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Tra tutti i temi trattati ed esplorati da Antonio Gramsci durante gli anni trascorsi nel carcere di Turi, quello dell’Americanismo rimane uno dei più interessanti e moderni. Disattendendo la dottrina della neostagnazione, la più influente all’interno dei movimenti marxisti e socialisti dell’epoca, egli introdusse questo concetto rivoluzionario con considerazioni che avrebbero dovuto mettere in guardia i maggiori esponenti dell’Internazionale Comunista sulle incredibili capacità di adattamento e sopravvivenza del sistema capitalistico, oramai da molti ritenuto in via di estinzione. Con il termine Americanismo, Gramsci allude ad una nuova fase del modo di produzione, una possibile soluzione alla crisi delineata da Marx con la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto. Il fenomeno, riconducibile alle esperienze del Fordismo e del Taylorismo, prevedeva l’organizzazione, la pianificazione e la razionalizzazione dell’intero assetto produttivo. Detto in altri termini, la razionalizzazione tecnica del processo lavorativo- divisione del lavoro-il progetto per una nuova organizzazione sociale e un conseguente allargamento della domanda, indotto dall’aumento dei salari, accompagnato parimenti da un allargamento dell’offerta tramite la produzione di massa.

La produzione in serie sviluppata da Henry Ford permise un vero boom automobilistico negli USA già all'alba degli anni Venti

La produzione in serie sviluppata da Henry Ford permise un vero boom automobilistico negli USA già all’alba degli anni Venti

Riflettendo proprio sulle cause e sulla natura stessa della crisi apertasi con la fine della Grande Guerra, Gramsci dedusse alcune conclusioni su quello che, a tutti gli effetti, si stava presentando come un allentamento della capacità del mercato di autoregolarsi: il cambiamento in atto era profondo e radicato, dovuto ad un coagulo di problemi pre-bellici che, a guerra terminata, erano stati amplificati. Dal punto di vista politico, i motivi della crisi rimandano ad un esaurirsi della funzione propulsiva della democrazia borghese, che aveva ormai assunto la forma di una “chiusura castale”.

Infine, dal punto di vista economico, la crisi era ovviamente dovuta alla dinamica negativa del saggio di profitto teorizzata dal Marx. Nei testi precedenti alla sua incarcerazione, le posizioni di Gramsci non differivano di molto rispetto alle usuali considerazioni degli ambienti marxisti dell’epoca, la cui convinzione della deriva catastrofica del capitalismo era ormai accettata come fatto oggettivo. Fu lo stesso Gramsci uno dei primi ad accorgersi che il capitalismo non era afflitto da una malattia terminale, ma stava altresì reagendo e creando nuovi anticorpi, divenendo in sostanza maturo.

L’idea che il capitalismo non stesse per esaurire il proprio “spirito”, come auspicato da Marx e dai suoi successori, destò molte perplessità nelle correnti socialiste più radicali e provocò un forte astio nei confronti di Gramsci da parte dello stesso establishment comunista.

La storia tuttavia, già pochi anni dopo, gli avrebbe dato ragione: il capitalismo non crollò e grazie all’elaborazione critica elaborata da John Maynard Keynes riuscì a potenziarsi ulteriormente. Di seguito l’attenzione di Gramsci si concentrò sulle modalità di applicazione dell’Americanismo in Europa. Ciò che riscontrò fu la mancanza di una condizione preliminare già presente negli Usa, quella che egli chiamavaComposizione demografica razionale, una condizione di totale assenza nella società di classi parassitarie. L’Italia non era esente da questo difetto: Gramsci definì come “malsana” la situazione della demografia italiana, in cui vigeva un rapporto sfavorevole tra la parte attiva e la parte passiva della società.

Lo Stato italiano per avviare un processo efficace di modernizzazione, secondo Gramsci, avrebbe dovuto razionalizzare, prima ancora della produzione, la struttura sociale del paese, estirpando le classi parassitarie, accusate di attingere il proprio sostentamento dalle classi produttive senza però produrre alcun tipo di risorsa.

All’interno della “classe dei parassiti non rientravano solo i disoccupati e i risparmiatori, ma tutta la media borghesia. Anch’essi, prelevando plusvalore senza produrre, bloccavano il processo di accumulazione. Gramsci distingue rispettivamente tra parassiti assoluti, i membri in generale del ceto medio, e i parassiti dei lavoratori, che egli identifica con la figura dei commercianti.

