(qui) la prima parte

Samara sul Volga, 10 giugno 1918

È sbucato dal nulla uno strano personaggio giunto da Kazan assieme ad un centinaio di altri ex-prigionieri e irredenti trentini. Si è presentato come il capitano Andrea Compatangelo, incaricato speciale per la liberazione degli italiani in Russia.

Capitano? No, non è capitano di alcunché, non rappresenta l’Italia, ma solo se stesso. I ragazzi di Kazan mi confidano che è tutto un bluff, ma un bluff coraggioso, altruista, provvidenziale. Ho scambiato con lui due parole, è un campano originario di Benevento trasferitosi anni fa nella regione del Volga per affari. Non un ufficiale bensì un ragioniere (oh, Gesù). Sembra però davvero sincero quando si dice colpito dalla nostra triste condizione. Sorride quando parla, si diverte in questa improvvisazione, nella recita che porta avanti sicuro e deciso con le autorità ceche e russe del Komuch, il Comitato controrivoluzionario dei membri dell’Assemblea Costituente, con cui tratta la nostra definitiva liberazione. Noi del campo di Samara accettiamo il suo aiuto arrangiato e un po’ truffaldino, dopotutto non abbiamo nulla da perdere. Al diavolo le promesse ufficiali, le lettere diplomatiche, la burocrazia, le attese estenuanti e gli accordi segreti sulla nostra pelle: capitano Compatangelo, ai vostri ordini! Se non sarà la diplomazia a portarci in Italia allora che sia pure un inganno a fin di bene.

 

Samara sul Volga, 15 luglio 1918

Liberi, adesso siamo liberi per davvero! Non più “ospiti” sorvegliati, ma liberi!

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti. Scriveva Luigi Mercantini nella poesia risorgimentale “La spigolatrice di Sapri” sulla iellata spedizione di Carlo Pisacane.

Siam trecento, siamo giovani e forti, e siam risorti. Scrivo guascone io, Aldo Furlan, euforico, nuovo, esaltato da rinnovate avventure dopo anni di tedio obbligato e speranze ingabbiatte.

Sul piazzale del birrificio Žigulevskij, nostra nuova e rinfrescante caserma, abbiamo giurato fedeltà al tricolore e fatto il preṡentatàrm al capitano Compatangelo, al presidente del Komuch Vladimir Volsky, al generale cecosolovacco Stanislav Čeček. Siamo i trecento soldati italiani del Battaglione Savoia! Curiose le nostre divise: sono di fanteria giapponese, chissà come diavolo è riuscito a recuperarle quella volpe del capitano. Su di esse abbiamo cucito le mostrine: nastri tricolori. La giubba mi va stretta e le maniche sono corte, amen. Impugnamo fucili Mosin-Nagant, ma, ohibò, sono repliche fabbricate in America non in Russia, sono un regalo ai cecoslovacchi da parte del presidente Wilson. Uniformi giapponesi, fucili americani, mitragliatrici Hotchkiss francesi, rivoltelle Webley inglesi, legioni internazionali, soldati da mezzo mondo … la rivoluzione comunista ha catturato l’attenzione di tante potenze straniere, che contribuiscono ad organizzare la controrivoluzione con uomini e proiettili. Fioriscono milizie, eserciti, comitati, governi provvisori, oscure repubbliche orientali. E poi i russi, da una parte i bolscevichi, e dall’altra parte, che è la stessa nostra, un amalgama di monarchici, di liberali, di nazionalisti, di menscevichi, di prigionieri di guerra insorti, di nazionalisti di varie latitudini. Non sempre capiamo se c’è una linea comune per questo schieramento così eterogeneo. Sappiamo però quale sarà la nostra meta, Compatangelo ci condurrà al porto pacifico di  Vladivostok via rotaia, seguendo le Legioni Cecoslovacche che hanno il controllo della ferrovia Transiberiana, arteria fondamentale della Repubblica di Siberia, nuovo stato dell’Armata Bianca dell’ammiraglio Kolčak.

 

Simbirsk, 21 luglio 1918

Lo Zar Nicola e la sua famiglia sono stati giustiziati a Ekaterinburg, le forze cecoslovacche stavano per prendere la città degli Urali e così bolscevichi hanno deciso di ammazzare i Romanov, per scongiurarne la liberazione. Si mormora che gli esecutori materiali del massacro siano stati ex-prigionieri austriaci.

