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Il ronzare insistito delle eliche- squarciando il plumbeo silenzio notturno- evoca nell’ospite di riguardo del velivolo un fastidio crescente e inatteso, a tratti insostenibile. La luce di cortesia del corridoio colora di livida rabbia la calotta glabra, il mento sporgente, le guance malrase e scavate. Il corpo, una pera insaccata nel grigioverde della sahariana, ritirandosi nel sonno si rifiuta di sostenere oltre il peso del capo. Le grosse mani da contadino, ora tranquille ora impazzite, sognano nel pieno del dormiveglia di piegare a mani nude l’acciaio e la tela della carlinga, e far evadere quell’ammasso di carne nel blu profondo del Mediterraneo: un ultimo, grande tuffo e poi-plaf!- l’eterno silenzio. Al pensiero del contatto con l’acqua, quella fresca e riposante del nostro mare, compare sul volto un solco di sorriso che sottende, ineffabile, al piacere morboso della fine. Una turbolenza impertinente dà la sveglia, subito seguita da una bestemmia in romagnolo. Chiede all’attendente quanto manca per Roma, bofonchia stanco un va bene e volge, di nuovo, lo sguardo sulla massa di aria e acqua che empie l’orizzonte. Vorrebbe ancora sognare, ma la realtà risulta un incubo da cui non riesce più a districarsi.

Mussolini, in divisa da Primo Maresciallo dell’Impero, durante la sua inconcludente visita al fronte

L’uomo è esausto, l’animo fiaccato, la psiche a pezzi: Benito Mussolini ha lasciato all’ombra delle piramidi l’ultima illusione, l’estremo bluff della sua carriera bellica. A 111 chilometri da Alessandria il duce ha lasciato i veterani della guerra d’Africa inchiodati in prossimità della stazione ferroviaria di Al’Alamayn, imbottigliati tra il mare e il calderone bollente di El Qattara, depressione desertica in cui i quarantacinque gradi sono la norma. Il viaggio del capo del Fascismo doveva combaciare con l’ultimo strappo dell’Asse in vista della definitiva conquista dell’Egitto: Alessandria, Il Cairo, Port Said, SUEZ. Nei sogni di quell’Estate fatale, infatti, balena nelle menti strategiche più avvedute la voluttuosa speranza di saldare in gigantesca tenaglia d’acciaio e carne le forze africane con quelle impegnate sul fronte caucasico del feldmaresciallo List per “prendere alle spalle” gli inglesi nello scacchiere medio-orientale e far crollare il teatro mediterraneo.

Illusioni del Solleone, scherzi del Destino. L’ACIT (Armata Corazzata Italo-Tedesca) dal 1 luglio aveva impegnato le ultime difese di Sua Maestà Britannica in uno scontro decisivo, presto trasformatosi in una battaglia di corsa fatta di continui attacchi e contrattacchi di carri e squadre logoranti, capaci soltanto di sfiancare le già ridotte riserve energetiche dell’Asse. La prima battaglia di El Alamein, conclusasi in un sostanziale stallo, segna l’inizio della fine per Rommel: l’incapacità di poter assicurare rifornimenti stabili alle truppe via mare, l’inferiorità numerica e qualitativa dell’equipaggiamento, la scellerata sottovalutazione da parte germanica dell’importanza del fronte meridionale, la pessima collaborazione tra Roma e Berlino minano alle fondamenta le possibilità di ripresa dell’offensiva nella terra dei Faraoni.

Prezioso cinegiornale dell’epoca immediatamente precedente alla Seconda e decisiva battaglia di El Alamein

In più, e non è un dettaglio da poco, al remissivo comandante della VIII Armata Claude Auchinleck Londra ha preferito un tipetto tutto baffi e basco, sempre fasciato d’un caratteristico cappotto che passerà, come il proprietario, alla Storia: Bernard Law Montgomery. La nemesi della desert fox si trova nel posto giusto al momento giusto. Dopo aver bloccato l’ultimo, estremo tentativo dell’Afrikakorps di sfondare nella battaglia di Alam Halfa (30 agosto- 5 settembre) comprende perfettamente che toccherà ai suoi rats menare le danze e propiziare il falò delle illusioni nazi-fasciste.

Sulla sabbia del deserto egiziano soffia il vento della Storia: nel giugno, alle Midway, il Giappone ha perduto la vittoria; il 17 luglio è iniziata a Stalingrado la fine della Wermacht hitleriana, triturata dall’orso sovietico: a Montgomery spetta dunque l’onere onorevole di chiudere il quadro delle battaglie decisive dell’estate 1942- e della Seconda Guerra Mondiale-  ricacciando in Libia le armate dell’Asse.

