di Marco Masini

Dopo la sbornia post-referendaria e dopo i capogiri provocati dalla Brexit, dai bellimbusti della democrazia part-time che pontificano, gazzette alla mano, contro l’inammissibile “abuso di democrazia”, dai giovani Erasmus ormai orfani dal cosmopolitismo da friggitoria, forse è arrivato il momento per far lievitare la discussione, nel tentativo di spendere qualche argomentazione che possa animare un dibattito ormai incartapecorito dalla miope partigianeria, puntualmente esiziale. Il Regno Unito, bestemmia par excellance per i tromboni dell’orgiastico “tutti insieme è meglio”, non è mai stato in Europa. Gl’inglesi sono diversi. Una diversità che non va rintracciata esclusivamente nelle snobistiche difformità degli usi e dei costumi: la loro è anzitutto una diversità che proviene da lontano, dalla storia intersecatasi con la geomorfologia di quei luoghi che ne hanno ispirato persino il pensiero e la morale. Sedimentazioni ed incrostazioni che non si fermano alla diversità della guida a sinistra, alla presa della corrente o ai curiosi sistemi di pesi e di misure, ma tirano in ballo rigurgiti atavici che pertengono a quella “storia degli uomini nel tempo”, per dirla con Bloch, che trascende il presente e il contingente. La stessa storia che, seppur costantemente in fieri, conserva spesso anche incavate radici, “profondità marine” e “ritorni insistenti”.

Se ci si mette allora di sbieco, in una sorta di prospettiva mediana tra l’apollineo formale e la risacca del dionisiaco, si potrebbe addirittura scoprire che l’intera storia inglese è costellata da anomalie che ne compongono però la specificità. Nel 1534, ad esempio, con un capriccioso “atto di supremazia”, Enrico VIII disse no al Papa e alla Chiesa Romana, creando per scrupolo personale una chiesa tutta nuova, quella anglicana che esiste tuttora. Ma forse dobbiamo sbirciare un pochino più a fondo, considerando quella “storia immobile” che non cambia ad ogni starnuto del tempo, se vogliamo davvero tentare di comprendere le caratteristiche profonde dell’Inghilterra e del suo caleidoscopico non-popolo senza scadere nel retorico luogo comune (romani, angli, sassoni, danesi, normanni, dai re plantageneti francesi all’odierna casata d’Hannover). Lasciando gli annali e le cronache ai ragionieri della storia, forse è meglio concentrarsi sul loro fisiologico retaggio di isolani (“ogni inglese è un’isola”, affermava Novalis), per nominare la più palmate tra le peculiarità che hanno “climatizzato” gl’individui sino a tratteggiare i contorni dell’homo british. Quell’ontologia da isolani che ha lentamente ma inesorabilmente condizionato la morale degli inglesi, influenzando persino la formazione del loro rapporto con l’altero, con l’esterno, con l’altro da sé. Confinati inevitabilmente nel naturale limen delle loro lattee scogliere, questo isolamento coatto ha infatti prodotto, di risulta, anche la pressione, la spinta per uscire dalla propria scollata cattività. La tipicità caratterizzante dei commerci e dell’imperialismo verso ciò che è altero non nasce quindi per caso. La propulsione colonizzatrice britannica fiorisce soprattutto da questo essere perennemente sospesi tra la voglia di specificità e il desiderio di aprirsi verso il mondo, tra frattura e cerniera, fra la madrepatria e il mare, fra la loro identità e l’apertura “mondante”: “nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.

Una “splendid isolation”, come disse Lord Goschen, ma da esportatori e da commercianti (per Napoleone: “l’Inghilterra è una nazione di bottegai”). Uno spirito imperialista che, a differenza dello statalismo accentratore di stampo francese, lasciava forte autonomia, negli usi e nei costumi, ai popoli assoggettati (in India non toccarono le caste e nel breve periodo sudafricano lasciarono che i boeri continuassero a trattare i nativi come “mezzi demoni”, in virtù del dogma ultra-pragmatico che sottende l’agire di ogni inglese bennato: la convenienza, il tornaconto economico e affaristico. In fondo “la massima del popolo inglese è: “business as usual”, ammetteva candidamente Churchill, strizzando l’occhio alla futuribile City delle torri e dei grafici). Una tendenza imperialista, quella declinata al british, anomala. Incapace di essere autonoma e forte di suo, sembra anzi avere bisogno di appoggiarsi costantemente ad altri, ai popoli indigeni, per dominare e dominarli. Priva di ogni qualsivoglia personalità che non sia quella rudimentale dell’utilitarismo simil-calvinista, quella che pretende di misurare la felicità ed il denaro riducendo entrambi agli stessi termini quantitativi, gl’inglesi hanno trovato che quel pragmatismo era il miglior sistema di pensiero per assecondare l’unico idola che sembra determinare il loro agire: il senso per gli affari (nella fattispecie: “no taxation without rapresentation” potevano appunto dirlo solo un barone che chiese al plantageneto la Magna Charta Libertatum o un colono americano imbottito di puritanesimo bacchettone). Imprigionati in un’aporia che assume i contorni di un ossimoro inestricabile, quello di essere contemporaneamente isolani e commercianti, l’Inghilterra non ha mai cercato – e non cerca – popoli da e-ducare, ardite astrazioni concettuali o “illuministici” slanci ideali. (è bizzarro, ma quel sismografo di Zarathustra, capace di avvertire anche le minime vibrazioni, colse l’ondivago rapporto tra solitudine e cosmopolitismo che si potrebbe applicare anche all’”inglesità”: “laddove finisce la solitudine, là comincia il mercato”).

Inutile pertanto rievocare l’eco del discorso ideato da uno dei padri fondatori dell’Europa, Jean Monnet, e pronunciato nel 1950 da Schuman, ove ci si riferiva a Carlo Magno quale primo ispiratore di un’abbozzata unitarietà europea, se si vuole mostrare quanto l’Inghilterra non appartenga all’“europa” del Sacro Romano Impero e dei kernland. L’Inghilterra predilige gli spazi aperti, oceanici, e non le anguste paludi, o i provincialismi degl’immanicati a cui sembra piacere fornicare col potere bizantino dei burocrati imparruccati e dei tecnocrati piantagrane. Se ne accorse già l’arguzia del Generale De Gaulle in tempi non sospetti: “ogni volta che l’Inghilterra dovrà scegliere tra Europa e mare aperto, sceglierà il mare aperto”. Perché l’Europa continentale è affascinante, ma con l’ex colonia atlantica di Roosevelt si possono, ancora oggi, fare degli ottimi affari.