Commozione tra le fila dei bianchi; ho visto cosacchi alti come giganti, veterani di mille battaglie, piangere come bambini.

 

Steppa del Tatarstan (o Bulgaristan), primo agosto 1918

A Simbirsk, strappata ai rossi, quel satanasso del capitano è riuscito a requisire un treno intero, tutto risevato al Battaglione Savoia. L’abbiamo corazzato con lastre d’acciaio e postazioni per le mitragliatrici che fanno da sentinelle mentre scorriamo veloci nella steppa bruciata dal sole d’estate, verso nord, e con la testa fuori dal finestrino allungo il collo come una giraffa e mi faccio baciare dal vento del Tartastan. Movimento! Dopo anni di baracche penose e recinti di filo spinato beata velocità che accarezza il volto.

Insieme ai cecoslovacchi, stiamo raggiungendo le truppe cosacche agli ordini del generale Kappel, pronte ad attaccare Kazan, antica città fondata dai Bulgari del Volga e il suo cremlino eretto da Ivan il Terribile. La locomotiva del Battaglione Savoia fischia nella pianura sterminata, i vagoni sferragliano ritmati sui binari e puliamo i moschetti, affiliamo i pugnali.

 

Confluenza tra il fiume Kama e il Volga, 4 agosto 1918

Battesimo del fuoco per il Battaglione. So ancora sparare. Abbiamo risalito il Volga fino a dove si incontra con il fiume Kama, lì le postazioni bolsceviche hanno tentato di sbarrarci la strada. Li abbiamo travolti, fuga precipitosa per i rossi. Militarmente sono scarsi, mal equipaggiati, poco addestrati.

 

Kazan, 7 agosto 1918

Temporale di acqua, temporale di piombo a Kazan. Le forze bianche del generale Kappel hanno attaccato la città da tre direttrici differenti per circondarla. Noi del Battaglione siamo sbarcati la mattina del 6 da una chiatta fluviale sulla riva cittadina del Volga. Fucilate furiose, colpi di mortai sulle piazze. Anche il cielo voleva partecipare alla battaglia; ci ha scaricato addosso un violento temporale, non distiguevamo più i tuoni dalle cannonate. Surreale. Lampi naturali o lampi artificiali? La città è diventata ombra buia e nera. Un battaglione serbo asserragliato nella fortezza del cremlino e alleato con i bolscevici ha cambiato schieramento, colpendo alle spalle i reggimenti comunisti lituani nel panico. Si è combattuto nelle strade e nell’antica Sloboda tatara nei pressi della moschea Märcani incontriamo i nostri vecchi commilitoni austro-ungarici con cui ci scambiamo sinceri lanci di bombe a mano e spari affettuosi. Sono i miliziani rossi del Battaglione Internazionale Karl Marx, anche loro ex-prigionieri, ma che hanno scelto un’altra fazione. Fradici di pioggia, li battiamo, li cacciamo. Le guardie rosse sono in rotta. Kazan è liberata, e dai sotterranei sotto la Torre Sjujumbike i cosacchi di Kappel scoprono la caverna di Alì Babà. L’Armata Bianca cattura il bottino più grande di tutti i tempi, la riserva aurea dell’Impero Russo. Oro, a tonnellate.

 

Krasnoyarsk, 22 ottobre 1918

Il Battaglione Savoia marcia nella piazza principale, e occupa il palazzo del municipio. La bandiera con lo stemma Reale bordato d’azzurro sventola dal balcone. La città è nostra, il capitano Compatangelo è investito della carica di dittatore di Krasnoyarsk ad interim dallo stato maggiore dell’ammiraglio Kolčak con un dispaccio arrivato da Omsk, la capitale della Repubblica bianca di Siberia.

Fumo sigarette affacciato ad una finestra del municipio, sotto di me sfila il guazzabuglio di entie, bandiere, uniformi, musiche marziali. Cavalieri cosacchi di Orenburg e di Kuban stretti nei caftani rosso-neri. Kazaki dell’Alash Orda che ricordano i guerrieri di Gengis Khan. Milizie musulmane dell’Idel-Ural … uzbeki, turkmeni, tartari, calmucchi, azeri, buriati … è il grandioso e colorato mosaico dei popoli di Russia.

