II secolo dopo Cristo: i Romani sono i padroni del mondo. Con gli Antonini- la monarchia ereditaria dei sovrani-filosofi- l’impero si espande geograficamente e culturalmente. Ad Occidente quasi nessuno vi si oppone, se non qualche isolata popolazione germanica; ad Oriente solamente lo stato partico è capace di resistere al suo impeto. Preoccupanti, però, sono i segnali di crisi che iniziano a manifestarsi: l’economia segna il passo, a causa delle troppe importazioni dalle ricche province orientali e la conseguente drastica diminuzione del consumo dei propri prodotti; le tensioni sociali (l’esercito permanente tiene troppo a lungo i contadini lontani dai campi) e culturali (il cristianesimo si diffonde senza essere assimilato dallo stato), d’altro canto, segnalano un preoccupante disagio dilagante a tutti i livelli della variegata popolazione imperiale.  La peste, che stronca Marco Aurelio mentre prepara la campagna contro i Quadi e i Marcomanni impedendo la conquista della cosiddetta “libera Germania”, contribuisce ad appesantire questa situazione, che diviene sempre più grave nel corso del III secolo, allorché la crisi latente esplode in tutta la sua pericolosa virulenza.

Commodo, i Severi, Massimino il Trace, Filippo l’Arabo, Messio Traiano Decio e molti altri personaggi minori non riescono ad invertire la tendenza, contribuendo anzi a rafforzarne le drammatiche criticità. La confusione è generale: mentre le persecuzioni anticristiane di Massimino e di Decio segnano la fine della secolare tolleranza religiosa, l’Impero cede al caos grazie ai colpi di stato imposti dall’esercito, pur tuttavia incapaci di fermare le pressioni sul limes esercitate dai Goti e del nuovo stato persiano. Nel 253 il senatore Valeriano viene acclamato imperatore al posto di Treboniano Gallo e di suo figlio, entrambi uccisi dai soldati in quanto troppo passivi sul fronte orientale. Di origini senatorie, il nuovo Augusto porta avanti un governo tradizionalista, giustificato dalla pura superstizione che caratterizza il mondo antico. Le pressioni barbariche ad Occidente (Franchi, Alemanni, Alamanni) e quelle ad Oriente, gli fanno credere in una sorta di vendetta degli dèi contro il diffondersi del cristianesimo: due editti e una nuova persecuzione sembrano essere la soluzione migliore.

Ma Giove e consanguinei non c’entrano. Nel 260 a fronte di una nuova offensiva del sovrano persiano Shahpur I- capace di conquistare Antiochia e Doura Europos- l’imperatore viene fatto prigioniero. Un fatto nuovo, simbolicamente di un’importanza unica, dinnanzi al quale il prudente Gallieno (figlio di Valeriano, cooptato al trono nel 253) non tenta una rischiosa spedizione di liberazione. Piuttosto, lo sfondo culturale muta improvvisamente: «La sconfitta di Valeriano – scrive Santo Mazzarino – doveva necessariamente apparir una vendetta del dio dei Cristiani», tanto che suo figlio, pur essendo pagano, restituisce una rudimentale libertà di culto (ancora lontana antesignana dell’editto di Costantino del 313), sospendendo la persecuzione. La parabola storica di questo imperatore, erede dei monarchi-filosofi del secolo precedente, costituisce una delle più drammatiche dell’antichità: Gallieno deve fronteggiare, come mai nessuno prima, le pressioni esterne; ad Oriente affida al principe di Palmira Odenato il correttorato totius Orientis (una fascia quasi autonoma necessaria per limitare l’espansione persiana e gotica); ad Occidente non può nulla direttamente contro la ribellione del generale Postumo, che dà vita all’Imperium Galliarum (comprendente Britannia, Gallia e Spagna

L’Imperatore, conscio della crisi che sta alla base delle pressioni esterne, decide di compiere una sforzo superiore, rinunciando alla propria formazione tradizionale dopo aver individuato nella classe senatoria la principale ragione della decadenza. I senatori vengono quindi colpiti sia sul piano monetario con il divieto di emissione della moneta di rame, usanza in voga dai tempi di Ottaviano, sia su quello militare, con la scomparsa del legatus legionis. È questo provvedimento che conferisce il comando di tutte le legioni ai cavalieri, elevando l’importanza dei loro comandanti. Curiosa voluttà della sorte, è proprio un comandante di cavalleria, Aureolo, a ribellarsi a Gallieno ed un altro, Aurelio Valerio Claudio, detto “il Gotico”,  a prenderne il posto dopo averlo ucciso. Con Gallieno muore un sovrano illuminato, tradito da coloro che ha elevato, inutilmente sacrificatosi per salvare il presente guardando al futuro. Dopo di lui ci sarà- da Aureliano a Diocleziano- l’epoca della reazione, quella che Mazzarino chiama «la disperata difesa del vecchio stato», prima che le rivoluzioni monetarie