Fu l’inizio della fine. Le sirene d’allarme suonarono alle 5,20 del 24 giugno 1944. Nel Pacifico squassato dalla guerra, la fatica si sentiva ancor prima di combattere, e le notti erano passate in dormiveglia a causa del fragore dei bombardieri americani, che sfruttavano il buio per rilasciare tonnellate di esplosivi. A tutto ciò si aggiungeva un’aria irrespirabile, satura delle ceneri vulcaniche del terreno di Iwo Jima, potente isola-bastione a 760 miglia a sud di Tokyo. Le continue cascate di bombe costringevano i giapponesi nei rifugi anti-aerei, troppo spesso ricoveri di fortuna in buie e polverose caverne. Quella mattina, poi, le sentinelle avevano svegliato con il frastuono di padelle e tegami chi, fortunato, era talmente provato nel corpo e nella mente da riuscire a dormire. Un numero indefinito di aerei (forse decine, forse un centinaio) si dirigeva velocemente in direzione della base giapponese, accorciando in un battito d’ali le distanze – 60 miglia, riferivano gli operatori della stazione di avvistamento. Senza esitazione, i piloti giapponesi salirono sui caccia; i motori già rombavano sulle piste, prontamente messi in funzione dall’equipaggio di terra; il rullaggio, i mulinelli di polvere, la salita, e ottanta caccia sfrecciarono nei cieli orientali. A 4.000 metri di altezza le nuvole, in presenza compatta, suggerivano un quadro monocolore: da lassù, il grigio era il colore dominante. A giugno, in volo la pelle dei piloti era bruciata dal sole, perciò chi frequenta i cieli conosce i benefici del brutto tempo. Oltretutto, portava un privilegio ai difensori: sebbene non avessero idea di cosa si trovasse al di sopra del manto di nubi, sapevano che mai il nemico sopraelevato si sarebbe gettato in picchiata in direzione del sole accecante. Quali mosse attendersi dalla spavalderia statunitense? I sistemi radar giapponesi potevano indicare la posizione delle forze avversarie, ma non la quota, e tale svantaggio era aggravato dagli usi che gli aviatori nipponici sovente tenevano, ritenendo futili le comunicazioni aria-terra. Potevano invero contare su due fattori di straordinaria grandezza: il proprio indomito coraggio e il caccia Mitsubishi A6M.

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Mitsubishi A6M “Zero” in volo

La creatura di Jiro Orikoshi, capolavoro non solamente ingegneristico, bensì di vero e proprio artigianato, era l’orgoglio dell’aeronautica giapponese. Nei primi anni di guerra, mentre in Europa si consumava la rivalità tra il tedesco Me 109 e l’inglese Spitfire, i cieli dell’oceano ebbero come unico padrone il caccia Mitsubishi A6M, detto Zero. Gli americani P-35, P-36, P-39, P-40, F4F Wildcat e F2A Brewster, prodotti alla fine degli anni Trenta ed entrati in servizio all’inizio degli anni Quaranta, non potevano tenere testa all’aquila del Sol Levante.

Lo Zero era un concentrato di velocità, maneggevolezza, autonomia, qualità utili nelle vastità del Pacifico.