Alla finestra del municipio di Krasnoyarsk mi affianca una delle due crocerossine che il capitano ha salvato dagli orchi della Čeka. Si chiama Olimpiya; che bellissimo nome. I pettegolezzi del Battaglione sussurrano che in realtà sia una granduchessa in fuga dalla vendetta rossa. Il nome non è l’unica cosa di bello che possiede. Olimpiya mi guarda con occhi che saettano, una scarica elettrica mi scuote il corpo, mi infiamma l’anima. Quegli occhi. Verdi, d’un verde mai visto nello sguardo di una donna. Sono verde acqua, mi ricordano il mare della Grecia. La mia Odissea privata mi tiene ancora lontano da Itaca, ma sono giorni di avventura ed incanto. Mi tuffo nel mare verde acqua di Olimpiya, voglio affogare.

 

Sulle rotaie della Transiberiana, tra Ulan Udė e Čita, Natale 1918

Sempre più a est, nel cuore della Siberia. Con il nostro treno blindato, aiutiamo i cecoslovacchi a difendere la ferrovia, vitale in questa guerra civile dove noi siamo ospiti coinvolti e dove caotici si susseguono avanzate e ritirate, golpi militari, rovesciamenti, epurazioni, alleanze, signorie belliche, traffici, pazzie, marce di eserciti stranieri, fucilazioni, orrori.

La vigilia di Natale abbiamo ricevuto la visita della cavalleria bolscevica. Mentre procedevamo lenti con il nostro treno e fuori la temperatura raggiungeva i -20°, urla di guerra arrivavano dalla nebbia. Spettri, invisibili. Mi sono messo alla mitragliatrice sul vagone scoperto, le dita mi si congelavano, il fiato diventava ghiaccio. E poi eccoli! Son spuntati squadroni rossi a cavallo, sparavano indemoniati con le pistole, agitavano le sciabole, talmente vicini che vedevo le loro pupille dilatate dall’adrenalina. Abbiamo fatto fuoco, tutti quanti. Una valanga di proiettili a ripetizione ha investito uomini e cavalli, dal mirino della mitragliatrice francese in vibrazione incandescente vedevo i nemici cadere in terra come fiocchi di neve, i cavalli precipitare in corsa feriti a morte. Improvvisamente, il silenzio. Dalla canna surriscaldata dell’arma, veniva su un fumo azzurrognolo, a spirali.

 

Regione Transbajkalia, 3 gennaio 1919

La neve ci ha bloccati. È il deserto bianco, bianca la terra, bianco il cielo, il treno è sprofondato nel nulla. Galleggiamo in una dimensione ovattata, ultraterrena. A sinistra delle rotaie ci sono i territori controllati dall’atamano cosacco Semënov, protetto da ingenti forze giapponesi, mentre a destra, la Manciuria Cinese.

I cinesi sono sbucati dal nulla bianco. Siamo circondati, puntano i cannoni contro i vagoni. Il capitano Compatangelo scende dal vagone con un balzo, affonda nella neve fino alla cinta. Da quella curiosa posizione parlamenta con gli ufficiali cinesi. Li spaventa, li assicura che qualsiasi azione contro il Battaglione Savoia avrà gravissime ripercussioni internazionali. I cinesi fanno dietrofront con la coda tra le gambe, ritirandosi in Manciuria.

Annoto un incontro inquietante. Mentre si tentava al gelo di liberare i binari, un’apparizione improvvisa. Sento nitrire un cavallo alle mie spalle. Mi giro di scatto e in groppa ad un cavallo nero un diavolo impellicciato mi fissa con occhi non di questo mondo. In quello sguardo, vedo l’orrore della guerra. Il cavaliere si gira, frusta il suo destriero, sparisce inghiottito dal grande nulla bianco. Il capitano mi spiega che è il barone Ungern-Sternberg, alleato con le sue schiere ai cosacchi di Semënov e a Tokyo. Qualcuno lo ha soprannominato il barone pazzo, e come un dio della guerra si aggira tra la Mongolia, la Manciuria e la Siberia a seminare la morte tra i bolscevichi.

È l’ora del crepuscolo e dal deserto bianco provengono ululati che gelano il sangue.

