di Gianluca Giansanti

Nella moderna dialettica politica italiana, così come nel semplice vissuto quotidiano, spicca una legge imperativa ed inattaccabile: applicare sempre e comunque la damnatio memoriae riguardante il Fascismo, la sua Storia, le sue figure. Trattare di Fascismo in Italia, alla luce di tale direttive, è risultato e risulta opera assai perigliosa; eppure se assumiamo per vero l’antico brocardo che vede la Storia come lux veritatis e magistra vitae, ci è inevitabile tentare un’analisi obiettiva e fattiva di quello che è stata una delle fondamenta del movimento mussoliniano, un’analisi che vada oltre ogni fraintendimento possibile. Radice, indegnamente negletta, a cui schiere di giovani attinsero per rinfocolare le loro speranze rivoluzionarie: il mito dell’italiano nuovo.

Tale mito, anche quando si richiamava alla romanità, non aveva assolutamente nulla di tradizionalista o reazionario,ma, al contrario, era assolutamente informato alla modernità nel suo senso innovatore e rivoluzionario. La costruzione dell’italiano nuovo era associato, infatti, a quello che Emilio Gentile chiama “mito della conquista della modernità”, intesa come aspirazione della nazione italiana a raggiungere, eguagliare ,ed infine, superare gli Stati più sviluppati e progrediti. Non è semplice individuare l’origine di queste convinzioni: dai patrioti del Risorgimento italiano, ai movimenti novecenteschi come quello nazionalista-imperialista, il gruppo degli intellettuali della “Voce”, il futurismo di F.T. Marinetti, le varie correnti del radicalismo nazionale; tutti condivisero il mito palingenetico e lo trasformarono in un mirabolante disegno rivoluzionario che mirava a pervadere la sfera spirituale, culturale e politica, nel tentativo ultimo di frantumare definitivamente il regime liberale, povera e misera cosa se posta al confronto con gli ideali di grandeur e di modernità vagheggiati dai veri ed unici patrioti.

Movimento contro inerzia, giovinezza contro senile demenza, azione contro l’immobilismo parlamentare: l’intervento nella prima guerra mondiale fu percepito da molti come una tappa necessaria per la definitiva rigenerazione delle genti italiane attraverso “l’igienico fuoco della guerra”. Nelle trincee  doveva celebrarsi il ringiovanimento nazionale, rinnovamento eroico, coinvolgente  non solo l’assetto economico-produttivo e sociale, ma anche la cultura, la mentalità e lo stesso carattere degli italiani. La figura antesignana da cui fiorì l’idea fascista dell’uomo nuovo fu, dunque, il combattente della Grande Guerra, tornato a casa con la consapevolezza che ogni singolo momento posto a servizio della nazione non era trascorso invano, ma era stato bensì preludio al proseguimento della lotta contro i nemici interni, prima di poter finalmente avviare la tanto agognata opera di rigenerazione.

L’uomo delle squadre d’azione, il menefreghista, era il primo, grezzo prodotto dell’Italiano d’acciaio: uno zelota al servizio della patria, unicamente dedito al culto fascista, esempio chiarissimo di virtuosità, virilità e civiltà, un giovane miles audace e coraggioso, pronto alla violenza perché non indebolito da alcuna forma di sentimentalismo, umanitarismo o tolleranza. Lo squadrista doveva essere la trasposizione nella realtà del mito della giovinezza e della vitalità fascista contrapposto alla vetusta viltà dell’uomo borghese, liberale e democratico, fiacco, vinto, scettico e spento, odiato perché reputato dubbioso, pavido, tollerante, ipocrita, senza alcuna volontà d’azione. In punta di manganello veniva operata una sintesi perfetta delle idee di Nietzsche, Pareto, Le Bon, Sorel, dei critici della scienza e dei profeti del tramonto dell’Occidente. Le disumanità del primo conflitto mondiale avevano profondamente cambiato il pensiero filosofico europeo, squassato e incredulo di fronte al massacro di sangue e morte celebrato nel seno del Vecchio Continente. Non era più fattibile, dopo milioni di morti, continuare a credere ciecamente all’idea del progresso infinito ed inarrestabile, della razionalità del senso della Storia, degli illimitati benefici apportati dall’industrializzazione e dalle conquiste tecniche e dallo sviluppo scientifico.

La diffidenza verso la bontà naturale dell’uomo, la concezione della storia come movimento senza progresso né direzione, l’esaltazione dell’istinto e del sentimento come le sorgenti più autentiche della personalità, il disprezzo del moralismo e dell’utilitarismo piccolo-borghese, stavano alla base dei primi fascisti, reduci della Grande Guerra, spesso ex-Arditi, scambiati per visionari quando ancora gli iscritti ai Fasci di Combattimento erano poche centinaia e il biennio rosso sembrava una tragica realtà in divenire. In realtà, è proprio tra il 1919 ed il 1920 che si raccoglie il nucleo originario, e classe dirigente e gregari, di uomini nuovi che innerverà l’intera struttura del Regime durante il Ventennio, segnando indissolubilmente con i propri valori e i propri miti, l’intera esperienza delll’era Fascista.