Il sommergibile Scirè striscia lento sul fondale al largo di Alessandria d’Egitto. È una murena d’acciaio verde pallido lunga 60 metri, larga 6,45, che si muove silenziosa e lenta sotto la superficie di acque nemiche con la propulsione di due motori elettrici Magneti Marelli da 800 HP. In sala comando, il capitano di corvetta Junio Valerio Borghese, principe romano discendente da un’antica famiglia della nobiltà papalina, l’aristocrazia nera dell’Urbe, è chino sulle mappe, sotto la luce di una lampada da carteggio. Il principe, ora corsaro per la Regia Marina, è molto affezionato allo Scirè. “Era davvero un buffo natante. Non si poteva immaginare una linea più sgraziata e meno marinaresca. Ad una certa distanza non sembrava un sommergibile, e nemmeno una nave. Lo si poteva confondere con una bettolina o uno zatterone. Ma divenne per me il più bel sommergibile della Marina”. Parole di sentimento dell’uomo verso la macchina, quand’essa diviene compagna di grandi imprese e casa ambulante sotto il mare.

È il 18 dicembre del 1941, in superficie è la sera egiziana, splendono le stelle nel cielo nordafricano e in lontananza brillano le luci di Alessandria. Il comandante Borghese chiama a raccolta sei uomini, che compongono tre gruppi d’attacco, formati da coppie di specialisti del sabotaggio subacqueo. Assegna gli obbiettivi a ciascuna unità. Gli incursori, preparatissimi e veterani, s’infilano le tute nere di gomma, indossano i respiratori, s’allacciano ai polsi gli orologi Radiomir Panerai con i quadranti luminosi. Il principe corsaro passa in rassegna il commando, molla un calcio in culo ad ognuno di loro: è un tradizionale augurio di buona fortuna. I sub della della Xª Flottiglia MAS, élite del Mediterraneo, escono dallo Sciré, son pronti a tutto, son pronti alla morte. Ha inizio la missione G.A.3., segretissima, ovvio. L’operazione è di un’audacia epica. In breve, si tratta di penetrare le difese britanniche del porto di Alessandria con tre SLC – Siluri a Lenta Corsa, sopprannominati maiali, con a bordo altrettanti equipaggi, e quatti quatti piazzare bombe sotto le navi del nemico per farle saltare in aria. Il colpo di mano vuole impressionare gli inglesi, umiliarli, infliggere una sonora batosta storica alla Royal Navy che infesta il mare nostrum. I sub sganciano i maiali dai cassoni cilindrici sulla coperta del sottomarino. Ore 20.45, partono. Lo scirè, lentamente, si ritira con rotta verso il Dodecaneso italiano.
In groppa al siluro n° 221 c’è  la coppia Durand de la Penne – Bianchi. Il tenente di vascello marchese Luigi Durand de la Penne è ai comandi, e dietro prende posto il palombaro Emilio Bianchi. I due poco si sopportano, il burbero de la Penne ha un caratteraccio leggendario. Scivolano sulla superficie dell’acqua, coperti di nero dalla testa ai piedi, sembrano spettri del mare, o alieni, con quella maschera speciale da sub collegata con il tubo del respiratore, una  proboscide di gomma. All’approssimarsi del porto vengono infastiditi dallo scoppio di bombe di profondità lanciate da un motoscafo-sentinella, ma è una normale misura di protezione, nessuno si è accorto di loro. Il siluro di sei metri continua la sua corsa lenta, affiora solo la testa nera di Durand de la Penne, il sottoufficiale Bianchi invece, la tiene giù. I due adesso però si devono fermare. All’imboccatura del porto una barriera di maglie d’acciaio, una gigantesca cotta per tener lontani i tecnologici mostri marini del nemico, li blocca. E quel dannato motoscafo si sta avvicinando. All’orizzonte, segnali luminosi! È un colpo di fortuna, significa che qualche nave sta per entrare. La motovedetta dei britannici si allontana, arrivano tre rumorose macchie scure in movimento, sono tre cacciatorpediniere della Royal Navy. È il momento giusto, il cancello sottomarino viene aperto. I sommozzatori s’immergono, s’infilano sotto una nave, che con le eliche li accarezza i capelli; qualche centimetro più su e sarebbe stato frappè di marinai. Adrenalina. La corrente generata dai motori li spinge verso il basso, l’ufficiale spinge a tavoletta il maiale, l’ondata di prua della terza nave li sposta in avanti. Sono dentro. Laggiù, a mezzo miglio nautico, c’è la sagoma dell’obbiettivo. La corazzata Valiant, una bestia di 32.000 tonnellate, è all’ancora, a luci spente; il colosso è al sicuro, credono gli inglesi. Intanto la tuta di de la Penne fa acqua, che è fredda e lo logora. Riescono ad oltrepassare un’altra barriera di galleggianti e s’immergono di nuovo, a sette metri di profondità. Sono le due di notte ad Alessandria e i guai non sono finiti.
Quella è una guerra buia, solitaria, in fondo al mare. Ecco, chiudiamo gli occhi, buio. Uno degli elementi principali di questa storia d’avventura: l’oscurità. Operare senza vedere nulla, in acque gelide e nere, nuotare nell’inchiostro, procedere a tastoni, ciechi, in manovre complicatissime e con la paura costante di un faro improvviso e una successiva raffica di mitra alla schiena. Uomini rana che vanno in battaglia senza occhi, respirando per ore aria artificiale e tossica e maneggiando esplosivi ad alto potenziale; e sotto il mare sono tenebre. E noi, ad occhi chiusi, possiamo solo immaginare, lontanamente, quell’impresa sovrumana.

