Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Per un curioso vezzo del carattere, Mussolini odiava i laghi. Lontani dal tormentoso e sempiterno divenire dei fiumi ed opposti- perchè finiti- all’immensità divina dei mari interminati, i vari specchi d’acqua disseminati nella Penisola suscitavano nel figlio del fabbro lo sdegno e il ribrezzo che in altri tempi usava riservare, implacabile e tremendo, alla panciuta borghesia italiana. Da quelle lontane giornate di piazza e rivoluzione proletaria ormai ne era passata di acqua- per restare in tema idrografico – sotto i ponti della Storia. Dominato dagli eventi, odiato alla maniera dell’amante tradito da un popolo intero, il fu fondatore dell’Impero passa le proprie giornate proprio in riva ad un lago, curioso contrappasso del Fato. Dai vetri rigati di pioggia e spleen padano il Garda pare una larga lingua d’argento. Che panorama! Alle quattro di pomeriggio il buio ha già insediato il proprio regno.

Una bestemmia trattenuta a lungo prorrompe come un sussurro, mentre in lontananza uno squillo insistente di telefono satura l’aria. Rumori di fondo di segreteria, vociare indistinto di lacché, grand commis e ufficiali vari che s’affannano, corrono, sbattono i tacchi, salutano, mormorano. Da vent’anni il rumore di fondo della sua vita è attraversato dalle melodie disarmoniche dell’umanità arruffona da anticamera. Lo sfacelo del Fascismo è malattia sintomatica del Capo, degenerazione fisica di un’Idea e di un’epoca. Smagrito, debilitato, stanco, Mussolini combatte i demoni del passato e gl’incubi di una guerra perduta dalla misera scrivania di Villa Feltrinelli, sulle rive del più grande lago d’Italia. Come la ferma mota di quella putrida pozza, l’astro politico del duce risulta impanato, incapace di brillare e riuscire. Dal 1940 l’uomo non gode più d’una giornata di sole, di un successo anche minimo: il bello che doveva portare una primavera ormai lontana ha significato disfatta, invasione, fine.

L'epistolario con Clara Petacci ci consegna l'animo amareggiato e depresso di Mussolini . Scriverà il 14 maggio 1944: "quando un uomo è nello stato d'animo in cui sono io oggi, lo si lascia tranquillo nella sua più amara solitudine. Il tempo felice è passato e non tornerà più"

L’epistolario con Clara Petacci ci consegna l’animo amareggiato e depresso dell’ultimo Mussolini. Scriverà il 14 maggio 1944 all’amante: “quando un uomo è nello stato d’animo in cui sono io oggi, lo si lascia tranquillo nella sua più amara solitudine. Il tempo felice è passato e non tornerà più”

Nemmeno la conclusione del Regime, nell’opprimente afa della notte del 25 luglio romano, gl’è riuscita bene: più che una tragedia, quella farsa meschina orchestrata da vecchi squadristi imborghesiti sotto la regia di un monarca nano d’anima e d’aspetto non ha evitato né lo scempio della Nazione né la fine dell’agonia mussoliniana. Voleva- insieme a milioni d’italiani- la Pace: trovò le SS di Skorzeny e la Germania. Intimato dai fieri camerati tedeschi a prendere le redini del nuovo stato fascista, l’ultimo Mussolini appare un personaggio assai oscuro, di difficile comprensione. Questo dissidio latente, condito dalle difficoltà belliche e dalle delusioni umane, non può non essere colto se si vuol analizzare organicamente la breve e densa stagione della Repubblica Sociale Italiana.

Storia d’uomini, quindi, e storia di Stato si confondono mischiandosi, formando una matassa di istituzioni, organizzazioni, corpi e idee da districare con grande attenzione e superba competenza. Qualità che non mancano a Roberto D’Angeli, autore della recentissima Storia del Partito Fascista Repubblicano, pubblicata da Castelvecchi sul finire del 2016 con prefazione del professor Giuseppe Parlato. La scelta della tematica a nostro avviso risulta decisamente interessante, oltreché molto originale. Il ruolo del Partito nell’organizzazione dello Stato Fascista, ampiamente trattato nei tanti e pregevoli lavori riguardanti il Ventenno, appariva come il grande assente nella storiografia della RSI, quasi inspiegabilmente.

1477941002381

Seguendo la concezione hegeliana, Mussolini aveva sempre privilegiato lo Stato rispetto al Partito durante l’epoca del Regime, seguendo una strada diversa rispetto ai contemporanei esperimenti totalitari in Germania e Unione Sovietica. Il PNF degli anni felici appare infatti come un elefantiaco strumento di consenso ed assistenza, concepito come mero organo di supporto all’azione del Governo. Il Duce, tessera numero uno, non sarà mai segretario dei Fasci, e la scelta stessa dei segretari- a parte poche eccezioni- vede sempre privilegiate figure di second’ordine, mastini ubbidienti al servizio del Capo. Inascoltate le voci più autorevoli del Fascismo rivoluzionario (in ispecie Bottai e la sua “covata”) che volevano nel partito un’avanguardia di fede e di idee, il placido sovrapporsi di incarichi ed incombenze rese infine il PNF un gigante dai piedi d’argilla, incapace di reagire al 25 luglio, afflosciatosi su sé stesso nei giorni infami del governo Badoglio.

