Il 10 giugno del 1940, in un pomeriggio di sole e caldo, la gran parte degli Italiani, invece di godersi una bella giornata di inizio Estate, si ritrovò nelle piazze di tutta la Nazione per ascoltare, alle ore 18, un importantissimo discorso del Duce. I giornali erano da un paio di giorni stracolmi di racconti e cronache sulla poderosa avanzata della Wermacht in Belgio, Olanda e Francia: la Blitzkrieg aveva piegato la sclerotica difesa francese, affidata alla Linea Maginot, lanciando i panzer a tutta velocità verso Parigi. Mentre gli Stukas facevano strame delle armate franco-inglesi, l’Italia, alleata del Reich, assisteva al gigantesco scontro dalla placida posizione di non belligeranza. Se nel settembre 1939 nessuno, o quasi, voleva la guerra, in seguito ai trionfi in Polonia e Novergia, all’apparente invincibilità delle armi hitleriane, gli italiani erano divenuti, in stragrande maggioranza, interventisti convinti. Dall’operaio al Re, tutti erano convinti della necessità di approfittare della potenza dell’alleato per soddisfare, con poca fatica, le rivendicazioni Italiane. Mussolini, dalla sala del Mappamondo di Palazzo Venezia, meditava la fatale decisione, incerto se scommettere, da provetto giocatore d’azzardo quale era, sul cavallo tedesco o su quello inglese. Per tutto l’inverno, il suo comportamento nei riguardi dell’Asse Roma-Berlino era stato scostante: fu tentato più volte di rompere l’alleanza e passare, armi e bagagli, dalla parte degli Alleati. D’altronde, il fiuto politico non gli mancava: il 3 gennaio aveva scritto a Hitler. …Sono (profondamente) convinto che la Gran Bretagna (e la Francia) non riusciranno mai a fare capitolare la vostra Germania aiutata dall’Italia, ma non è sicuro che si riesca a mettere in ginocchio gli alleati franco-inglesi senza sacrifici  sproporzionati agli obiettivi. Gli Stati Uniti non permetterebbero una totale disfatta delle democrazie. Gli imperi crollano per difetto di statica interna e gli urti dall’esterno possono consolidarli“.

Le perplessità sono politiche e, soprattutto, militari: le Forze Armate italiane sono impreparate, esauste da cinque anni di sforzi, prima in Etiopia, poi in Spagna e in Albania. Carenti in addestramento, equipaggiamento e materiali, non possono impegnarsi in una guerra che si prefigura impegnativa e faticosa. Mussolini lo sa: mal consigliato dai vertici del Regio Esercito (Badoglio su tutti), rompe gli indugi alla fine del maggio. L’operazione tedesca contro il Belgio e la Francia lascia tutti meravigliati: in meno di venti giorni, l’Invasione è completata con un successo senza precedenti. A nulla vale la disperata lettera che Winston Churchill, nuovo Primo Ministro inglese, invia a Palazzo Venezia, il 16 maggio: come in tante date cruciali della sua vita e del “suo” Fascismo, Mussolini bluffa, puntando tutto sulla fiche germanica. La Francia è sull’orlo dell’abisso, l’Inghilterra, rimasta sola, non avrà più voglia di morire per Danzica: basterà un pugno di morti per sedersi, da vincitore, al tavolo della pace. La guerra sarà breve, e finirà, al più, a settembre. Il dado è tratto: alle 18 del 10 giugno, in divisa da Caporale d’onore della Milizia,  dal noto balcone, Mussolini, in una delle ore decisive della storia d’Italia, sfodera l’usuale ars oratoria per annunciare al Mondo che l’Italia, per la quinta volta in quarant’anni, è in guerra. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee“.

Il bluff, tante volte riuscito, fallirà nel momento cruciale. Tra mille difficoltà, la condotta bellica italiana vedrà l’eroismo dei fanti e il fallimento dei quadri dirigenti. Poche glorie, molte sconfitte ignominose, fino al dramma dell’8 settembre. Il Fascismo nato nelle sanguinose trincee della Grande Guerra troverà la sua morte violenta nella Seconda Guerra Mondiale, in un crudele ritorno nietzschiano. Col senno di poi, risulta facile notare la grandezza dell’errore mussoliniano. In realtà, quella decisione fu avallata da milioni di italiani, in buona o cattiva fede, fascisti o antifascisti, abbagliati dal mito della vittoria facile a costi irrisori: tipicamente italiano, il ragionamento furbo comportò una scia di violenza e morte terrificante. La fornace bellica triturò vent’anni di Regime, esasperandone le idee e le tensioni fino al crepuscolo di Salò, segnando indelebilmente il popolo italiano. La guerra fascista vide, alfine, il trionfo dell’antifascismo: chi l’avrebbe detto, in quel caldo pomeriggio di giugno.