La Storia, quasi come una crudele e sadica divinità greca, spesso e volentieri si diverte ad attribuire il peso di decisioni decisive a spalle troppo poco larghe, inadatte a reggere conseguenze sì tanto grandi. A quel malcapitato, vittima sfortunata della sorte e degli eventi, non resta che subire e sperare e pregare il Cielo: o il lauro trionfante della Vittoria o la polvere e il sangue della rovina.

In combutta con il Fato, o forse a servizio di quest’ultimo, gli elementi tutti della Natura collaborano proficuamente: gli uomini, anche se del livello del duca di Wellington, possono essere battuti in uno scontro alla pari, la pioggia e la nebbia no. E piove come fosse inverno in questa gelida pianura di Waterloo, brutta e scialba e brulla. Tra tre giorni Primavera cederà il posto a Estate, eppure nulla sembra presagire il caldo e il sole della bella stagione.

I fanti eroici dell’ultima Grand Armee, i baffuti veterani della Vecchia Guardia, gli splendidi Courassiers, hanno passato una nottata all’addiaccio, fradici e infreddoliti. I più giovani non hanno nemmeno vent’anni, sono figli naturali dell’Ottantanove e della Rivoluzione, del Consolato e dell’Impero. E’ la generazione di Napoleone, a cui la Marsigliese ha fatto da ninna nanna. Oggi, alba del 18 giugno 1815, combatteranno e moriranno per la vita e la morte della Francia, così come da quasi due decenni generazioni d’europei fanno per evitare o coronare il sogno di grandeur sul Vecchio Continente.

Il Corso ha già vinto a Ligny i prussiani, ma non l’ha battuti definitivamente. Sa che per trionfare deve combattere separatamente gl’eserciti di Von Blucher e Wellington. L’eventuale unione dei due tronconi in un’unica grande Armata sarebbe fatale: divide et impera, ora più che mai. All’uopo ha comandato al Maresciallo Grouchy di inseguire i vinti di Ligny, impegnarli in uno scontro ed evitare ad ogni costo l’aggancio di costoro ai reggimenti di Sua Maestà il Re d’Inghilterra. Grouchy ha accettato, ed è partito alla testa di un terzo dell’intera forza napoleonica. E’ un buon diavolo, ultimo dei 26 Marescialli di Francia nominati dall’Imperatore, reduce della Vandea, della Russia, è un ottimo gregario, ligio agli ordini e fedele alla gerarchia. Non ha, però, la stoffa eroica di Ney o il coraggio leggendario di Murat. Del resto, era il più affidabile dei superstiti. L’ordine firmato dal pugno di Bonaparte è chiaro: avvicinarsi a lui andando a Wavre. Fino a nuova comunicazione, questo è il compito.

18 giugno: pochi giorni possono vantare d’aver influenzato in maniera fondamentale il destino d’un secolo.

Alle 9 il Sole è riapparso, seppur in tono minore rispetto al poderoso riverbero di Austerlitz. Cosa insolita, la battaglia comincia tardi, alle 11. Prima, per l’ultima, splendida volta le gloriose insegne dei reggimenti della Grand Armee hanno salutato riverenti il loro Imperatore. L’entusiasmo dei soldati, giovani e veterani, è alle stelle. Bramano di combattere, impossessati dal furor che tante volte ha acciuffato la Vittoria, da Marengo a Jena, dalle Piramidi alla Polonia.

I cannoni, severi e grevi, aprono la sinfonia di morte come grandi tamburi d’orchestra: spazzano i quadrati inglesi abbarbicati sulle alture del Monte Saint-Jean, con un vigore tale da far sentire il brontolio a chilometri di distanza, fino alla colonna di Grouchy.

Dei prussiani nessuna traccia, dopo giorni d’inseguimento duro e faticoso. Da lontano, però, si sente da un po’ il lamento borbottante del fuoco d’artiglieria. Pensieroso, il vecchio Maresciallo convoca un Consiglio di Guerra improvvisato. Tra i volti tirati e lucidi di sudore, spicca lo sguardo deciso e tagliente del vicecomandante Alons Gerard: “Il faut marcher au cannon!” grida, quasi disperato. Distano 18 chilometri dal campo di battaglia, possono sfruttare l’effetto sorpresa e cogliere d’infilata le giubbe rosse albioniche. Gran parte degli ufficiali condivide l’esortazione di Gerard, forse consci del momento fatale in cui la Storia li ha posti. Di nuovo, quasi a inviare una supplica a Dio “Il faut marcher au cannon!”

A Grouchy l’ultima parola, e la decisione definitiva: prova disumana, sfida Titanica offerta dalla Storia, grave e impassibile, a un uomo cui né il Genio né la Fortuna sono amici. Vuoto e solo, l’animo del povero Maresciallo è quello di soldato, avvezzo alla disciplina e alla gerarchia. L’ordine di Napoleone è chiaro e non può essere discusso, sarebbe insubordinazione.“La colonna continua la sua marcia!” dichiara imperioso. Gerard, ostinato, non si arrende e chiede almeno il permesso di distaccarsi e andare a controllare le sorti del cannoneggiamento. Il Fato, forse commosso, concede al vecchio Maresciallo l’ultima, decisiva possibilità di grandezza: cavalcando follemente, in meno di due ore il suo vice potrebbe riferire degli avvenimenti e chiarire il fosco quadro degli eventi di quel contorto 18 giugno 1815. Potrebbe, e non può.

“Un ordine è un ordine, permesso negato! Riprendere la marcia!”

Più che un comando, è una resa ai voluttuosi disegni della Storia. Il resto è noto, eternato da cronache magnifiche di penne superbe. Napoleone, ad un passo dal trionfo, rovina per l’intervento dei prussiani di Von Blucher, Wellington batte l’odiato rivale, mentre ignaro degli sviluppi Grouchy attende ordini a Wavre, inutile meta finale del suo tragico esodo, da un Comandante e da un Esercito che non esistono più. Il Maresciallo di Francia Emmanuel de Grouchy, modesto nel possibile momento della Gloria, sarà grande nella sconfitta, riuscendo a riportare, sani e salvi, gli uomini e i labari e le insegne di un mondo sconfitto al sicuro in una Patria che lo vorrà presto dimenticare.