La neve attutisce i rumori, fin quasi a eliminarli. L’inverno, di per sé, è di gran lunga la stagione meno rumorosa, la più intima, forzata al silenzio dal rigore del gelo e dalle corte e grigie giornate. In altri tempi sarebbe sembrato normale, banale nel ciclico alternarsi dei tempi della natura. Nel 1945 nulla è più ordinario, soprattutto in Europa, soprattutto ad Auschwitz. Si sente solo il mugolio della tramontana passare tra i block, le baracche di legno e dolore: di quella Stige mondana non si vede più un abitante, né un padrone. I morti, quelli, sono già da tempo nel vento. I semivivi, gli untermenschen, marciano verso il cuore del Reich, deportati ancora una volta. I carnefici scappano, demoliscono le camere a gas e i forni, bruciano gli elenchi, abbandonano la refurtiva saccheggiata, hanno paura. Gli eredi di Arminio hanno paura dei subumani asiatici, gli slaven resi imbattibili dalla frusta di Stalin e dal marxismo-leninismo. Chi può scappa, del resto non importa.

Tra il resto, tra gli scarti dell’umano macello v’è un giovane juden italiano, piemontese, chimico in erba. Si salva dalla nera marea perché, paradossalmente, sta quasi per morire. Primo Levi è ricoverato, meglio, è abbandonato nell’infermeria del campo. Da quando i tedeschi son fuggiti, la piccola stanzetta ghiacciata in cui lui e altri malati resistono è l’unico luogo vivo del campo. Sopravvivono, ormai sanno fare solo questo. A mezzodì del 27 gennaio, compaiono i primi soldati dell’Armata Rossa. Entrano, e non capiscono. Hanno facce dure, taglienti, abituate alla morte e alla battaglia, eppure guardano circospetti i cumuli di scarpe, le balle di capelli, i mucchi di denti d’oro. Barattoli di Zyklon B e cadaveri, zoccoli di legno e sangue. Hanno visto e vissuto la guerra, ma questa non è guerra. È altro. È la soluzione finale della questione ebraica, Endlösung der Judenfrage, decisa tra le rive del placido lago Wannsee nel vittorioso 1942 dall’élite politica della Germania hitleriana. Nel corso dei tre anni seguenti, secondo le direttive, numerosi campi di lavoro e concentramento già esistenti sono convertiti in giganteschi mattatoi, bubboni purulenti sul corpo esanime dell’Europa dove uomini, donne e bambini sono eliminati come bestie, a milioni. Il numero esatto non deve nemmeno importare, a meno che non si voglia fare della contabilità meschina e vile: il dolore è incalcolabile, e questo basta.

A tal proposito il 27 gennaio assurge, oggi, a data simbolo, un monito perenne alle generazioni. Non dimenticare, si dice. Nulla di più corretto, nulla di più giusto: la memoria, però, si coniuga con la Storia, e ad essa non si può mentire, mai. E allora occorre non dimenticare che URSS, Usa e Regno Unito sapevano dello sterminio in atto, erano a conoscenza degli impianti di morte del Reich, avevano addirittura fotografato più di trenta volte i forni di Auschwitz-Birkenau. Roosvelt sapeva, Churchill sapeva. Perché non si mossero? Perché non fecero nulla per impedire lo sterminio? È necessario, altresì, non dimenticare che l’antisemitismo era un virus che imperversava e precedeva di decenni il nazismo -propagandato in paesi democratici e liberali quali la Francia e il Regno Unito – e che nel dopoguerra Stalin in persona inviò nei gulag migliaia e migliaia di ebrei, nonostante il dramma della Shoah fosse già conclamato. Ancora, non dimenticare diviene un fariseo esercizio di retorica se non si aggiunge che ognuno è l’ebreo di qualcuno, che nel XXI secolo ancora si uccide, si deporta, si affama e si stupra senza alcun accenno dei media, che in nome del capitale si distruggono intere etnie, si destabilizzano stati, si sfasciano famiglie.

Infine, è vergognoso, disgustoso e infame usare il feticcio della Shoah per giustificare le nefandezze e le crudeltà che Israele da decenni compie in terra di Palestina. Ripararsi dietro lo scudo grondante di sangue degli ebrei gassati dai nazisti per trattare alla maniera delle SS il popolo palestinese, trucidarlo e confinarlo in ghetti inumani è un crimine che grida vendetta ed una blasfema bestemmia alla memoria delle milioni di vite volate nel vento dell’Europa in fiamme.