In questo contesto il lavoro di D’Angeli risulta fondamentale, poiché ben evidenzia le differenze cruciali che resero il nuovo Partito Fascista Repubblicano una creatura assai differente, e quasi antitetica, rispetto al carrozzone nato nel 1921. Ancor più interessante, il libro si dipana mostrando le complesse sfaccettature del rapporto tra il partito e il proprio leader naturale, tornato in sella al malandato cavallo della RSI senza aver ben chiare le linee programmatiche della nuova Repubblica. Sarà il PFR, infatti, a svolgere durante i 600 giorni di Salò il ruolo di pungolo, estrema trincea del Fascismo crepuscolare. Mansione ardita, sintetizzata dalla figura del segretario Pavolini, deus ex machina del Congresso di Verona e motore infaticabile della ripresa dell’attività fascista dopo l’8 settembre.

Tornare alle origini movimentistiche, riprendere lo spirito e gli usi delle squadre d’azione, abbandonare i compromessi con la borghesia ed il capitalismo traditore per fondare finalmente una nuova Civiltà basata sul Lavoro. Questi i presupposti dell’autunno 1943-XXI, capaci di attirare sul carro scalcinato della RSI vecchi squadristi rimasti ai margini e insospettabili antifascisti alla Bombacci

All’aspetto sociale l’opera dedica a nostro avviso le pagine più interessanti, sviscerando- attraverso un magistrale lavoro di archivio- le linee programmatiche della rivoluzione sociale predicata dalla Repubblica, in predicato di divenire sociale nella sostanza dei fatti con la socializzazione delle industrie e la distruzione delle differenze di classe ancora esistenti.

Il Congresso di Verona. Scriverà Mussolini: "È stata una bolgia vera e propria! Molte chiacchiere confuse, poche idee chiare e precise. Si sono manifestate le tendenze più strane, comprese quelle comunistoidi. Qualcuno, infatti ha chiesto l'abolizione, nuda e cruda, del diritto di proprietà."

Il Congresso di Verona. Scriverà Mussolini: “È stata una bolgia vera e propria! Molte chiacchiere confuse, poche idee chiare e precise. Si sono manifestate le tendenze più strane, comprese quelle comunistoidi. Qualcuno, infatti ha chiesto l’abolizione, nuda e cruda, del diritto di proprietà.”

Temi assai complessi, cui va aggiunto il titubante ruolo di Mussolini, diviso tra una definitiva svolta rivoluzionaria- pur diffusa nei quadri e nei dirigenti, tanto da far coniare ad alcuni il termine socialismo fascista– e una più decisa scelta attendista, dipendente dagli esiti bellici. In più, il duce non riuscì mai a superare del tutto gli antichi pregiudizi “statuali”,  guardando sempre con malcelato sospetto alle sempre più frequenti rivendicazioni del PFR rispetto agli organi istituzionali della RSI. Il cerchiobottismo che già aveva permesso l’aborto della diarchia Re-Duce si replicherà dunque in tono minore sulle rive del Garda, generando una mole enorme di attribuzioni contrapposte, conflitti di competenza, smanie di comando e tresche sotterranee. In questo assurdo, il partito viene utilizzato da Mussolini in base a esigenze contingenti, slegato da un disegno organico capace di poter far presa sulle masse.

Represse le spinte sociali, alle camice nere di Pavolini non resterà che la via della violenza armata- provocata e auspicata dalle frange più bestiali della Resistenza, GAP comunisti in testa- per dimostrare ai timidi e ai pavidi che la fiamma della Vigilia ardeva ancora alta negl’animi degli squadristi e dei giovanissimi

La Rivoluzione auspicata si tramutava dunque in guerra civile tremenda, condita dalla vile persecuzione degli ebrei-a cui l’autore dedica una ben documentata parte dell’opera- con l’unico risultato di alienare definitivamente in larghe fasce della popolazione il sentimento di residuo trasporto per il Fascismo e la figura del suo Capo.

Pavolini visita la 1a Brigata Nera nel 1944

L’ambivalenza mussoliniana, lacerata dai dubbi e dai rimpianti dell’Uomo, impedì quindi agli ancora numerosi sostenitori dell’Idea di poter costruire un tentativo di Fascismo diverso, erede diretto del Programma di San Sepolcro del 1919 ed immune dalle derive destrorse e reazionarie concesse dal Duce in nome della normalizzazione all’alba del Regime. Al PFR, dunque, dopo aver a lungo lottato per la costruzione di un nuovo sistema, non riuscì nemmeno di morire col sole in faccia nel leggendario RAR (Ridotto Alpino Repubblicano), sognate Termopili del Fascismo morente. Fallito anche quel progetto, la valanga della sconfitta trascinò nell’abisso Mussolini e i tanti, molti italiani che avevano creduto in lui sino all’estremo finale.