di Matteo Mollisi

Le Printemps est évident, la Primavera è manifesta, declama nel 1871 un giovane Arthur Rimbaud, forse coi gomiti inchiodati ad un balcone e lo sguardo riverso sul tumulto, forse appena emerso dal cuore del tumulto stesso. L’incipit è quello del Chant de guerre parisien, e la guerre in questione non è quella contro i prussiani, persa al limitare dell’estate precedente, ma una guerra tutta parigina, che introdurrà una delle parentesi politiche più fugaci e allo stesso tempo più ammirate della storia moderna, capace di strappare il plauso di Marx e di ispirare Lenin, ma anche di suscitare lo sdegno di Flaubert, che la definirà “l’ultimo brandello di medioevo”, e di molti intellettuali insieme a lui.

La Comune di Parigi fu un governo provvisorio che resse la città per 71 giorni, dal marzo al maggio 1871, figlio di una rivoluzione popolare dettata principalmente dalla diffusa volontà di reagire ad un immobilismo gattopardesco che pervadeva le alte sfere della società e della politica parigina: dopo la disfatta di Sedan contro i prussiani e la caduta di Napoleone III, e in seguito il lungo assedio della capitale, monarchici e borghesi avevano giocato al rimpasto, propugnando agli occhi della gente un ritorno alla Repubblica. Parallelamente, il governo pseudo-repubblicano (ma in realtà filomonarchico) guidato da Thiers aveva proceduto al dialogo col nemico prussiano, il quale aveva imposto ai francesi la consegna delle armi, fatto mal digerito dall’orgoglio di quei parigini che avevano duramente combattuto nei giorni dell’assedio, e in particolare di quel corpo militare composto da volontari, chiamato Guardia Nazionale, che avrebbe rappresentato il vero motore armato della rivolta. Il 18 marzo i rivoluzionari presero il potere, e affidarono alle elezioni l’identità del nuovo assetto di governo. I risultati diedero conto del guazzabuglio di ideologie coagulatesi nell’impeto che era sfociato in rivoluzione: ad una maggioranza di socialisti di stampo Proudhoniano (corrente che viene generalmente associata all’esperienza della Comune dai libri di storia) si affiancava infatti un importante contingente di blanquisti e una non trascurabile componente neogiacobina. Nonostante questi ultimi fossero gli unici a non essere riconducibili ad un’impronta socialista, facendosi portatori degli ideali rivoluzionari di vecchia data (laicismo, uguaglianza, libertà di espressione) essi si rendevano in qualche modo compatibili all’istanza socialista e sulla carta antiborghese, realizzando un intreccio interclassista i cui frutti si sarebbero potuti rintracciare in una politica straordinariamente coesa e ben orientata nei consensi che essa seppe conseguire in più strati sociali, nonostante fossero molte e variegate le forze che dall’interno la mossero.

Un punto sul quale l’istanza neogiacobina e quella socialista conversero alla perfezione fu certamente la laicizzazione delle istituzioni: separazione tra Stato e Chiesa e nazionalizzazione dei beni ecclesiastici furono immediate. Fu poi imposta l’elettività di tutte le cariche pubbliche, per le quali sarebbero stati previsti salari non superiori a quelli di un operaio. Furono occupati gli appartamenti lasciati liberi e collettivizzate le fabbriche abbandonate, con l’intento di trasformarle in società cooperative. Fu introdotta l’istruzione gratuita e laica, fu abolito l’arruolamento obbligatorio, e sostituito l’esercito con tutti coloro che erano abili alle armi. Fu inoltre messa al centro la necessità di fornire i servizi e l’assistenza pubblica fondamentale a tutti coloro che ne avessero bisogno, in una città che veniva dalla guerra, dall’assedio e dalla lotta per le strade: quasi uno stato sociale ante litteram.

Sull’esperienza comunarda, come detto, i giudizi diversero. Faro imprenscindibile dell’esperienza socialista da una parte, ordalia di selvaggi e di fanatici dall’altra. Parentesi caotica o modello di praxis politica con pochi precedenti, capace di eludere, come sottolineò Lenin, l’ostacolo del parlamentarismo, unendo potere legislativo ed esecutivo. Forse, l’importanza storica della Comune sta proprio in quest’ultimo aspetto, che mette a sistema il traboccare di opinioni contrapposte e le ritaglia un posto speciale nel corso degli eventi: il farsi azione di un sussulto utopico, di una sete d’agire quasi impulsiva e primordiale, forse non sempre lucida ma intrinsecamente dotata di un impeto dirompente che destabilizza, metadialetticamente, le architetture della Storia calcando in maniera netta sull’antitesi. Poco Marxiana e scientifica da questo punto di vista, ma anzi molto più gestazione del massimalismo e del leninismo. La Comune fu soffocata dall’esercito monarchico a fine maggio, nel sangue. Fu un respiro immediatamente represso che per questo potrebbe essere tacciato di utopia, ma nella grande spirale che costituisce la Storia spesso certe imprese si rispecchiano in quelle abbozzate e poi scartate dal passato. La printemps comunarda fu l’archetipo di molte altre primavere rivoluzionarie che sarebbero venute. Fu, nella sua ingenuità, l’unico, vero e puro grido di rivoluzione della storia moderna. Est évident.