Scena:

“A noi, a noi, a noi, squadre e bandiere, viva Giovanni dalle Bande Nere.”

25 novembre 1526, Governolo, territorio del marchesato di Mantova. Dio che freddo quella mattina. La spessa nebbia della Pianura Padana avvolge tutto con una coperta grigia, che insieme al bianco della neve rende il paesaggio silenzioso, sinistro, ultraterreno. La campagna è resa ancora più spettrale dalle sagome scure e umide di alberi spogli; hanno i rami che artigliano il vuoto. Laggiù, nella conca di San Leone, sulle sponde del Mincio, il nemico si è trincerato dietro i muri di una fornace. Corvi neri gracchiano agitati, avvertono un pericolo imminente.

Sotto le insegne di Giovanni de Medici detto delle Bande Nere 400 fanti con picche e spade e 400 cavalieri armati di lance e archibugi sono schierati e pronti alla battaglia. Sentiamo i rumori, ci arrivano fiochi: nitriti di giganteschi cavalli, robusti Frisoni da battaglia, altri destrieri invece più esili e leggeri, turchi ed arabi veloci e adatti al mordi e fuggi,  il suono metallico delle giunture delle armature in leggero movimento, il bisbiglio dei soldati pronti al sangue. Cosa diversa è la guerra rispetto a quella odierna, ovvio; uomini pesantemente bardati si scontrano in mischie furibonde con le lame, le mazze ferrate, e da qualche anno con gli scoppi di archibugi. Già, la polvere da sparo, invenzione terribile che ora fa la sua prepotente e micidiale comparsa nei campi europei in arme. La Storia militare non sarebbe mai stata più la stessa e l’episodio di quel gelido giorno di fine novembre è emblematico per i tempi che cambiano. Viene in mente un altro film, “Kagemusha – L’ombra del guerriero” di Akira Kurosawa, che racconta di un altro cinquecento, diversissimo geograficamente perché nel lontano Giappone feudale, ma allo stesso tempo simile a quanto vediamo qua noi adesso con le lotte italiane di signorie e imperatori; quanto accade nella battaglia di Nagashino nella provincia di Mikawa è affine alla scena di Governolo nel mantovano: cariche di cavalleria falciate dal muro di fuoco di file di archibugieri dall’ottima mira, un’ecatombe di cavalli e cavalieri, la polvere da sparo vince, è il futuro bellico. Analogie intercontinentali, Takeda e Medici, Oda e Gonzaga, Tokugawa e d’Este.

Gli attori della nostra opera, guardiamoli in faccia:

Giovanni dalle Bande Nere. Figlio di Giovanni de’ Medici e di Caterina Sforza, signora in arme di Imola e Forlì da cui eredita il sangue guerriero. Svergina la lama nella guerra contro Urbino e si forma come condottiero durante le guerre d’Italia che sconquassano la Penisola tra diritti dinastici rivendicati, appetiti territoriali, potenti sovrani stranieri, signorie infingarde, eserciti prezzolati, odi religiosi, cospirazioni di palazzo. Giovanni ha il carattere orgoglioso, ribelle, in fiamme. Abile stratega, capitano intelligente, naturalmente votato alla lotta fisica, campione con la spada, fuoriclasse nel menar le mani, diviene comandante di una truppa d’elite di mercenari assoldati in primis dal Vaticano. Durante la carriera militare si fa pagare da più fronti cambiando bandiera per convenienza, una volta dai francesi, un’altra volta dagli asburgici, vuoi per alleanze più opportune, vuoi per la moneta sonante. Giovanni è mercenario; Giovanni è figlio della guerra; Giovanni è il Gran Diavolo.

Georg Von Frundsberg. Brutale, coraggioso e astuto capitano supremo dei lanzichenecchi al servizio dell’Impero di Carlo V d’Asburgo. Nel 1526, benché vecchio e malato ma non stanco di battaglie e crudeltà, scende in Italia con un esercito di 14.000 uomini, aizzati dalla prospettiva del saccheggio in città viste al pari di prede, con l’obiettivo di conquistare tutto il conquistabile e prendere la “Novella Babilonia”, cioè Roma di papa Clemente VII. Leggenda vuole che attaccata alla sella del suo destriero da guerra ci sia un cappio di corda d’oro che mostra beffardo ai suoi uomini: con quel cappio ha intenzione d’impiccarci il papa.