Il “discorso dei diaframmi” con cui Mussolini preannuncia la svolta dirigistica del Fascismo

La convinzione che l’avvento della modernizzazione dovesse obbligatoriamente passare per la razionalizzazione, e quindi per l’estinzione del parassitismo, era largamente condivisa anche da molti intellettuali fascisti che presero parte al dibattito corporativo, in special modo da Massimo Fovel, secondo cui, per ottenere un aumento del prodotto totale e un annullamento degli squilibri sociali dovuti alla mera rendita, non si poteva fare più affidamento sui meccanismi automatici del mercato ma si doveva ricorrere ad un sistema di interventi statali diretti, per avviare un “innesco industriale” e mantenere poi uno sviluppo dinamico dell’economia.

Il New Deal e la svolta dirigistica del Fascismo trovano notevoli punti di contatto, sintetizzati dal reciproco interesse dimostrato all'intorno del 1933 tra le due sponde dell'Oceano

Il New Deal e la svolta dirigistica del Fascismo trovano notevoli punti di contatto, sintetizzati dal reciproco interesse dimostrato all’intorno del 1933 tra le due sponde dell’Oceano

La concordanza di vedute tra Gramsci e un grande esponente del corporativismo fascista come Fovel non era per nulla casuale, come non lo erano le innumerevoli similitudini tra fenomeno corporativo e New Deal. Entrambi avevano, seppur secondo modalità differenti, la stessa finalità: il raggiungimento della modernizzazione dello Stato, dell’economia e della società. Le numerose attinenze tra i due fenomeni spinsero Gramsci ad accomunarli: in quest’ottica il corporativismo diviene una forma di “mimesi italiana” del modello d’Oltreoceano, per mezzo della quale le classi dominanti provano a preservare la propria egemonia e, nel medesimo tempo, tentano di approdare ad una svolta di modernizzazione. Poste le basi per la propria riflessione, Gramsci si pose una questione di non facile risoluzione: in quale misura il Fascismo (e quindi il corporativismo) non rappresenta solo un movimento reazionario opposto a quello operaio ma anche il mezzo per giungere ad una trasformazione dell’apparato produttivo, senza che però avvengano grandi stravolgimenti? Su questa domanda si sviluppò il proseguo della critica gramsciana sul corporativismo. Il carattere autoritario del regime fascista era innegabile, come era innegabile la propensione statalista che aveva oramai assunto la dottrina corporativista, sulla scia di Alfredo Rocco e Ugo Spirito. Pur non negando la dimensione di “polizia economica” propria del corporativismo, la quale si concretizzava nel planismo, nel controllo dei prezzi, dei dazi e della concorrenza, Gramsci ammetteva anche la presenza, più in potenza che in atto, di una componente razionalizzante. Non solo coercizione quindi, ma anche progresso.

La Carta del Lavoro del 21 Aprile 1927 segna il primo. tangibile riconoscimento delle istanze corporative del Regime

La Carta del Lavoro del 21 Aprile 1927 segna il primo. tangibile riconoscimento delle istanze corporative del Regime

Tuttavia egli dubitava che, nel breve periodo, il Fascismo sarebbe riuscito a trasformarsi da movimento coercitivo a progressista: questa evenienza era più una possibilità che una probabilità. Insomma, il fascismo era nato con un fine ben preciso: preservare l’egemonia della classe dominante davanti alle scosse rivoluzionarie dei movimenti progressisti. Aveva quindi, in primissimo luogo, un fine di polizia, inteso come “controllo” e “coercizione”, a livello politico quanto a livello economico. I vari obiettivi propagandati dal fascismo come l’abbassamento dei costi di produzione e l’aumento dei salari e dell’occupazione, non vengono bollati da Gramsci come “proclami demagogici” o come iniziative a favore dei lavoratori, ma come determinate richieste espresse dal mondo industriale. Gramsci osserva con particolare interesse l’aspetto reazionario del movimento, ma allo stesso tempo sottolinea anche le correnti, come i futuristi, che in seno al movimento spingevano verso trasformazioni in senso modernista.

Il Fascismo si pone quindi come un compromesso tra regresso e progresso, una Terza via che però, nonostante le buone premesse, finisce per tendere naturalmente più verso la reazione: tra sviluppo economico e necessità di evitare tensioni sociali, la priorità ricade in primis sull’attività coercitiva.

