L’Estate già muore, nell’agonia di metà settembre, eppure il caldo e l’afa del clima continentale sembrano quasi non rendersene conto. Che tramonti, che colori, che sogni regala il coma irreversibile e sublime della stagione bella e terribile: difficilmente le sponde dell’Adriatico, tra i seni e le irte spiagge scoscese, vedono giorni più solenni, più limpidi, arte di natura in fiamme. Soltanto dieci anni prima, frotte di aedi decadenti si sarebbero sdilinquiti per scene e scenari simili: quella genìa, quella moda, però, nel settembre 1920 non è già più. Dall’infernale bagno di sangue e morte delle trincee è venuta fuori una nuova, sinistra e splendida, razza d’uomini. La loro penna è il pugnale, l’assalto il loro Parnaso, l’azione rapida e vittoriosa la loro musa. Hanno vinto, e ora si sentono battuti. Sono i reduci del Carso, del Piave, del Grappa e dell’Isonzo, gli operai del trionfo di Vittorio Veneto. Sono giovani, delusi e arrabbiati. Al ritorno – il sognato ritorno a casa – hanno trovato l’Italietta liberale della loro infanzia, che li aveva pasciuti e poi soffocati, ancora più povera e derelitta. Solite, basse, meschine preoccupazioni, squallidi rituali, vili giornate vuote: che senso ha, si chiedono tra loro, alla sera, la vita, questa bassa e ridicola esistenza da studente fuori corso, da operaio, da disoccupato?  Per cosa abbiamo dato il sangue e il sudore? A cosa è servito vincere?

Una generazione scarica, come una pila elettrica. Giovani uomini già vecchi dentro. Una folgore, una scossa, per dare di nuovo un altro e più alto senso al vivere da reduci: serve un catalizzatore, e si accenderanno di nuovo. La situazione, di per sé, è già esplosiva. Urge solo un detonatore. Quell’uomo, catodo e anodo, è lui. È adrenalina e follia, poesia e volontà di potenza, superomismo e decadenza ottocentesca. È uno degli eroi della Grande Guerra, l’Achille nostrano, colui che ha beffato la Marina austriaca a Buccari e violato le nuvole di Vienna. Aria e acqua sono già state sue. Gli manca la terra, la vile, schifosa fangosa terra da calpestare, aggredire e vincere, come un volgare fante. Lui, Gabriele d’Annunzio, deve ancora una volta trionfare sulla noia e sullo spleen.

Fiume, come tutta l’Istria e la Dalmazia, è e non è Italia. Terra di confine, di incontri e di scontri tra le varie genti, passa da un vincitore all’altro durante la giostra infinita della Storia. L’Italia ha vinto l’Austria-Ungheria, l’Italia vuole Fiume. La Vittoria, però, dopo nemmeno un anno è già mutilata dalle ingerenze anglo-francesi e dagli ideali evangelici di Wilson, incapace di comprendere l’Europa. A Fiume si trama e si spara per l’Italia. Il Corpo d’Occupazione Alleato ha dovuto addirittura cacciare dalla città i Granatieri di Sardegna, focosi e gagliardi spilungoni, intestarditisi nella difesa dell’italianità dell’urbe. Il loro addio è stato salutato da una folla enorme, piangente, disperata. Gli ufficiali, specie i più giovani, non possono dimenticare né ignorare la situazione. Si riuniscono, discutono, alfine decidono.

Le Regie Poste consegnano al Poeta un’accorata richiesta d’aiuto: « Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. Quando, nella notte del 25 agosto, i granatieri lasciarono Fiume, Voi, che pur ne sarete stato ragguagliato, non potete immaginare quale fremito di entusiasmo patriottico abbia invaso il cuore del popolo tutto di Fiume… Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l’unità d’Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L’Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo». D’Annunzio conosce bene quella sensazione che prova da quando ha in mano la lettera: un peso, un gioioso onere gli affanna il petto. Si siede, chiude gli occhi e la mente gli s’apre. Come a Buccari, come a Vienna, occorre dare una spallata alle certezze, alla sicurezza, alla noia. Forse perderà la vita, sicuramente conquisterà la Gloria. La sera, qui sull’Adriatico, è ancora umida e calda, nonostante settembre.

Si grida, si bestemmia, si beve e  si canta. È il solito rito degli uomini d’arme prima degli istanti fatali dell’assalto. Il Comandante suda, è ancora febbricitante, ma se ne frega. Scrive a Mussolini: « Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile… Sostenete la Causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio». Firma, infila in testa il berrettaccio da Alpino, risistema la cravatta sulla giubba da Ardito e sale in auto. Dietro di lui, mille e più volontari, a cui presto si aggiungono teorie di avventurieri, idealisti, libertari e nullafacenti. Supera paesi, mangia la strada e scherza con il posto di blocco del Regio Esercito, posto alla frontiera d’armistizio. L’alba lo vede a Fiume, ubriaca d’eccitazione e di follia: ha vinto, anche su terra. Hic manebimus optime