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Fischia forte, il vento della mitraglia, nella tarda mattina di questo martedì di fine settembre. Sotto il sole dell’ultimo giorno d’Estate, la Storia si diverte a far scontare a pittoreschi e romantici soldati e cavalieri la fine definitiva di un’era controversa e oramai anacronistica. L’Ottocento vive ancora, e il sublime e l’eroico son segni tangibili di un’attitudine non ancora triturata dagl’ingranaggi orridi della guerra industriale. Uniformi sgargianti, pennacchi pennuti, sciabole sguainate e stivaloni lucidi si mischiano e si infrangono ai limiti dell’Urbe immortale, sulle mura che da secoli sanciscono il confine di quella che una volta era la fucina del Mondo, ridotta a paesone di provincia da un millennio di dominio pontificio.

20 settembre 1870. L’ultima alba dello Stato della Chiesa è salutata dalla voce risoluta e tonante del cannone. Il Papa Re aveva minacciato di scomunica, deterrente allora ritenuto potente, chiunque avesse ordinato di coprire di fuoco la Città Santa, culla del Cattolicesimo. Di fronte, però, Pio IX ha dei pragmatici suldà piemontesi: nel secolo che si vuole positivo, il Regio Esercito di Vittorio Emanuele non può e non vuole fermarsi per così poco. Efficienza sabauda, ca va sans dire. Il generale Cadorna, responsabile della spedizione italiana, risolve comunque il turbamento religioso-sentimentale con lineare logica militare. Somma poesia della Storia: a bombardare il centro della Cristianità sarà un ufiziale ebreo, il giovane capitano Giacomo Segre. Coscienza pulita, risultato raggiunto. Comandi! E’ il Settimo Reggimento d’Artigliera di Pisa ad aprire le danze, alle 5.10. Obiettivo? Porta Pia. I mattoni secolari resistono, a loro modo, al martellante e maleducato bussare dei proiettili. Un’ora, due, tre. L’argilla non è acciaio. Alle 9 inizia a rovinare un settore di cinta alla sinistra della Porta. La ricognizione dei baldi bersaglieri conferma l’apertura di una breccia, subito allargata dalla generosa assistenza dei cannoni. Mezz’ora basta ed avanza: agli ordini dei generali Cosenz e Mazé si forma un gruppo d’assalto, eterogeneità di bersaglieri, fanti e carabinieri. Baionette in canna, si attende l’istante del balzo. Non v’è bisogno.

Ecco spuntare un candido e vasto tappeto di bandiere bianche. Dalle torri millenarie, dai merli e dalle porte l’esercito pontificio si arrende. La lungimiranza delle gerarchie ha evitato un inutile e crudele bagno di sangue.

Dagherrotipo dal campo di battaglia:

« […] La porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materasse fumanti, di berretti di Zuavi, d’armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti. […] »

Roma torna all’Italia, l’Italia entra in Roma. I vinti hanno comunque difeso l’onore del loro sovrano, condendo di innegabile bellezza l’amaro piatto della sconfitta. C’è modo e modo di perdere una guerra, di salutare la fine di un’era. Fotogramma di un trapasso:

« Intonato dal sergente Hue, e cantato da trecento e più uomini, l’inno degli Zuavi echeggiò distinto per alcuni minuti; il capitano Berger ne cantò una strofa ritto sulle rovine della breccia colla spada tenuta per la lama e l’impugnatura rivolta al cielo quasi a significare che ne faceva omaggio a Dio; presto però illanguidì e si spense nel ricominciato stridore della fucilata, nel raddoppiato urlio, nel tumulto delle invettive »

Poco sforzo, massima resa. Approfittando della guerra Franco-Prussiana, gl’italiani son riusciti finalmente a eliminare l’anacronistico regno del papa, orfano della protezione di Napoleone III, compiendo infine il sogno risorgimentale di vedere il tricolore svettare sulle rovine della capitale dell’Impero. Sommato all’anticlericalismo dilagante di gran parte della classe dirigente del tempo, il successo diventa ancora più gustoso e soddisfacente. Tra le guerre e le guerrette combattute dal neonato Regno nel XIX secolo, la campagna del 1870 rappresenta sicuramente quella più gloriosa: nessuna disfatta, nessuna vergogna macchiano il racconto della conquista del più bel gioiello della Penisola. Nessuna meraviglia, dunque, se il primo film proiettato pubblicamente nel nostro Paese si intitola La Presa di Roma, uscito nelle nuovissime sale del Regno il 20 settembre 1905 grazie agli sforzi del pionere Filoteo Alberini. In quell’Italietta che sognava la potenza e il prestigio un lavoro del genere si inseriva ad arte nella narrazione corrente del periodo: la riproponiamo oggi, centouno anni dopo, nelle parti sopravvissute alle ingiurie del tempo. Buona visione, e buon 20 settembre.