«Non c’è nulla oggi nella nostra vita privata o pubblica che non sia direttamente o indirettamente influenzato da qualche movimento umano proveniente da questa zona».
Mark Sykes

L’inverno del 1915 non vide, come già il precedente, la fine della Grande Guerra. Il secondo Natale al fronte non presentava grandi novità: le trincee correvano su tutto il Vecchio Continente, Parigi era ancora sotto la minaccia delle armate del Kaiser, in Galizia i soldati russi e austriaci morivano a migliaia per il freddo, mentre le forze italiane sognavano Trieste e Trento sulle cime delle Alpi.
Chi non risentiva delle condizioni meteo era la diplomazia europea. Il lavorio delle cancellerie, che già aveva trascinato il mondo alle armi nel tragico luglio 1914, aveva ora come obiettivo la pianificazione del nuovo ordine mondiale: la Vittoria non poteva certo tardare, e per quel tempo trovarsi senza una linea d’azione sarebbe stato quantomeno imprudente.
Si spartivano dunque territori, si cambiavano nomi, si assoggettavano colonie smembrando imperi e stati nemici, in un risiko gigantesco quanto tragico. Tra questi divertissement  geopolitici risalta, per la sua importanza nelle sorti future del Medio Oriente e del mondo Arabo, l’accordo Sykes-Piquot, del marzo 1916.

Dato per scontato il trionfo dell’Intesa sul debole e decadente Impero Ottomano, Francia e Regno Unito s’accordarono, insieme alla Russia, per spartire i territori del Sultano in tre zone d’influenza. L’alleata Italia fu completamente ignorata, nonostante avesse anch’essa numerose ambizioni nel bacino orientale del Mediterraneo. In segreto venne deciso il destino di milioni di arabi, desiderosi di affrancarsi dall’odiato dominio turco e unirsi in un unico regno indipendente. Le illusioni panarabe, foraggiate dall’Intesa in chiave anti-ottomana, vennero demolite dalla spartizione franco-inglese della Mesopotamia e del Vicino Oriente, così determinate: Siria, Libano, la parte superiore dell’Irak e il confine meridionale turco alla Francia; tre quarti dell’Irak, la Giordania e la Palestina all’Inghilterra.
Del famoso regno arabo indipendente nessuna traccia. Come se non bastasse, col successivo atto inglese dell’anno seguente (Dichiarazione Balfour), veniva dato il via all’insediamento sionista in Palestina, aprendo la via al dramma palestinese. Nessuna considerazione delle aspirazioni locali, nessun rispetto delle tradizioni e della Storia: il lato più becero dell’imperialismo europeo si manifestava in tutta la sua tragica stupidità e arroganza.

Londra e Parigi, che già si erano spartite l’Africa e l’Estremo Oriente, entrarono in possesso di questi vasti e importantissimi territori, ricchi di risorse energetiche, vere cerniere strategiche tra Asia e Europa, Mediterraneo e Oceano Indiano.
Ai tavoli di Versailles, una volta finita la guerra, lo sbandierato principio di autodeterminazione dei popoli, utile a mutilare la vittoria italiana, non fu applicato per le grandi potenze. Con lo strumento fittizio dei mandati la Società delle Nazioni avallava l’asservimento coloniale sancito dagli accordi del 1916.

Dovrà venire un’altra guerra mondiale per affrancare questi popoli dal dominio economico-militare anglo-francese, definitivamente esautorato con le grandi nazionalizzazioni petrolifere degli anni Sessanta, quando il socialismo arabo sembrava finalmente permettere l’unione, nel segno della laicità e della giustizia sociale, del proprio mondo.
Cessata quella splendida ma effimera stagione, il fondamentalismo islamico, le responsabilità occidentali, la povertà e la miseria hanno nuovamente infiammato quella martoriata regione, che – è bene ricordarlo –  ha dato tanto alla civiltà umana.