Lo sfarzo, il lusso sfrenato, le passioni amorose degne di un romanzo sono i tratti distintivi di quel periodo storico a cavallo tra il 19° ed il 20° secolo, passato alla storia come Belle Époque, di cui l’Esposizione Universale del 1889 di Parigi ne è la fotografia più nitida. Un’Expo in cui sfavillavano le conquiste scientifiche, tecnologiche e, ahimè, anche imperialistiche dell’Uomo Moderno. Una bella epoca, così l’hanno definita, eppure quella bellezza celava un malessere generale che pochi anni dopo si tradusse in conflitto. Nel 1899, infatti, la Prima Conferenza dell’Aia presagiva quanto i fragili equilibri internazionali stavano per infrangersi al suolo in un fragore che avrebbe investito tutta l’Europa, e non solo. Era evidente quanto quella spensieratezza, tanto ostentata nei salotti buoni d’Europa, era una coperta ricamata in una trama di false verità. Una coperta troppo corta che lascia scoperte le ali di un mostro che da lì a poco avrebbe rivelato il suo volto.

Da un lato le fragili relazioni internazionali; dall’altro un malessere diffuso negli strati più bassi della popolazione: erano queste le ali di quella bestia immonda che stava per far tremare l’Europa intera. Jules Bonnot, operaio, anarchico e poi bandito, fu il riflesso più fedele dell’inquietudine che caratterizzò la classe operaia dei primi del ‘900. Un’infanzia tragica, la sua: orfano di madre all’età di 5 anni, un fratello morto suicida ed un padre che annaspava per potersi concedere una vita degna. Sin dalla giovane età si dimostra recalcitrante alle autorità: sebbene fosse un buon lavoratore, perse spesso gli impieghi a causa della sua innata attitudine alla lotta contro le ingiustizie. Come ogni rivoluzionario, ebbe un’esperienza travagliata con l’amore. Nel 1901 si unì in matrimonio con Sophie Burdet, un’unione che diede alla luce due figli: Emilie, morta qualche tempo dopo e Justin-Louis, di cui fu genitore ma mai realmente padre. Infatti la sua vita si snodò tra due antinomie: la necessità di una vita tranquilla, che avrebbe significato la resa nei confronti della società borghese; e l’ardente amore per la fiaccola dell’Anarchia. In seguito iniziò una frequentazione con Judith Thollon, da cui forse nacque anche una storia amorosa. Un amore che, però, non dissipò per nulla l’idea stirneriana di ribellione contro la società. Sotto le armi scoprì le sue due grandi passioni: le pistole e le automobili, fu proprio quest’ultima attitudine che portò l’anarchico francese a divenire nel 1910 lo chaffeur di Sir Arthur Conan Doyle. L’automobile, tanto cantata da Marinetti quanto antropomorfizzata da d’Annunzio, fu per lui lo strumento che lo portò a divenire uno tra i più ricercati banditi del 1900. La prima rapina in auto che la storia ricordi, avvenne nel Dicembre del 1911 a Parigi, compiuta da Bonnot e la sua omonima ciurma.

La banda Bonnot, così fu ribattezzata dalle autorità, fu una “banda” illegalista anarchica che terrorizzò la Francia per alcuni mesi tra il 1911 ed il 1912. Questa ghenga si forgiò attorno alla libreria L’Idée Libre, un distaccamento del giornale anarco-individualista L’Anarchie. Il loro obiettivo era tutt’altro che personalistico, infatti le loro azioni sovversive erano mirate a destabilizzare la società capitalista, sottraendole ciò che aveva di più caro: i soldi, con cui avrebbero finanziato il loro attivismo politico. Come si può immaginare, l’epilogo di questa storia fu tutt’altro che gioviale: molti di loro furono incarcerati, altri condannati alla pena capitale. Jules Bonnot, indicato come leader dall’attività, fu braccato nella casa dell’amico Joseph Dubois nel 28 Aprile del 1912. Con una fragorosa azione, la polizia uccise Bonnot con una raffica di colpi di mitragliatrice ed esplosivi; mentre fuori le autorità lo circondavano, l’anarchico riuscì a scrivere un’ultima lettera:

«Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita, senza esser capace neppure di sognarla. L’avevo trovata, e scoperto che cosa fosse. La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso nessun rimorso…».

Jules Bonnot è sicuramente un anarchico di altri tempi, uno di quelli a cui Lombroso averebbe sicuramente voluto studiare il cranio. Un Waldgänger, per usare le parole di Ernst Jünger, relegato ad un periodo immortalato in qualche foto ormai sbiadita. Un anarchico che si diede alla macchia perché il capitalismo gli aveva precluso ogni via d’uscita e non un riottoso da centro sociale che scalpita, urla e si strappa i capelli per una manciata di asterischi a fine di parola. Certamente era un criminale, ma altresì un ribelle a cui guardare con occhio critico.