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La difesa fascista della lira: ‘quota 90′

La politica economica fascista degli anni 20 è caratterizzata dalla visione liberista, tipica dei regimi liberali: quota 90 e la rivalutazione della Lira sono due esempi chiari della prima fase economica del Regime.La rivalutazione della lira fu pagata a caro prezzo dalle classi subalterne a vantaggio della finanza internazionale. Ieri come oggi la moneta venne utilizzata per comprimere i salari ed i diritti dei lavoratori.
di - 23 gennaio 2015

La politica economica del Regime Fascista negli anni Venti è caratterizzata dalla predominanza delle teorie liberali, fortemente sostenute dalla grande industria nazionale, cui esponente principale è Giuseppe Volpi, Conte di Misurata, Ministro delle Finanze tra il 1926 e il 1928. Il simbolo di questa stagione è sicuramente la famosa “Quota 90″, ossia la rivalutazione della Lira rispetto alle altre valute , in modo che fosse possibile mantenere costante il cambio 1 a 90 con la Sterlina, all’epoca la moneta utilizzata negli scambi e nei commerci in tutto il mondo.

Prostrati da tre anni e mezzo di guerra mondiale, gli Italiani aveva assistito a numerose svalutazioni e alla progressiva erosione del potere d’acquisto della Lira, deprezzatasi di oltre il 20 % rispetto al valore d’anteguerra. Inoltre, la bilancia commerciale italiana era fortemente in deficit, e l’indebitamento estero del paese cresceva in maniera preoccupante. Il colpo di grazia alla traballante economia nazionale fu dato dall’attacco speculativo condotto prima sul Franco e poi sulla Lira, che procurò grandi preoccupazioni a Mussolini, consapevole della fragilità del Regime e delle strutture produttive nazionali. Fu allora che decise di intervenire, annunciando i provvedimenti necessari durante un discorso a Pesaro, il 18 agosto 1926: ”Non vi sembri strano se in questo momento io vi faccio una dichiarazione di ordine politico di una certa importanza. (…). Voglio dirvi, che noi condurremo con la più strenua decisione la battaglia economica in difesa della lira e da questa piazza a tutto il mondo civile dico che difenderò la lira fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo sangue. Non infliggerò mai a questo popolo meraviglioso d’Italia, che da quattro anni lavora come un eroe e soffre come un santo, l’onta morale e la catastrofe economica del fallimento della lira. Il regime fascista resisterà con tutte le sue forze ai tentativi di jugulazione delle forze finanziarie avverse, deciso a stroncarle quando siano individuate all’interno. Il regime fascista è disposto, dal suo capo all’ultimo suo gregario, a imporsi tutti i sacrifici necessari, ma la nostra lira, che rappresenta il simbolo della Nazione, il segno della nostra ricchezza, il frutto delle nostre fatiche, dei nostri sforzi, dei nostri sacrifici, delle nostre lacrime, del nostro sangue, va difesa e sarà difesa.”

La battaglia per la difesa della Lira comportò la riduzione dei salari e dei prezzi, diminuzione del denaro circolante tramite la conversione forzosa dei Buoni del Tesoro, raccolti nel famoso Prestito del Littorio, l’applicazione di misure autarchiche nell’industria siderurgica e petrolchimica, il lancio della famosa Battaglia del Grano per ridurre le importazioni di cereale dall’estero. In pochi mesi fu raggiunto il risultato sperato: il 25 aprile 1927 il cambio con la sterlina giunse a 87 lire, per poi stabilizzarsi intorno a quota 90. La rivalutazione privilegiò i lavoratori a reddito fisso, ed aumentò di conseguenza il consenso della media e piccola borghesia verso il Regime. D’altro canto danneggiò l’industria manifatturiera, per la diminuzione dell’esportazioni e della domanda interna, mentre si profilava un calo della produzione industriale in seguito al crollo dei consumi interni. Come sempre, le classi subalterne ed il proletariato pagarono il prezzo più alto, anche se la propaganda fascista esaltava il loro spirito di sacrificio:  La squisita sensibilità delle nostri classi lavoratrici ha permesso al segretario generale del partito on. Turati di annunziare al Duce che i lavoratori di Padova ed i contadini del bresciano aderivano alla diminuzione delle loro paghe in ragione del 10 per cento. Anche nel pavese e nel bolognese i lavoratori hanno accettato la medesima misura delle paghe.

Era stata varata in quei giorni la Carta del Lavoro, ma era ancora in divenire lo Stato Corporativo e la Socializzazione; solo con la Grande Depressione del 1929 Mussolini potrà intervenire in maniera più incisiva nel processo produttivo, con la creazione dell’IRI e dell’IMI, facendo dello Stato il più grande capitalista Italiano.

Per approfondire con il Circolo Proudhon

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