Banzai MAS!
I due brancolano sotto la chiglia della Valiant e d’improvviso il ronzio elettrico del motore del maiale si ferma. Guasto, il maiale sprofonda verso il fondo limaccioso. Tentano di riaccenderlo, ma il mezzo pare morto. Emilio Bianchi, esausto, sta male. Risale in superficie che è semisvenuto, deve aggrapparsi ad una boa. Ma Durand de la Penne, tra mille difficoltà e sforzi, è riuscito ad azionare le spolette dei detonatori delle cariche appena piazzate sotto lo scafo della nave da battaglia. Tic tac, tic tac. Ore 3.06 della notte. Tre ore esatte e ci sarà il bel botto. Tic tac, tic tac. Anche il tenente di vascello è adesso in superficie, si toglie il respiratore, via la maschera appannata, aria naturale, finalmente.
“Hey, you!” Un grido dalla nave. Segue scarica di mitragliatrice d’avvertimento. Un fascio di luce indaga sull’acqua. Luigi raggiunge Emilio. Dalla Valiant provengono urla, insulti e sberleffi. Hanno un bel d’agitarsi, gli inglesi, tra poco avranno un’altra considerazione degli italiani. Una motovedetta pesca i due sub che sono condotti sulla corazzata. La ciurma della nave ride loro in faccia, ma gli ufficiali non ridono. Sanno chi sono, sanno cosa fanno, la Xª Flottiglia MAS ne ha già combinate, ha la sua reputazione. Alle domande dei britannici e sotto la minaccia di fucilazione, rispondono solo nome e grado, sia durante l’interrogatorio a bordo, sia a terra in una baracca sotto il faro di Ras El Tin. Tornati sulla Valiant, vengono rinchiusi sottocoperta. Gli inglesi intuiscono di un pericolo dinamitardo imminente, e gettandoli in gabbia là sotto, sperano che per salvarsi la vita vuotino il sacco. Se la nave affonderà, i sabotatori coleranno a picco insieme ad essa. Ma loro niente, zitti, muti. I due italiani vengono separati. Il marinaio inglese di guardia a Bianchi, gli offre una sigaretta. Emilio accetta, quella sarà la prima e ultima sigaretta della sua vita, ha il sapore dell’estremo desiderio di un condannato a morte. Ore 5.50, un quarto d’ora prima dello scoppio, tic tac, tic tac. Il tempo perde la sua misura, si dilata, è interminabile. Tensione. Sono dentro un’enorme bara.
Negli stessi istanti, Durand de la Penne si alza di scatto dalla cuccetta. Chiede di parlare con un urgenza con il comandante, Sir Charles Morgan. E gli dice: “Fra pochi minuti la sua nave salterà in aria. Non c’è più nulla da fare. Se vuole può mettere in salvo l’equipaggio”. Il comandante gli intima viola di rabbia di indicargli il punto dove è stata piazzato l’esplosivo ma il tenente di vascello rimane con la bocca chiusa. Morgan ordina di riportare il prigioniero sottocoperta, e mentre scende nelle viscere di quella tomba d’acciaio gli autoparlanti gracchiano l’allarme, presto, tutti gli uomini abbandonino la nave! Fuggi fuggi generale, tic tac, tic tac. Ore 6 e qualche minuto. Meno dieci secondi. Meno cinque. Meno uno.