Equipaggiato, pesava solo 2400 kg, e aveva la possibilità di ospitare un serbatoio supplementare sotto il ventre; azzardo tipicamente giapponese, dacché la mancanza di protezione rendeva tali serbatoi vulnerabili alle raffiche nemiche. Tuttavia, il motore in dotazione – un Nakajima da 925 cavalli – garantiva all’aereo le spinte necessarie per sfuggire alle mitragliatrici. L’incontro tra lo Zero e il suo nuovo e peggior nemico avvenne quel 24 giugno. La compatta formazione dei caccia monoposto, tenendo la rotta, avrebbe retto a qualsiasi urto, ma il rischio sarebbe stato di creare sopra le nubi un libero corridoio degli americani verso l’isola di Iwo Jima. Salvare le braccia per sacrificare la testa non era il compito degli arditi giapponesi, e non essendovi ricognitori sull’isola la decisione fu pressoché obbligata: il beccheggio e le celeri cabrate spinsero metà della formazione verso l’alto, fino a perforare la grigia cortina. Sopra, un bagliore accecante. Tempo di ricomporre la formazione, ed ecco spuntare dalle nubi i caccia americani. Una nausea soffocante colpì i piloti, l’arcaica eccitazione del cacciatore di fronte alla preda si fece pressante. Le narici si dilatarono, gli occhi spalancati seguirono i riflessi del lucido metallo. Per essere un buon pilota bisogna desiderare ciò che si rifugge. Solo l’inconfessabile ricerca della morte porta il temerario a gesta di gloria. Come la preda, intuito il pericolo, fugge senza cognizione della situazione, così gli americani, sciaguratamente a bassa velocità, spinsero avanti la manetta dal gas. Colti di sorpresa, furono facili bersagli dell’asso dell’aviazione navale Kinsuke Muto, membro dello squadrone Yokosuka e vincitore di centinaia di scontri. La sua picchiata fu allora magistrale esempio di eccellenza aeronautica. Sfondando a 5.000 metri di altezza la formazione statunitense, Muto colpì tre velivoli, puntando a un quarto. «Nippon! Banzai!». Raggiunto il nemico, inibì la disperata manovra a zig zag dello sciagurato, puntò all’abitacolo e in un’esplosione di fuoco aggiunse una quarta vittima alla sua collezione. I compagni, ispirati dalle sue prodezze, si gettarono sui nemici, registrando altri quattro abbattimenti.

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Grumman F6F Hellcat in formazione, 1943

Tra gli americani, molti non si persero d’animo. Invertita la salita, picchiando, si spinsero in basso, celandosi tra le nubi. Sotto, i quaranta caccia giapponesi rimasti in pattugliamento videro le prime fiamme divampare, e i resti di un caccia capitombolare. Saburo Sakai, leggenda dei cieli d’Oriente, individuò immediatamente nei rottami un nuovo tipo di aereo, lo statunitense Grumman F6F Hellcat. In servizio dal 1943, l’F6F aveva caratteristiche notevolmente più alte dello Zero. Dotato di un motore da 2000 cavalli, superava il rivale giapponese in velocità e consistenza, privilegio che lo confermò come velivolo fondamentale dell’US Navy per gli anni a venire. Nonostante il Mitsubishi A6M avesse in passato sbaragliato i vari Aircobra, i Tomahawk, i Buffalo, non aveva subito eccessive migliorie dai giorni della sua comparsa, dunque era essenzialmente lo stesso aereo che nei quattro anni precedenti aveva combattuto sui cieli della Cina. L’era dei Lightning, dei Corsair, dei Thunderbolt e dei Mustang era alle porte, ma non per Muto e Sakai. Un aereo, per quanto sublimi siano le sue prestazioni, è pur sempre una macchina nelle mani di una mente, e necessita di piloti eccezionali per dare il meglio di sé. Lo Zero non era ancora sconfitto, e la battaglia era appena cominciata. I quaranta, con lo sguardo e i cuori in alto, cabrarono e salirono. Schiacciata su due fronti, la prepotenza bellica americana non esitò a reagire, scegliendo come avversaria la formazione sottostante. Come guerrieri omerici, ognun sceglieva per sé il proprio contendente, inscenando un terreno di duelli individuali. A parità di bravura, i robusti e maneggevoli Hellcat costituirono un decisivo vantaggio, complice la maggiore disponibilità di munizioni delle mitragliatrici da 12,7 mm. Le virate strette e le richiamate secche, specialità fino ad allora prerogativa dello Zero, non funzionavano contro i nuovi caccia nemici. L’Hellcat era capace di virare stretto quanto lo Zero. Solo Saburo Sakai, sebbene ferito ad un occhio in una precedente battaglia, tenne testa ai mostri metallici degli americani. Per quanto le sue manovre fossero strette, mettersi in coda agli F6F risultò tuttavia inutile, poiché questi si disimpegnarono più volte con facilità. In quell’inferno di raffiche di fuoco e scie di fumo, vide i samurai del cielo cadere come fiori di ciliegio, in mano alla bella morte.

