traduzione a cura di Stefano Bruno

Voglio parlarvi di Yunus el-Bahri, uno dei personaggi più controversi – seppur misconosciuti – del mondo arabo del XX secolo. Credo che la sua vita meriti di esser conosciuta, anche perché molti degli aneddoti che andrò a raccontarvi possono stimolare profonde riflessioni sulla situazione attuale nel mondo arabo e dei suoi media in particolare.

El-Bahri nacque nel 1900 a Mosul e vi morì nel 1979. Giornalista, predicatore religioso, speaker per Radio Berlin, consigliere delle corti arabe, sciupafemmine, amico di Goebbels e grand viveur parigino: El-Bahri era tutto questo e anche altro. Il nome Yunus è l’equivalente del Giona biblico, mentre Bahri significa “il marinaio”. Due nomi che incarnano alla perfezione il suo destino: una vita segnata da ambizione, avventura, sete di vita, epicureismo, contraddizioni profonde, amicizie decisamente controverse. Credo che la citazione amletica “Pazzo come il mare e il vento, quando l’uno e l’altro contendono quale sia più possente” non potrebbe descriverlo meglio. Al tempo stesso era una persona lucida e dotata di una straordinaria e cinica intelligenza.

Noi siriani abbiamo sempre visto l’ambizione come uno dei caratteri più tipici degli iracheni: è doveroso che io faccia una breve premessa storica a questo proposito. Negli anni ‘30 vi fu una notevole crescita agricola, economica e culturale nel Regno d’Iraq – all’epoca l’Occidente non era un nemico se non nelle vesti dell’Impero Britannico, reale dominatore del Vicino Oriente. L’Islam non era considerato affatto come la soluzione alle ingerenze occidentali. Lo divenne solo dopo la disastrosa sconfitta dei regimi totalitari nel ’67, dopo la morte di Guevara che fu la pietra tombale dei sogni d’emancipazione dalle potenze occidentali, dopo i colossali investimenti delle monarchie arabe nel promuovere il fondamentalismo. Ma in quale occasione il giovane nazionalista El-Bahri, che all’epoca studiava giornalismo e letteratura araba, si gettò tra le braccia della famiglia reale saudita, diventando un predicatore dalle straordinarie capacità oratorie?

La risposta è alquanto interessante. Gli ufficiali del Regno d’Iraq lo presentarono come oratore al Re saudita Abd Al-Aziz, che a quel tempo aveva una grossa gatta da pelare. Nei paesi islamici del sud-est asiatico, come Indonesia e Malesia, un profeta rampante stava prescrivendo ai suoi seguaci di non recarsi più in Arabia per l’Hajj (ossia il pellegrinaggio alla Mecca). Pertanto il re pregò El-Bahri di partire in missione in quei paesi per convincere i seguaci del nuovo profeta a tornare alla Mecca, ovviamente per ragioni economiche – il pellegrinaggio era l’unica fonte di sostegno di un certo peso per la famiglia reale, dato che non era ancora iniziato lo sfruttamento dei pozzi.

El-Bahri era sunnita e intriso di ideali nazionalisti, ma in quell’occasione si trasformò in un vero e proprio missionario, grazie alle sue eccezionali abilità retoriche e al sapiente uso della lingua araba e delle sue sfumature altamente poetiche. La missione ebbe successo ed El-Bahri entrò nelle grazie del re saudita, che continuerà a mostrargli riconoscenza e ammirazione per tutta la vita. Tornò in Iraq e creò la prima agenzia di stampa del mondo arabo sotto l’autorità del Re Ghazi I, diventando anche lo speaker della nuova radio Qaṣr al-Zuhūr (Palazzo dei Fiori). L’agenzia e la radio funsero da megafono per i sentimenti patriottici e anti-britannici così diffusi nel paese: la prima trasmissione condotta da El-Bahri, neanche a dirlo, fu un invito ad invadere il Kuwait, invenzione britannica ed eterna ossessione degli iracheni, diffusa attraverso i macchinari donati da Hitler!

Con l’invasione britannica dell’Iraq del 1941, El-Bahri trovò il modo di scampare dalla condanna a morte sfruttando il suo vecchio amico Goebbels : il regime nazista all’epoca godeva di una certa popolarità in funzione anti-britannica, specialmente dopo le voci che vedevano le forze di Sua Maestà dietro la misteriosa morte del re Ghazi. Così El-Bahri affrontò un rocambolesco trasferimento aereo a Berlino, dove si trasferì e visse fino alla fine della guerra.

