Il 4 novembre di 97 anni fa, alle ore 15, entrava in vigore l’armistizio tra il Regno d’Italia e l’Impero Austro-Ungarico: la fine delle ostilità veniva sancita dall’ingresso trionfale delle truppe italiane in Trento e Trieste, le due città irredente, tornate finalmente in seno alla Patria grazie alla Vittoria.
41 mesi, 1200 e passa giorni: tanto era durata la Guerra, Grande per definizione, unica e terribile, cesura fatale tra il lungo e splendido Ottocento e il breve Novecento. Foriera di nuovi e più grandi lutti, era tuttavia finalmente finita in quell’autunno di quasi cent’anni fa. Soprattutto, era stata vinta da quei lazzaroni mandolinisti degli Italiani: la strada che dall’Isonzo maledetto portava all’apoteosi assomigliava a un calvario allucinante.
Seicento-cinquanta-mila morti segnavano il sentiero; un milione (1.000.000) di feriti annunciavano la via; ogni irto monte del confine orientale era un Golgota, ogni pianura un cucito di trincee sanguinanti. Se a Caporetto si rischiò di perdere guerra e patria, sul Piave si celebrò a ritmo del cannone la fusione di cento province in una nazione e in un popolo. Un Impero plurisecolare cadeva sotto i colpi della fame e dei fanti, neri di fango e di ardimento. A Vittorio Veneto si schiusero le uova del trionfo, covate dalle imprese folli e geniali di d’Annunzio, Baracca, Rizzo, dai Reparti d’Assalto e dagli equipaggi dei MAS. Gli umili e miserevoli soldatini in grigioverde demolirono le resistenze asburgiche, sancendo, uniche nell’epopea bellica, la sconfitta inequivocabile del nemico sul terreno di battaglia.

Senza Vittorio Veneto il 1918 non sarebbe stato l’ultimo anno di guerra: la sconfitta austriaca trascinò con sé l’intera alleanza degli Imperi Centrali. Lo stesso Ludendorff ammise “Nell’ottobre 1918 ancora una volta sulla fronte italiana rintronò il colpo mortale. A Vittorio Veneto l’Austria non aveva perduto una battaglia, ma aveva perduto la guerra e sé stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina. Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto noi avremmo potuto, in unione d’armi con la monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza disperata per tutto l’inverno…”.

Un secolo, oramai, ci separa da quegli eventi. Se ci siamo liberati dalla becera retorica militarista, occorre, per onorare i caduti di tutti i fronti, affrancarci anche e soprattutto dal politicamente corretto e dal perbenismo antistorico. Manipolare la Storia, piegarla alle mode e alle storture del non-pensiero contemporaneo è vile e pericoloso: di sicuro, è il modo peggiore per ricordare il sacrificio di chi, piaccia o meno, combatté e vinse per ideali oggi negletti e derisi. Non sempre, purtroppo, siamo degni del passato.