Scossa. La Valiant trema, geme, sottosopra, squarciata. “Sono vivo.” Realizza al buio e sotto shock il palombaro Emilio Bianchi, Luigi de la Penne, invece, è frullato dall’esplosione e scaraventato a terra, si ferisce alla testa ma anche lui, è vivo. La Valiant sbanda e lentamente si poggia sul fondo. Il tenente s’arrampica fino al ponte di poppa, l’equipaggio nemico lo guarda estereffatto. A 500 metri di distanza, tutti gli uomini dell’altra grande corazzata della flotta inglese del Mediterraneo, la Queen Elizabeth, osservano il disastro, ignorano della mina sotto i loro piedi che anch’essa fa tic tac tic tac. Ore 6 e un quarto: una seconda carica esplode, solleva la Queen Elizabeth, e la scassa. Il fumaloio erutta nafta e ferraglia: emorragia in sala macchine.
“Damn!” Gli inglesi, imprecano. Il maiale n° 223, condotto da Antonio Marceglia e Spartaco Schergat, ha compiuto la sua missione, in modo impeccabile, da manuale. Non è finita qui. Gli incursori Vincenzo Martellotta e Mario Marino sul maiale n° 222 hanno minato la petroliera Sagona: gravi i danni alla nave, l’esplosione è così potente che anche il cacciatorpediniere Jervis, una delle navi più decorate della Royal Navy, ne viene colpita.
Anche il conteggio del numero dei caduti stupisce: solo otto marinai inglesi, un numero irrisorio. Infatti quella non è un’azione per uccidere quanti più nemici possibile, semmai quella è un’incursione per schiaffeggiare il prestigio della flotta di sua maestà Giorgio VI, per umiliare l’avversario, per mostrare al mondo quel micidiale mix italiano di audacia e tecnologia bellica all’avanguardia. Solo otto morti: quasi una guerra utopica, cavalleresca e impossibile, dove si mira alla distruzione della macchina, non dell’uomo.
Si può discutere in migliaia di libri sull’impreparazione italiana ad affrontare l’entità della Seconda guerra mondiale, ma il coraggio di quel pugno di uomini è assolutamente indiscutibile. Coraggio che contraddistigue tutta l’epopea della Xª Flottiglia MAS in tanti altri colpi di mano, anche sfortunati, come l’azione suicida del maggiore Teseo Tesei, l’inventore dei maiali, e del capo palombaro Alcide Pedretti a Malta, quando si lanciano kamikaze con il SLC contro il ponte girevole di Sant’Elmo all’imboccatura del porto di La Valletta, e fanno esplodere il mezzo con loro a cavalcioni.

Banzai MAS!
L’impresa del 18 dicembre ’41 in Egitto, avrebbe davvero potuto segnare una svolta al fronte mediterraneo. Grazie anche a precedenti affondamenti da parte degli U-boot tedeschi, la flotta mediterranea inglese dopo l’attacco italiano risulta essere pressoché azzerata. Così Winston Churchill: “Sei italiani equipaggiati con materiale di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare nel Mediterraneo a vantaggio dell’Asse”. Per molte cause però, non si sfrutta il vantaggio. Rimane il ricordo dell’impresa eccezionale, un’avventura straordinaria, un colpo di mano da film d’azione. Ad Alessandria, quella notte, si è fatta la storia della Marina italiana.

Testo di riferimento: Luigi Garibaldi, Gaspare Di Sclafani, Così affondammo la Valiant, Lindau.