Riguardo alla Guerra Gotica (il devastante conflitto che infuriò in Italia dal 535 al 553 tra i Goti e i Bizantini dell’imperatore Giustiniano e che si concluse con la sconfitta e la morte in battaglia sia di Totila che di Teia, gli ultimi re dei Goti), questa è la versione ufficiale dei testi scolastici: i Bizantini furono i liberatori dell’Italia e i restauratori della civiltà. Furono loro i paladini che salvarono gli Italiani oppressi dai barbari Goti, persecutori ed eretici. La versione è stata purtroppo ripetuta anche da riviste divulgative: peccato che sia tanto parziale quanto colma di pregiudizi culturali duri a morire. Stando a Procopio di Cesarea i Bizantini non si comportarono affatto come generosi liberatori verso la popolazione italiana. Sfogliando le testimonianze dell’epoca, possiamo vedere tutte le atrocità che commisero come esercito invasore. Compirono saccheggi e deportazioni nel Piceno sotto la guida di Giovanni il Sanguinario; depredarono la Penisola in lungo e largo, massacrando inermi persino nelle chiese in cui si erano inutilmente rifugiati. Dopo la battaglia di Tagina (alias Busta Gallorum), in cui l’esercito goto subì una disfatta e Totila trovò la morte, i Longobardi al seguito del generale bizantino Narsete misero a ferro e a fuoco l’Italia conquistata, senza alcuna pietà. L’aristocrazia senatoria, ostile ai Goti perchè eretici e perchè estranei alla cultura romana, non ricavò dalla conquista bizantina i privilegi che si aspettava. Con la Pragmatica Sanctio di Giustiniano riottenne le terre espropriate da Totila per la riforma agraria, ma perse ogni autorità e prestigio: il senato romano fu esautorato a favore di quello di Costantinopoli.

Dall’altra parte della barricata, i Goti non furono affatto peggiori dei Bizantini. Con Teodorico fiorirono l’arte e l’architettura e la penisola godette di un periodo di pace, di benessere e di libertà religiosa di cui si giovarono anche i perseguitati Ebrei. Non a caso, durante l’assedio bizantino del 536, gli Ebrei difesero strenuamente Napoli, schierandosi dalla parte dei Goti: ben conoscevano, infatti, le misure persecutorie che Giustiniano aveva intrapreso nelle province orientali verso le sinagoghe e i loro fedeli. Teodorico s’irrigidì con l’aristocrazia senatoria (cattolico-nicena) solo negli ultimi anni del suo regno, dopo aver scoperto le lettere di alcuni togati destinate all’imperatore Giustino, in cui suggerivano la conquista dell’Italia. Seguì una repressione che ebbe Boezio come vittima illustre. Durante la guerra gotica, i Goti al seguito di Vitige assediarono Roma, ma rispettarono le basiliche di San Pietro e di San Paolo, i loro fedeli e ministri di culto. Se è vero che un reparto di Goti saccheggiò nottetempo Tivoli e uccise gli abitanti rimasti in città, è anche vero che re Totila proibì di far violenza alle aristocratiche romane rifugiate a Cuma, fece distribuire viveri ai Napoletani affamati che si arresero dopo l’assedio, accolse la supplica di Pelagio e risparmiò gli abitanti di Roma,  impedì violenze sulla vedova di Boezio e sulle altre donne, lasciò liberi i nemici fatti prigionieri dopo le sua vittorie a Faenza e nel Mugello e dopo la conquista di Rossano. Se Teia, successore di Totila, mise a morte trecento giovani aristocratici romani fu perché Narsete fece decapitare tutti i prigionieri goti (circa un migliaio) catturati dopo la battaglia di Tagina, non perché lo colse un raptus di follia e d’immotivata crudeltà, come vari bizantinisti hanno detto.

Purtroppo, sia Teodorico che Totila furono oggetto di un’accesa demonizzazione da parte di papa Gregorio Magno che nei suoi “Dialoghi” confezionò per la posterità la loro immagine di spietati tiranni ed empi persecutori. Un’immagine influenzata dall’ostilità di un papa proveniente dall’aristocrazia senatoria verso due sovrani di fede eretica che di detta aristocrazia furono avversari. E sul valore dei Dialoghi come fonte storica si sono espressi negativamente illustri medievisti come Gustavo Vinay e Gina Fasoli. Per quet’ultima essi non son altro che una raccolta di pie leggende:

«Il papa manda perciò alla regina dei Longobardi Teodolinda i suoi Dialoghi, che con il loro candido raccontare pie leggende e sorprendenti miracoli erano particolarmente adatti ad impressionare e commuovere l’animo di individui emotivi e superstiziosi come erano in massima parte i Longobardi».

Un anticipo di guerra psicologica mista ad anacronistico scontro di civiltà: niente di nuovo sotto il Sole.