Ciononostante, è sbagliato pensare che il giudizio di Gramsci si esaurisca in questa direzione, poiché risulta in realtà molto più controverso. Esso si divide in due prospettive opposte, una “critico-dubitativa”, l’altra “speculativo-positiva”. Quello che a noi momentaneamente interessa è quello dubitativo. Nel “momento dubitativo”, ossia la fase in cui vengono ridimensionate le istanze e le proposte corporative, Gramsci è consapevole che le tendenze fordiste del corporativismo non sono rappresentative dell’intero dibattito. Egli anzi ne mette in luce quattro caratteristiche peculiari:

1) Anche assumendo che le teorie fordiste all’interno del corporativismo siano presenti e che il corporativismo sia dunque un “segno dei tempi”, come ama definirlo lo stesso Gramsci, bisogna però ammettere che esse sono, nel medesimo tempo, antagoniste nel dibattito. Le idee moderniste e fordiste sono, in altre parole, minoritarie e fortemente osteggiate all’interno del dibattito, dove la maggior parte del mondo intellettuale tende verso il conservatorismo.

2) Le modalità con cui vengono proposte ed esposte le teorie fordiste nel dibattito da alcuni intellettuali come Spirito e Volpicelli sono illusorie e incomplete. Gramsci arrivò a tacciare Ugo Spirito di “verbalismo ed astrattezza”.

3) La lentezza nella costituzione dell’apparato corporativo ha ormai degradato i progetti teorici ad ambiziose utopie.

4) Anche se, nel lungo periodo, si raggiungesse la piena realizzazione del sistema corporativo, ciò avrebbe solo implicazioni relative ( “valore relativo”). Il suo vero e unico valore è quello di creare speranze, più o meno illusorie, per la piccola borghesia unendole saltuariamente con cambiamenti effettivi, apporti di modernizzazione.

Il Fascismo invocò sempre la sua natura di Rivoluzione, in chiave antiborghese e "popolare" durante gli anni Trenta

Il Fascismo invocò sempre la sua natura di Rivoluzione, in chiave antiborghese e “popolare” durante gli anni Trenta

La retorica fascista propagandava il sopraggiungere di un nuovo moto rivoluzionario, alternativo a quello marxista, che avrebbe spazzato via il sistema capitalista: lo Stato Corporativo avrebbe espresso la realizzazione di questo moto rivoluzionario. Eppure Gramsci, portando alla luce i “difetti” del dibattito intellettuale attorno al corporativismo, aveva identificato i motivi dell’illusorietà delle promesse fasciste. Ciò valse alle istanze corporative, e al Fascismo in senso lato,  l’appellativo di “Rivoluzione Passiva”. Il corporativismo non è un’alternativa e vera terza via, ma parte integrante di un nuovo modello di capitalismo incline alle tendenze “razionalizzanti”. Nel tentativo di apportare trasformazioni alla struttura economica, il fascismo non modifica le gerarchie sociali vigenti; si trova dunque a dover mediare tra due istanze, attuando una forma di compromesso. Gramsci lo definisce “economia media”:

La rivoluzione passiva si verificherebbe nel fatto di trasformare la struttura economica “riformisticamente” da individualistica ad economia secondo un piano (economia diretta) e l’avvento di un “economia media” tra quella individualistica pura e quella secondo un piano in senso integrale, permetterebbe il passaggio a forme politiche e culturali più progredite senza cataclismi radicali e distruttivi in forma sterminatrice. Il “corporativismo” potrebbe essere o diventare, sviluppandosi, questa forma economica media di carattere “passivo”.

Il giudizio gramsciano, dunque, risulta in parte verificato dalla Storia. Se da un lato, infatti, le contraddizioni e i dubbi irrisolti della svolta “sociale” di Mussolini risulteranno esiziali al momento della prova suprema della guerra tradendo il mancato legame tra masse e Regime, dall’altro va pur detto che lo scheletro dirigistico ereditato dalla risorta Italia repubblicana (IRI, carattere pubblicistico del Credito, Partecipazioni Statali) costituirà le fondamenta essenziali per la ricostruzione ed il boom economico, segnando l’innegabile importanza- nel quadro generale del capitalismo keynesiano- dello Stato nel processo lavoristico e produttivo.