Re Francesco I. Sovrano dei francesi, combatte tutta la sua vita per rompere l’assedio che il suo eterno nemico Carlo V, allo stesso tempo Imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e Re di Spagna, ha stretto attorno al suo regno. L’Italia per ragioni dinastiche, di prestigio e geopolitiche rappresenta la sua più grande ambizione di conquista, mai raggiunta. Cade prigioniero degli spagnoli che lo rinchiudono a Madrid, quando torna libero si rimette immediatamente sul piede di guerra aderendo alla Lega di Cognac promossa dal papa Clemente VII insieme a genovesi, veneziani, pontifici, fiorentini, milanesi e le forze del Regno di Navarra; tutti assieme a far la guerra al Sacro Romano Impero degli Asburgo.

Carlo V d’Asburgo. Acerrimo nemico di Francesco I. È padrone di un impero immenso. I suoi territori si estendono in Mitteleuropa, in Italia del Nord e del Sud, nei Paesi Bassi, nelle Fiandre, in Spagna, in Africa del Nord, in Messico, nei Caraibi. Nel 1526 decide di mandare una spedizione punitiva di lanzichenecchi per distruggere la Lega di Cognac e prendere Roma e l’Italia tutta. La fame dell’Imperatore non può essere placata.

Federico II Gonzaga. Marchese di Mantova doppiogiochista, la sua posizione strategica è  ambigua perché capitano della Chiesa e quindi suo difensore d’eccellenza, ma allo stesso tempo filo-imperiale e alleato di Carlo V. Il Gonzaga tiene il piede in due staffe, volpe calcolatrice. Pochi giorni prima della battaglia di Governolo permette il passaggio nelle sue terre, attraverso la porta di Curtatone del Serraglio, all’esercito mercenario di Von Frundsberg e contemporaneamente s’adopera per ritardare la marcia di Giovanni e dei suoi, sbarrandogli la porta del Serraglio mantovano, opera di fortificazione eretta dai Gonzaga per proteggere il potentato di Mantova, loro dominio.  Giovanni s’imbestialisce.

 “In nome di Sua Santità e del Re Cristianissimo, aprite la porta! In nome di quel Padre Eterno, che vi strafulmini tutti quanti, aprite ‘sta porta! Traditori della Chiesa! Aprite o vi taglio la gola, a cominciare dal Vicario con quel puttaniere del Gonzaga! Arrrg! Imboscati! Vermi! Carogne! Bastardi! E quelle cagne delle vostre mamme!”  Eccetera, eccetera.

Federico Gonzaga è sì gran puttaniere impenitente, tanto che muore di sifilide.

Alfonso I d’Este. Duca di Ferrara. Alleato di Carlo V, fornisce in segreto agli imperiali alcuni falconetti, ovvero moderni cannoncini di piccolo calibro ma micidiali, ultimo grido della tecnologia bellica, e confezionati nelle fonderie ducali. Sono le stesse bocche da fuoco che il capitano Giovanni gli ha commissionato per le sue bande, e che Alfonso gli ha rifiutato, preferendo aiutare i lanzichenecchi nemici del papato. Durante il suo governo, viene scomunicato per ben tre volte da altrettanti papi.

Papa Clemente VII. Membro della famiglia Medici di Firenze come Giovanni, con la Lega di Cognac si allea con Francesco I di Francia e altri nemici giurati di Carlo V. Giovanni dalle Bande Nere diviene un suo fedelissimo, specialmente quando il papa gli paga tutti i debiti.

I lanzichenecchi. Fanti mercenari svevi, franconi, bavaresi e tirolesi. Luterani per fede, i “lanzi” odiano con accesa passione i papisti. Per quei soldati di ventura, Roma rappresenta la capitale del regno demoniaco cattolico, la viziosa, avida, lussuriosa metropoli di Lucifero, l’Urbe meretrice. Combattono a piedi con ardore e decisa violenza. Archibugi, spadoni a due mani, picche, alabarde, lame large e corte Katzbalger – Lanzichenetta, micidiali nelle mischie ravvicinate, scimitarre Kriegsmesser – la Coltella da guerra, mannaie per affettare uomini, mazze spaccateste, pugnali per ferite che non si rimarginano più, punte affilate, ferri del mestiere, attrezzi paurosi per dolori estremi:  sono le  armi che usano con maestria e  ferocia quando vengono a contatto con il nemico. Celebri anche per i tremendi saccheggi; quando prendono Roma nel 1527 la rivoltano con il ferro e il fuoco. Nel fracasso adrenalinico della pugna, mentre sui bastioni e nelle brecce c’è l’immane rissa tra attaccanti e difensori, un manipolo di quei demoni riesce ad entrare in città tramite una finestra di una cantina nascosta nelle mura e aprire il passaggio al resto delle truppe. Eccitati dalla vittoria, dall’odio verso il papa, dalla paga mancata, dal vino saccheggiato, si abbandonano alla razzia e al sangue. Massacrano le guardie svizzere. Stuprano donne di qualsiasi età e ceto. Sgozzano preti. Trascinano le suore nei bordelli. Trucidano e rapinano ovunque, nei palazzi, nelle case, nelle chiese. Mattanza romana.