 

Vladivostok, 11 gennaio 1919

La guerra in Europa è finita. Lo scopriamo solo oggi, a due mesi di distanza. L’Italia ha vinto, piangiamo di gioia, Trieste è italiana!

Mentre fuori infuria la tormenta e il vento dell’oceano Pacifico ringhia sulle banchine del porto, al Cafè Gogol’ scoppia la festa. Con noi i fratelli alpini e carabinieri del Corpo di spedizione italiano ma anche marinai della Royal Navy inglese, fucilieri canadesi, mitraglieri americani, ufficiali giapponesi con le spade da samurai, artiglieri cecoslovacchi, zuavi e vietnamiti di Francia, cavalieri cosacchi … Miscellanea di soldati! È un eccentrico sabba alcolico al Cafè Gogol’; la notte di Vladivostok scorre in fiumi di champagne e vodka, nelle note spassose sparate dall’orchestra rumena coi volti paonazzi, nei bicchieri in frantumi, nelle risate sguaiate delle baldracche, nella calca ondeggiante ebbra, fuori qualcuno spara alla luna, oblio. Cheers! Cin cin! Nazdarovja! Prosit!

 

Vladivostok, 15 gennaio 1919

Cosma Manera: eccolo, il maggiore, la leggenda. Nella caserma della baia di Gornostaj parla al Battaglione Savoia. Nonostante facciamo parte di una formazione irregolare, cioè formata spontaneamente, senza il riconoscimento ufficiale dal Regio Esercito e comandata da Andrea Compatangelo, valoroso e generoso ragioniere autonominatosi capitano, il maggiore astigiano ci parla da soldato a soldati. Non si può che rimanere ammirati da quest’uomo. Poliglotta, ha viaggiato in lungo e in largo in varie missioni nei Balcani, in Russia, in Giappone, in Cina. Agente segreto del Regno e validissimo organizzatore della Missione Militare Italiana in Siberia per la raccolta e il rimpatrio dei prigionieri irredenti, e adesso della Legione Redenta, il nucleo della forza di spedizione italiana in Estremo Oriente, in appoggio alle forze bianche, e rinforzato da truppe fresche giunte via nave dall’Italia.

Il maggiore ci accoglie, noi 300 del Battaglione Savoia entriamo nella Legione Redenta di Siberia, forte di 2.500 uomini. Le nostre mostrine saranno rosse, per distinguerci dalle altre unità di combattimento, i Battaglioni Neri con le mostrine degli Arditi.

 

Vladivostok, 20 gennaio 1919

Il nostro amatissimo capitano Compatangelo, a cui dobbiamo la vita, si è volatilizzato. Che personaggio. Un vero avventuriero. Avrei voluto salutarlo con parole d’affetto e di stima ma sono certo che altre imprese attendono quel furbo, audace, altruista, folle condottiero.

Addio capitano, il Battaglione Savoia ti rende onore eterno.

 

Tientsin, Concessione italiana, 18 ottobre 1919

Nella camerata alla caserma Ermanno Carlotto rileggo i miei cinque anni di peripezie tra Europa e Asia e le ultime battaglie della Legione, nella presa di Rubenskey, negli scontri di Alexejevska, nella difesa della testa di ponte sul Leiba. Non porterò questo diario con me, ho deciso di donarlo a Mai Ly, la mia dolce Mai Ly, insegnante di mandarino alla scuola italiana, che lo custodisca lei, come ricordo di me e delle notti d’estate nel suo appartamento, accarezzati dalla brezza, illuminati dalle lanterne rosse sulle terrazze lungo il fiume Hai.

Mai Ly, non ti dimenticherò mai.

Domani mi aspetta il piroscafo per l’Italia. Dal mar di Bohai dentro il Mar Giallo, poi giù verso Formosa, Macao e l’Indocina, Singapore, l’oceano Indiano attraverso lo stretto di Malacca, l’isola di Ceylon, il mar arabico, il mar Rosso e Suez, infine il Mediterraneo, sì, e Trieste, Dio mio, Trieste.

Chiudo gli occhi, il trombettiere nel piazzale suona il silenzio, musica soffice e calda, è tempo di sognare.

 

Odissea di Aldo Furlan, 1914-1919.

 

 

 L’autore ringrazia per i suggerimenti e il materiale l’amico Pietro Saviano, senza il suo incitamento questo piccolo romanzo storico non sarebbe mai nato.