Dopo il successo su Gneo Pompeo Magno, Gaio Giulio Cesare, in pochi anni, ottenne vittorie su vittorie, celebrando a Roma nel 46 a. C. ben quattro trionfi contemporaneamente. Dal 49 al 44 ricoprì per quattro volte il consolato, per cinque anni si fece nominare dittatore e per un periodo anche consul sine collega, ignorando, sulla scia dei suoi predecessori, i rigorosi limiti temporali delle cariche posti dalla costituzione. Tra il 45 e il 44, assumendo la dittatura a vita e facendosi attribuire alcune priorità dei tribuni della plebe (pur non essendo plebeo), come la sacrosanctitas e il diritto di intercessio, andò oltre. Di fatto, l’uomo lasciò il posto al Dio vivente. Tra l’altro, fece elevare un tempio alla Clementia Caesaris (per la clemenza dimostrata durante la guerra contro Pompeo), anche se non accettò mai l’incoronazione pubblica. O meglio, probabilmente l’avrebbe accettata solamente dopo la sua più grande impresa: la guerra contro i parti, per vendicare la disfatta di Carre, subita da Roma nel 53.

È in questo contesto, che va collocata la tragedia di Shakespeare, pubblicata nel 1599 e incentrata non tanto sul dictator, quanto su quel filius che è stato per lui Marco Bruto, massimo artefice (assieme ad altri repubblicani, come Caio Cassio, e a diversi storici sostenitori di Cesare) del “cesaricidio”, avvenuto il 15 marzo 44. Le Idi di marzo (così era chiamata la data nel calendario romano) sono il risultato dell’ascesa di un personaggio grandioso, capace di andare oltre ogni limite, ma proprio per questo, in una società non predisposta a vedere così tanto potere accentrato nelle mani di un solo uomo, destinato a perire. Cesare viene avvertito ripetutamente all’inizio del dramma del pericolo imminente («attento alle Idi di Marzo», profetizza l’indovino), ma sicuro della sua onnipotenza, decide di recarsi lo stesso in senato, dove verrà ucciso come il più normale tra gli uomini, già all’inizio del terzo atto. Come scrive Agostino Lombardo nell’Introduzione: «In quest’opera “romana” che poteva essere una celebrazione non vi sono eroi ma soltanto uomini […] Se non ci sono eroi, nel Giulio Cesare, è perché non ci sono certezze, non ci sono valori assoluti. Tutto passa e tutto cambia; i miti sorgono e decadono per essere sostituiti da altri che a loro volta crolleranno».

Un tema, quello della precarietà della vita, che sarà ripreso qualche anno più tardi nel Macbeth, ma che trova, nel sostrato storico, profondamente ambizioso, della tarda repubblica romana, il suo terreno ideale: «Che c’è in quel “Cesare”? – domanda Cassio a Bruto – Perché quel nome deve risuonare più del tuo?». Bruto, come rivela nella prima scena del secondo atto, non ha alcuna ragione personale per avversarlo, ma, temendo la sua futura possibile incoronazione, con il conseguente accentramento di maggiori poteri, sceglie di agire in nome del bene generale. Tuttavia, proprio questa dolorosa decisione lo porta a vivere male, in conflitto con se stesso, con “qualche male nella mente” (secondo le parole della sua amata Porzia). Quando l’atto è compiuto, però, Bruto lo difende, rivolgendosi al fedele cesariano Antonio: «Tu vedi soltanto le nostre mani e l’atto sanguinoso che abbiamo compiuto. I nostri cuori tu non li vedi. Essi sono pietosi; E la pietà per i torti fatti a Roma – come il fuoco scaccia il fuoco, così la pietà scaccia la pietà – ha compiuto questo atto nei confronti di Cesare». Ma il dramma psicologico di Bruto, così tanto moderno nella sua forma, è ben lungi dall’essere finito. Nella scena terza del quarto atto, il fantasma (figura shakespeariana per eccellenza) di Cesare gli si presenta davanti, promettendogli vendetta, che si concretizzerà, nella battaglia di Filippi, in cui, sconfitti da Antonio e Ottaviano, lui e Cassio si uccideranno. In punto di morte, Bruto rivela nuovamente il disagio con cui ha dovuto convivere: «Ora calmati, Cesare: io non ho ucciso te nemmeno per la metà così volentieri».

Secondo l’autorevolissimo storico Santo Mazzarino «l’euforia dei congiurati dopo la morte di Cesare durò meno di un giorno». La loro fine è parte della “feroce guerra civile”, predetta da Antonio nella tragedia, a seguito dell’uccisione di Cesare, che si concluderà solamente nel settembre del 31, con la decisiva vittoria di Ottaviano su Antonio (divenuti nemici) ad Azio. Tuttavia, per Shakespeare, il dramma non vuole essere solamente il racconto di una parabola della storia romana, ma anche un’occasione per meditare sulla condizione della sua Inghilterra, in balia dei problemi sociali, dovuti alla mancanza di eredi diretti ad Elisabetta (che morirà nel 1603), che avrebbero potuto determinare una guerra civile, simile a quella avvenuta a Roma, e che porteranno, poco più avanti, alla Rivoluzione puritana. Più in generale, è la riflessione attorno ad un nuovo tipo di uomo, all’interno di una realtà pienamente moderna, che trova in Bruto il suo predecessore, come sostenuto dalle parole di Lombardo: «Un mondo che l’uomo (e cioè l’uomo moderno) deve ormai affrontare con le proprie forze e al quale deve tentare di dare un significato senza appoggiarsi a un universo di dei o alla dantesca armonia che lo aveva sostenuto nel Medioevo e fino a qualche decennio prima. L’uomo copernicano, l’uomo della Riforma, l’uomo di Montaigne, di Bacone, di Giordano Bruno e di Galilei è solo con la propria ragione e la propria conoscenza e scienza: solo come Bruto di fronte al problema dell’uccisione di Cesare».