Le Bande Nere. Nel 1521 quando il papa Leone X, zio di Giovanni, muore, le truppe listano a lutto le insegne. Dai colori bianco e violetto si passa al nero dando a quel piccolo ma agguerritissimo esercito mercenario un’immagine tenebrosa. Ninja italiani, vestiti di buio, attaccano nell’oscurità. Durante le guerre i soldati di Giovanni sono abilissimi nella tecnica dello “sciame d’api contro l’orso”, ovvero si tratta di colpire con velocità il nemico in marcia, spesso molto più grande in numero, per poi ritirarsi lesti. Una tecnica di guerriglia che è raffinata perché si attacca di giorno e di notte, con rapidità, retrovie, depositi, reggimenti isolati, prima che gli avversari possano capire cosa diavolo sta arrivandogli contro e dunque organizzarsi in una battaglia campale tradizionale. Api che pungono un orso, ovunque, e che non possono essere afferrate. Gli uomini delle Bande Nere son quasi tutti italiani, a quel tempo sono i migliori di tutti, soldati di ventura di alto livello militare, truppa senza dubbio d’elite, temuti, leggendari. Chi li vuol assoldare, sappia che costano molti ducati. Tra loro avventurieri, malavitosi, nobili decaduti, poeti falliti, contadini in cerca di vendetta sociale, disoccupati attirati dal luccichio delle monete d’oro, violenti per nascita, stupratori seriali, antieroi rinascimentali. Sono tenuti assieme da una ferrea disciplina, per chi diserta c’è la forca, per chi tradisce ci sono le picche. Dal “Dizionario militare italiano” di Giuseppe Grassi (Torino, 1817) – volume III, “passar per le picche: pena capitale, nella quale il reo, passando tra due file di soldati con le picche basse, veniva da essi a colpi di picca levato di vita”. Sparano con i migliori archibugi sia i fanti da terra che i Dragoni da cavallo, son veloci e spietati, sono la compagnia di ventura di Giovanni dalle Bande Nere.

 

Ritorno sulla scena:

Governolo, 25 novembre. La retroguardia lanzi è asserragliata intorno alla fornace, comandata personalmente dal comandante Von Frundsberg. Il tedesco a cavallo si avvicina a Giovanni, anche lui sul suo destriero. I due si guardano negli occhi, si lanciano saette di sfida con gli sguardi, e si salutano con un cenno. Poi, scoppia il pandemonio. Cariche di cavalleria e contrattacchi di quadrati di fanteria, che gran baccano di urla, di corazze che cozzano tra loro, di scoppi e fumo! I lanzichenecchi, appostati dietro il muro della fornace lavorano di archibugio. Intanto, viene dato l’ordine agli artiglieri di sparare con i falconetti. Nonostante i cannoncini semino morte tra le Bande Nere, Giovanni sprona gli uomini, decisi a non mollare il campo. Ma una palla di cannone gli maciulla la gamba destra e gli sbriciola lo stinco. La ferita è gravissima, incancrenita; il chirurgo ebreo Abramo Ariè, medico personale di Federico II di Gonzanga, tenta una drastica amputazione, ma è inutile, la setticemia viaggia infetta lungo il corpo febbricitante. Anche in quelle sue ultime ore di dolore, il condottiero si mostra allo spettatore della Storia allo stesso modo in cui si è mostrato in tutta la vita sua: temerario. Ariè ordina agli ufficiali che accompagnano il comandante di tenerlo fermo per l’operazione di mutilazione, una cosa che a noi moderni fa accapponare la pelle al sol pensiero, nessuna anestesia, e quegli attrezzi terribili, seghe e coltellacci, un pezzetto di corda da mordere, mentre il chirurgo-macellaio trancia; non è solo dolore fisico, si va oltre, è un male che ti blocca il cuore.

“Che almeno dieci uomini lo tengano fermo.”  Dice il medico.

“Neanco venti mi terrebbero.” Parla sorridendo Giovanni di Giovanni de’ Medici e afferra il candelabro al lato del letto e se lo porta verso la gamba in putrefazione, a far luce.

“Tagliate!”

Giovanni muore il 30 novembre 1526, aveva ventotto anni. Appena ventotto anni! Così giovane e già così temuto e rispettato in Europa intera. Giovanni si spegne, il mito s’accende. A Roma, il papa trema.

“A noi, a noi, a noi, squadre e bandiere, viva Giovanni dalle Bande Nere.”