Intorno al 300 a.C., in Grecia, in un periodo storico caratterizzato da forti mutamenti socio-politici, destinati a modificare il modo stesso di interpretare l’esistere e porsi rispetto alla vita e all’etica, sorge una dottrina filosofica (ispiratasi, in parte, al socratismo del V secolo,  in parte al cinismo e, parzialmente, anche al pensiero di Eraclito), che influenzerà corsi di pensiero successivi. Questa dottrina di pensiero (per la natura stessa dei suoi contenuti), riuscirà a riscuotere un certo consenso nel contesto culturale della Roma repubblicana, coniugandosi adeguatamente con le strutture socio-politiche del tempo e con l’antropologia dell’uomo romano dell’epoca (il cittadino guerriero, spiritualmente forte, virile, determinato e moralmente retto). È la filosofia stoica, fondata da Zenone di Cizio, un pensatore proveniente dall’isola di Cipro, dalle antiche origini Fenice. Quest’uomo, ch’ebbe modo di conoscere la filosofia di Socrate (mediante alcuni autorevoli insegnanti) e di apprendere gli insegnamenti del cinico Cratete, nel IV secolo a.C., fondò la “Stoa”, una scuola di pensiero che prese il nome dalla cosiddetta “Stoá pecìle”, un portico ateniese sotto il quale il nostro era solito intraprendere le sue lezioni. Lo stoicismo, sviluppava il suo discorso filosofico a partire da una concezione tripartita dell’intero impianto filosofico, ovvero come agglomerato di tre ambiti disciplinari differenti: La logica (dottrina volta ad analizzare i legami razionali tra i pensieri e del linguaggio), la fisica (dottrina che analizza la fisicità, appunto, dell’universo) ed, infine, l’etica (l’interrogativo intorno al comportamento umano). Secondo l’impalcatura concettuale del sistema stoico, le prime due discipline sarebbero funzionali alla conoscenza della giusta etica umana, in quanto comportamento umano pratico volto ad indirizzare l’uomo verso il fine ultimo della sua esistenza: la felicità (L imperturbabilità  dello spirito). Il tema della felicità come fine ultimo del vivere umano, è di profonda centralità nel panorama etico-politico del pensiero antico (Socrate, Platone ed Aristotele stessi, ma soprattutto l’epicureismo, pongono la questione della felicità come fine ultimo del comportamento umano).

Nel panorama d’analisi stoico, l’universo (riprendendo molti aspetti del pensiero di Eraclito, in questo senso), è un concatenarsi di leggi, norme e relazioni ed il mezzo necessario al compimento del fine ultimo del vivere umano è, dunque, la conoscenza di tali rapporti (la capacità di saperli dominare, comportandosi  in relazione a tali leggi cosmiche). Lo strumento umano in grado di coglierle, altro non è che la ragione. Perciò, il modello di riferimento del pensatore stoico è il saggio imperturbabile (riprendendo, in tal senso, il pensiero di Socrate) che, annullando la propria interdipendenza rispetto alle proprie passioni (in grado di deviare il proprio corso etico) domina con forza le stesse, e si pone come padrone incontrastato di se stesso e del cosmo intero. Il saggio stoico è l’uomo che riesce ad essere obiettivo dinnanzi le cose, non lasciandosi sottomettere dal potere deviante e degradante del vizio (dei desideri della carne), che conosce la virtù e sa come applicarla. È l’uomo che persegue, contro l’eccesso, l’abuso e l’estremismo, l’equilibrio, il giusto mezzo, la misura e la compostezza. Per questo, il pensiero stoico appare come irresistibile all’uomo romano, in quanto, in qualche modo, si sposa profondamente con una morale di tipo guerriero (fondata sui valori della forza fisica ma anche interiore, dell’equilibrio, della disciplina, dell’auto-disciplina e della virtù e della capacità di dominare le pulsioni di tipo negativo, rimanendo lucidi e razionali sul campo di  battaglia).

Il saggio stoico, sapendo dominare le passioni, è, dunque, capace inoltre di superare il dolore e la fatica, ponendosi al di sopra di esso. Inoltre, la società romana repubblicana pre-imperiale, è una società fondata ancora sugli antichi principi del legame tra gli uomini e la terra, del pragmatismo e della concretezza, contro l’orpello, il superfluo, la dismisura. È una cultura che vede nel limite e nell’ordine razionale valori degni d’essere perseguiti e di indirizzare le cose, contro la decadente opposta barbarie del caos e dell’irrazionalità. Questo modo d’intendere le cose, di impostare la vita, secondo alcuni storici, è uno tra i principali punti di forza della società romana, che gli ha permesso di risplendere sul mondo  conosciuto fino ad allora ed inoltre di rendersi autorevolmente padrona incontrastata per un certo periodo di tempo. Il declino di Roma, infatti, è incominciato quando sono penetrati nella società e nelle coscienze collettive nuovi valori e nuovi costumi e quando la morale della virtù e della severità austera, ha lasciato lo spazio ad una morale meno rigida. Quando i costumi dell’uomo romano hanno iniziato ad ingentilirsi e a scomporsi entro una logica etica maggiormente lasciva e lussuriosa (indubbiamente, queste non sono le uniche ragioni del crollo dell’Impero romano d’Occidente). Quel che è noto è che il pensiero stoico si inseriva alla perfezione nelle strutture immaginarie del mito del fiero ed audace uomo latino, coraggioso e dinamico, contro la mollezza del costume e l’etica del vizio.