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Duello fatale sui cieli del Pacifico

Da tali altezze, la sensazione del pilota non è di cadere, bensì di venire risucchiati dalla terra. Una spinta indietro alla leva, di nuovo in coda, il disimpegno; le forti velocità irrigidivano gli alettoni, i movimenti di Sakai erano impediti dalle forze alle quali era sottoposto. Slacciata la cintura del paracadute per riacquistare libertà, fu sfiorato dai traccianti durante un tonneau a sinistra. Sei velivoli si portarono dietro lo Zero, fuggire non era tra le opzioni.

Giuro che uno dei sei sarà mio!

pensò prima di spingere al massimo la manetta del gas e virare secco all’indietro, verso destra. Raggiunto il primo degli Hellcat, il giapponese sparò una raffica che provocò lampi e fumo dentro la fusoliera nemica. Poi l’esplosione. Fu in quell’istante di vittoria che Sakai, terminata l’ebbrezza della caccia e cessato l’entusiasmo, capì che continuare il combattimento sarebbe stato un suicidio. Fu preso dalla vertigine, le membra si fecero pesanti di stanchezza. Altri nemici gli erano in coda: uno scarto di mezzo secondo tra una manovra e l’altra e la sua vita sarebbe stata inghiottita dal fuoco di Iwo Jima. L’occhio, l’unico a sua disposizione, aveva difficoltà a mettere a fuoco rapidamente durante le virate, a causa degli sforzi appena compiuti. «Dannazione!», decise di accelerare verso nord, seminando i Grumman, per poi fermarsi e volare in cerchio. Recuperò fiato, cercò con difficoltà di rilassarsi, e in seguito tornò nella zona della battaglia.

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Caccia esplode in combattimento

Una dozzina di Zero pareva volare a basse velocità, indisturbata. Sakai si diresse verso la formazione, ma presto si rese conto dell’errore: erano gli Hellcat nemici. Le complicazioni della vista gli impedivano, da lontano, di riconoscere le stelle bianche sulle ali blu; prima circondato da un anello di velivoli, poi inseguito da quattro di loro, l’asso dell’aviazione giapponese cercava di disimpegnarsi, ormai senza speranza. Virate violente, cloche a sinistra, colpi traccianti, raffiche infinite, muscoli intorpiditi. Le manovre evasive avrebbero potuto far cedere il metallo e staccare le ali dalla fusoliera, ma gli dei erano con lui. «Vira! Derapa! All’inferno le ali, vira!». La lancetta dell’indicatore oscillava intono ai 530 Km/h, l’altimetro era a fondo scala. Vantaggi e svantaggi si incrociavano: la velocità massima era ormai raggiunta, ma un bersaglio a pelo d’acqua è difficile da colpire. Inoltre, agli americani era impossibile, a bassa quota, scendere in picchiata. In pochi minuti fu presso Iwo Jima. Con lente manovre permise ai commilitorni della contraerea di riconoscere il cerchio rosso del Sol Levante sulle sue ali. All’improvviso cariche infernali si alzarono dall’isola, Sakai spinse con un pugno la manetta e riacquistò velocità. Una nube immensa si alzò sull’acqua, fumo e fuoco si impadronirono del cielo, mettendo in salvo il pilota nipponico: gli Hellcat non ebbero la più onorevole delle prede, ma tornarono numerosi alla portaerei. Degli ottanta Mitsubishi, quaranta erano andati distrutti, mentre tra gli americani le perdite erano state dieci, per un rapporto di uno a quattro. L’anno successivo, Iwo Jima sarebbe divenuta teatro di una delle peggiori disfatte militari del Giappone. Il tramonto dello Zero era cominciato, e con lui la sconfitta dell’Impero.

 

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Piloti giapponesi in tenuta di volo