, inebriata da Nietzsche e da Marinetti, temprata dalle trincee del Piave e del Carso, delusa dalla Vittoria mutilata e dal dopoguerra gramo e disfattista. Il movimento mussoliniano dava corpo e speranze a chi non credeva alle sirene bolsceviche e rifiutava l’Italietta giolittiana: un enorme calderone ideologico dove confluirono nazionalisti e sindacalisti, futuristi e conservatori, reazionari e repubblicani.

Volontà di potenza, accettazione della violenza e paura-rifiuto del comunismo crearono una miscela esplosiva che soltanto il figlio del fabbro di Predappio riuscì a manipolare. Un movimento trasversale alle classi, il cui collante era l’azione e la nazione, irrobustito da tre anni di guerra civile nelle campagne e nelle città del Nord. A forza di spedizioni punitive e sagaci tattiche politiche, da forza minoritaria il fascio era divenuto l’arbitro della vita politica italiana. I tempi erano maturi per assestare la spallata definitiva al cadente catafalco liberale.
L’uomo della Provvidenza attese da Milano lo svolgersi degli eventi, trincerato dentro la redazione del Popolo d’Italia. Molto poco eroicamente il Ventennio iniziava con un telegramma dell’aiutante di campo del re, generale Cittadini

« SUA MAESTÀ IL RE MI INCARICA DI PREGARLA DI RECARSI A ROMA DESIDERANDO CONFERIRE CON LEI»

Il primo governo Mussolini, formato da soli tre ministri fascisti, era realtà: dopo l’omaggio al re al Quirinale, il 31 ottobre i trentamila partecipanti alla marcia furono rispediti, con appositi treni, a casa. Comodamente e senza combattere finiva l’unica rivoluzione italiana. Non poteva essere altrimenti.