Al netto dell’enorme dotazione materiale made in USA, il compito di Montgomery non appare però semplicissimo. L’uomo risulta egocentrico, pieno di sé, tronfio, ed è l’esatta antitesi del buon comandante. A ciò s’aggiunga il livello di nervosismo-a tratti d’odio- che aleggia tra le truppe provenienti dai vari dominions e possedimenti sparsi per il Globo: gli inglesi sanno essere dei padroni spietati, ed indiani, sudafricani, canadesi, australiani, neozelandesi, pakistani lo sanno pur troppo bene. Toccherà a loro, carne da cannone coloniale, saggiare le difese italo-tedesche durante i primi momenti dell’offensiva. Sul versante opposto, la situazione si colora delle tinte grevi del dramma. Rommel ha lasciato il bastone del comando al generale Stumme, al quale era toccato l’oneroso incarico di predisporre le difese con le poche risorse disponibili. Il risultato era comunque formidabile: campi minati a perdita d’occhio, un gigantesco Gartenteufel formato da 445mila ordigni sepolti al cui riparo stavano 96mila uomini (24mila tedeschi) su due linee fortificate. Dei 547 carri disponibili meno della metà sono veri panzer (249): il grosso delle forze corazzate consta di carri italiani M14/41 e semoventi 75/18, il cui confronto con i tanks alleati- perlopiù mezzi inglesi Matilda, Churchill e Valentine coadiuvati dai temibili M3 Grant e M4 Sherman statunitensi- fa venire i brividi. Per completare il quadro, il dominio dell’aria e il gigantesco parco artiglieria alleato costituiscono due fondamentali fattori prima e durante lo scontro.

Per vincere, però, serve sempre e solo l’Uomo. Preannunciato dal boato infernale di mille cannoni, il cozzo titanico inizia il 23 ottobre alle ore 21.40; il piano inglese prevede lo sfondamento centrale delle difese avversarie- tramite fanterie- per conquistare due alture strategiche su cui innestare l’avanzamento delle forze corazzate, destinate a distruggere la controparte grazie al concorso delle artiglierie e dei bombardamenti aerei. Le prime dodici ore dello scontro premiano il XXX corpo del generale Leese, riuscito a penetrare i campi minati e conquistare la cresta di Miteiriya. Il 24 le speranze inglesi paiono incrinarsi per la splendida resistenza della 15a Panzer-Division, coadiuvata da elementi della nostra divisione Littorio, che riesce a distruggere il I Battaglione corazzato del capitano Stiefelmaye, mentre gli sbarramenti minati inchiodano i tanks su tutta la linea del fronte. Son ore drammatiche, ed al quartier generale di Montgomery più di un gallonato chiede lo stop all’operazione: Monty è risoluto, comprende l’importanza esiziale del frangente e rassicura gli animi. Il ritorno di Rommel, la sera del 25, pare un auspicio positivo per i combattenti dell’Asse, tesi a bloccare ovunque le puntate offensive nemiche.

L'andamento della battaglia (23 ottobre-4 novembre)

L’andamento della battaglia (23 ottobre-4 novembre)

In realtà, lo sfiancamento materiale dei difensori  si fa ogni ora più grave, e Rommel lo sa. Richiamate le riserve della 21a Panzer-Division, tenta il tutto per tutto il pomeriggio del 27: l’obiettivo è sfondare il corridoio britannico per turare la falla e ricacciare sulle posizioni di partenza i tommies. Centocinquanta carri, sfruttando il tramonto alle spalle, sferragliano impazziti verso la collina Kidney tentando l’impossibile: un pugno d’acciaio e sudore s’infrange e muore alle pendici di quell’altura maledetta, falciati dalla massa di fuoco dei pezzi anticarro e dei carri pesanti nemici. Un panzer su tre è ridotto fuori combattimento, e all’alba del 28 un raid aereo rade al suolo le ultime speranze della vecchia volpe del deserto.

Carri armati nemici fatto irruzione sud Divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata, trovasi 5 km nord-ovest Bir-el-Abd. Carri Ariete combattono

Poco più a sud, i parà appiedati della Folgore oppongono bottiglie incendiarie, mine artigianali e financo i nudi petti all’avanzata nemica, guastando per giorni interi l’avanzata delle forze avversarie, arrendendosi solo il 6 novembre. Eroismi che lasciano esterrefatti per la loro superba disperazione: la battaglia di El Alamein, infatti, risulta ormai alle ultime battute. La sera del 4 Hitler ordina finalmente l’arretramento a Fuka, certificando la sconfitta decisiva delle armate italo-tedesche. La ritirata, ultimo capolavoro tattico di Rommel, in realtà sarà un interminato cammino all’indietro, bellico inseguimento degli Alleati agli scampoli dell’Afrikakorps per quasi un anno, sino a Tunisi e Biserta.

El Alamein annienta le capacità belliche dell’Asse in Africa, preparando al contempo le condizioni militari e politiche per il successivo crollo del Fascismo e l’avvio del tremendo biennio italiano dell’invasione e della guerra civile. Ad un passo dall’effimero trionfo, Mussolini non riuscirà mai ad entrare da conquistatore al Cairo. Un sottile filo lega la polvere calda del deserto all’umido orrore di Piazzale Loreto: la disfatta, morale e materiale, di una Nazione e di un Regime. E l’artefice di tutto questo, in fondo, lo sa già dal momento in cui, stanco e assonnato, decolla dalla pista egiziana nella calda estate del 1942 per non più ritornare:

Un accusatore dell’ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che colpa, secondo lui, aveva l’ammiraglio: “quella di aver perduto” rispose. Così io.”