L’America Latina, da sempre alle prese con le ingerenze degli Stati Uniti e del loro pensiero economico, ha proprio per questo prodotto diverse analisi degne di nota per comprendere le dinamiche di potere internazionali. Marcelo Gullo, studioso argentino, è autore di una delle teorie più controverse e intriganti: quella dell’Insubordinazione fondante. Con questo termine si vuole indicare il momento storico in cui un paese si ribella ai precetti economici liberisti per garantirsi l’unica via per uno sviluppo autonomo: intervento statale e protezionismo economico, tali da stimolare e proteggere un solido settore industriale. Gullo intravede nel pensiero liberista un’arma ideologica di sfruttamento di alcune parti del pianeta da parte delle potenze egemoni (Inghilterra nell’800 e USA da metà ‘900 ad oggi) per bloccare l’indipendenza e i veri motori dello sviluppo economico di qualsiasi possibile rivale. «Impedendo tale sviluppo industriale, gli Stati subordinanti riescono anche ad assicurarsi un mercato permanente per le merci prodotte dalla propria industria» suggerisce ancora Gullo. Numerosi gli esempi storici in questo senso, dal ‘600 (pensiamo all’Atto di Navigazione inglese) fino alle attuali indicazioni di FMI, Banca Mondiale e WTO, dominati dagli States, in direzione di privatizzazioni e austerità.

Fatta questa premessa, si può azzardare un’applicazione di questa teoria delle relazioni internazionali al nostro paese. Dopo l’Unità, nonostante alcuni politici di valore, l’Italia rimase debole e marginale nel contesto europeo. Il trattamento subito al termine del conflitto ’15-‘18 (si rilegga in proposito «Il coinvolgimento italiano nella Prima Guerra Mondiale e la vittoria mutilata» di Michele Rallo) ne fu il plastico esempio. Una svolta arrivò solo nel dopoguerra, quando l’esperienza fascista si affermò progressivamente come la vera e propria Insubordinazione fondante italiana. Lo Stato, che si voleva Etico, assunse un ruolo decisivo, tanto che Mussolini arrivò a vantarsi che tre quarti delle imprese italiane dipendessero da questo. Simmenthal, Rinascente, Giotto, Olivetti, Moto Guzzi, Campari, Perugina, Gancia, Saiwa, Fabbri, Zucchi, Buffetti, Fiorucci, Farchioni, Lete, Sasso: alcuni esempi, ricordati su queste colonne da Guido Rossi, del fiorire industriale italiano nel Ventennio, aiutato da vasti programmi di spesa pubblica keynesiana. L’IRI fu il grande protagonista, al punto da diventare un esempio internazionale, assieme alla costruzione dello Stato corporativo alternativo al sistema capitalista. Nelle teorizzazioni più profonde di Berto Ricci, Ugo Spirito, Sergio Panunzio il liberismo veniva additato come nemico principale della civiltà e dello spirito mediterraneo e italiano. E proprio lo “strangolamento” inglese ai nostri danni nel Mare Nostrum fu una delle cause centrali che portarono al conflitto. Il filo rosso che dalla Carta del Lavoro del ’27 arrivò fino alla socializzazione delle imprese fu interrotto dalla rovinosa sconfitta in guerra, che pose fine ai sogni di gloria, indipendenza e Terza Via italiana.

Nel secondo dopoguerra, ricacciata nell’insubordinazione militare, politica e ideologica, l’Italia riuscì a garantirsi spazi di manovra autonoma grazie proprio agli istituti edificati dal fascismo, dall’IRI fino all’Agip (futuro ENI), passando per i colossi statali architrave del “welfare state” come INPS e INAIL. Amintore Fanfani, teorico corporativo nel Ventennio, fu un protagonista in continuità col suo passato, pensiamo al Piano casa o alle Partecipazioni statali. Nonostante questi spiragli sociali, dovuti anche alla paura sovietica che imponeva attenzione ai ceti meno abbienti, l’Italia rimase lontana dal riacquistare una “soglia di resistenza” (capacità di un’unità politica di poter determinare ciò che si fa nel proprio territorio) e “di potere” (forza minima di uno Stato per provare a partecipare alla costruzione dell’ordine internazionale), due categorie coniate da Gullo. Non a caso, venuto meno il “concorrente” sovietico, anche il nostro patrimonio industriale e sociale ha cominciato a cadere a pezzi, allontanando sempre più la possibilità di una nuova Insubordinazione fondante. Diventa allora vitale conferire il giusto peso alla costruzione corporativa del Ventennio, momento quasi unico di riscatto sociale e prestigio dello Stato, ancor oggi degno di studio. Di fronte all’attenzione che molti anti-liberisti di casa nostra conferiscono a esperienze spesso eterogenne, particolari e lontane (come quelle sudamericane) è più che mai colpevole lasciar da parte un tesoro che, al netto di errori e anacronismi, va da «Critica Fascista», Bombacci, «L’Universale» fino al “Lavoro come pedagogia rivoluzionaria” di Riccardo Del Giudice e Giuseppe Bottai. Un patrimonio inteso a segnare una via puramente italiana allo sviluppo economico e sociale.