Qui El-Bahri riuscì ad entrare nelle grazie di Hitler e di Hans Fritzche, uomo di punta della propaganda nazista. Gli vennero concessi pieni poteri per diffondere la propaganda nazista in lingua araba, attraverso le ramificazioni di Radio Berlin. Le sue trasmissioni incendiarie in supporto dei nazisti – che, come è noto, non tenevano in realtà in grande considerazione gli arabi – fecero guadagnare al Reich un’enorme popolarità nel mondo arabo. La frase con cui iniziava le sue trasmissioni passò alla storia e suscitò più di una risatina sotto i baffi degli ascoltatori arabi: “Qui Berlino. Hayy Al-Arab!”. I nazisti credevano che la parola, dal suono simile ad “Heil”, fosse l’equivalente del saluto ad Hitler, mentre si trattava di tutt’altro appello: “Lunga vita agli Arabi”!

El-Bahri, cosciente di esser poco più che uno strumento di propaganda, nondimeno riuscì ad approfittare delle opportunità offertegli dal suo soggiorno in Europa. Si racconta anche che Hitler chiese personalmente a El-Bahri l’invio di un carico di caffè, così amato dai tedeschi e divenuto ormai merce rara a causa della guerra. El-Bahri ebbe gioco facile, data la sua enorme popolarità tra tutti i sovrani arabi. Il primo carico proveniente dallo Yemen fu affondato dai britannici: per placare l’ira di Hitler, El-Bahri convinse le autorità yemenite ad organizzare un’altra spedizione che andò a buon fine.

Dietro questa grande dedizione per i desideri del Fuhrer vi era una ragione decisamente più terrena: ad El-Bahri andò una consistente fetta del prezioso carico. Le leggende narrano di innumerevoli donne che gli si concessero per il solo fatto di essere in possesso di due beni introvabili nella Germania dell’epoca: il caffè e le sigarette. El-Bahri fece una vera e propria strage di cuori tra le donne tedesche, grazie anche al suo aspetto fisico possente(era alto quasi due metri) ed esotico. Mantenne questa particolare passione anche dopo la fine del conflitto. Non essendo coinvolto direttamente in crimini contro l’umanità, riuscì a sfuggire al processo di Norimberga e iniziò a lavorare a Parigi, tenendo decisamente fede alla sua reputazione: predicatore e muezzin nella moschea di giorno, suonatore di oud in un bordello di notte…

Nonostante avesse messo da parte una piccola fortuna, riuscì a dilapidare qualsiasi cosa accumulata in alcool e donne. Ne sposò a decine ed ebbe innumerevoli figli durante i suoi continui viaggi in Europa e nel Vicino Oriente. Per molto tempo riuscì a mantenersi con le continue donazioni dei sovrani arabi, innamorati dei suoi racconti e sempre pronti ad invitarlo nelle loro sontuose corti. Aveva finalmente raggiunto il ruolo che sognava da tempo: il poeta di corte.

Le leggende raccontano anche che la sua prestanza iniziò a mostrare i primi segni di cedimento; così decise di tornare a Mosul, dove intrattenne sporadici rapporti con Saddam Hussein, non ancora del tutto chiariti. Morì ormai invecchiato e dimenticato, su un marciapiede di Mosul, senza un dinaro in tasca, ora che il suo scettro – il vecchio microfono al carbone – aveva ormai lasciato il passo a nuove, più raffinate tecnologie di comunicazione. Era iniziata una nuova era per la propaganda, ora saldamente in mano alle TV satellitari di proprietà degli sceicchi. Propaganda che da sempre predilige la pompa dei cantastorie arabi: croce e delizia (o forse è più opportuno dire che si tratta di una vera e propria maledizione?) dei 250 milioni di individui che esprimono i loro sentimenti nella lingua degli antichi beduini.

Alla vigilia del colpo di Stato, Nasser trovò un suo compagno in preda a una grande agitazione e gli disse, in inglese: «Stasera non c’è tempo per i sentimentalismi; dobbiamo serbare le nostre energie per tutto ciò che potrebbe succedere».

L’altro gli chiese perché avesse parlato in inglese. Nasser rispose, ridendo, che l’arabo non è una lingua adatta a esprimere la necessità di mantenere la calma. (Harold Anthony Nutting)