All’ombra del terribile Taigeto stanno virilmente eretti i figli della stirpe dorica. Occupata l’antica Lacedemone, piccolo centro abitato dai deboli iloti, guidati dalle dinastie degli Euripontidi e degli Agiadi i conquistatori fondano una patria degna del loro lignaggio: Sparta. Simili ai Greci nord-occidentali per origine e provenienza, i Dori se ne distinguono nettamente per volontà ferma di plasmare una forma di vita il più possibile sovrapersonale, una militanza perpetua ed una formazione nettamente delimitata. Presso lo spumoso Eurota lo Stato cittadino degli elleni trova la sua più viscerale e convinta forma assoluta. Le varietà espresse dalla genia dorica, tra cui poteva figurare anche il baluardo cretese, furono certamente numerose ma non è possibile dubitare che il più dorico tra tutti i semi degli eraclidi fosse quello dei Lacedemoni.

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Alla metà del VII secolo, la diversa indole degli spartani li spinse a dotarsi, per voce del Dio delfico, del sacro ordinamento della Grande Rhetra. Per proclamazione divina e per forza di membra l’esistenza del ceto dominante si allarga e arricchisce annettendo l’achea Amicle e modi e costumi della Ionia. Lo spartiate trovava ora, signore incontrastato della rocciosa Laconia, diletto negli artificiosi vezzi dell’artigianato, per la sua viscerale religiosità istituiva con dovizia le sacre feste innalzando agli Dei ricchi sacrifici, e si abbandonava impudicamente alla vita signorile, lasciando erodere la marmorea indole dorica con piaceri venatori ed altri femminei godimenti. Le condizioni sociali all’interno degli spartiati, discendenti degli invasori dorici, subirono un veloce mutamento dove non soltanto gli appezzamenti di terra diventarono proprietà privata, ma sorse anche una crescente diseguaglianza nella proprietà e nel tenore di vita. Malgrado questo dinnanzi alle altre comunità greche Sparta assunse una posizione unica.

Licurgo di Sparta con particolare della Grande Rhetra in mano e armi dello spartiate

Licurgo di Sparta con particolare della Grande Rhetra in mano e armi dello spartiate

Niente allevamento di cavalli né, tantomeno, aristocrazia equestre; a Sparta i pochissimi chiamati aristocratici non lo erano per meriti economici o di sangue, ma erano tali poiché appartenenti al damos, nucleo dell’antica comunità armata lacedemone. Gli appartenenti al damos erano soliti combattere a piedi, ripugnando ogni altra forma di scontro, in unità disposte su tre file: poco compatte e poco disciplinate, così da dare sfogo alla feroce forza guerresca in tremendi combattimenti singoli. Questo fu il modo in cui i dori s’insediarono in Laconia e che mantennero sino a quando una tremenda e prolungata guerra impose loro inevitabili evoluzioni tattiche per evitare l’estinzione della stirpe. Di pari passo all’affermazione della Grande Rhetra, dunque, tra i deboli asserviti ed i nullatenenti della Grecia si sparse il seme dell’odio per la loro indegna ed inumana condizione: gli iloti della Messenia meridionale si sollevarono. Forti della preponderanza del numero e abili a riversare contro gli spartiati il loro stesso modo di combattere, gli iloti sembrarono strappare definitivamente il dominio spartano. Per porre fine a tale affronto e sfuggire alla disonorevole sorte di divenire servi di quelli che una volta erano dominati ed ora parevano vittoriosi fu d’obbligo un estremo sforzo d’ingegno strategico.

Come fermare dunque la travolgente moltitudine degli asserviti? Come contrapporsi ad una popolazione numericamente preponderante e mossa da viscerale odio e rancore? La costrizione in cui gli indomiti e fieri spartiati vennero a trovarsi portò alla nascita di un’unità monolitica, composta da guerrieri senza timore, un ordinamento sovrapersonale, perfetto banco di prova per la sfrontata virilità spartana: la falange oplitica. Questo lo schieramento scelto, tenuto insieme dalla rigida disciplina dorica e cantato nelle sacre elegie del poeta guerriero Tirteo

Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila

Questo l’inno intonato che decretò il successo nell’ora dell’aspra battaglia; impossibile, dunque, arrestare l’inesorabile marcia degli indomiti e fieri giovani che travolse la fertile Messenia e riconquistò Sparta. Scampato il mortale pericolo di vedersi assoggettati agli indegni iloti, nasceva la grandissima occasione di soddisfare con assegnazioni di terre, bene quanto mai raro, la richiesta di una nuova ripartizione del suolo degli spartiati e di appagare in qualche misura il desiderio di uguaglianza materiale. Se ogni spartiate, senza riguardo all’origine e alla proprietà, doveva essere ugualmente armato, nella polverosa battaglia ciascuno doveva assolvere agli stessi compiti, era quindi giusto che la dignità e la proprietà dei singoli fossero uguali. Da qui nasce la più grande rivoluzione del pensiero spartano, il pensiero di un’areté compiuta nella comunità, la considerazione dell’individuo non sulla base dei suoi privilegi ma sul servizio che ha reso nel vivere e nel morire per la collettività, la quale gli mostra gratitudine innalzandolo a gloria eterna. Una società di fratelli uguali in ricchezza, educazione e diritti. È chiaro che l’imposizione di questo nuovo modello societario non poteva essere soddisfatto se non tramite la costrizione di chi, privilegiato, influenzava decisivamente la gerusia. A campioni della nuova impalcatura sociale assursero gli Agiadi e gli efori, autorità sacrali provenienti dai quattro villaggi principali di Sparta:  Cinosura, Limne, Mesoa e Pitane. Per loro intermediazione, alla fine del VII secolo gli spartiati, Stato dominante di 8000 uomini, divennero definitivamente “uguali”, come essi, pieni di orgoglio, da allora in poi si chiamarono.

Edgar Degas, Esercizio di giovani spartani

Edgar Degas, Esercizio di giovani spartani

Sulla base di tale fratellanza crebbe vigorosa una comunità militare di vita, chiusa ermeticamente come il tempio dorico e ad esso somigliante perché ogni singolo membro vivente trae la giustificazione ed il senso della propria esistenza dalla struttura generale, alla quale non va dato il nome di Stato ma quello antico di kosmos (ordine). Al kosmos lo spartiate appartiene, sin dalla nascita. I suoi organi stabiliscono se deve essere allevato o, per la sua ignobile deficienza fisica, esposto all’implacabile Taigeto. Concluso il settimo anno di età, terminata quindi l’età puerile, essi lo tolgono alla madre per iniziarlo al marziale regime dell’agoghé, utile mezzo per trasformare i fanciulli in degni rappresentanti e validi difensori dell’ordine sacro.

Le virtù guerresche erano da subito incentivate: coraggio, astuzia, obbedienza e capacità di sopportare dolori venivano accompagnate all’aspro brodo nero, degno pasto, che ingenerava un invincibile sentimento dell’onore militare e un ineguagliabile insofferenza alle privazioni

Gli spartiati forgiati dalla riforma ripudiavano schifosamente ogni vezzo voluttuoso dell’età aristocratica, ogni forma di ricchezza lasciva e ricercavano minuziosamente il dissolversi del singolo in un ordinamento superiore: vero fine dell’esistenza personale. Il raggiungimento di questo aulico scopo è strettamente correlato alla comunità militare e per raggiungerlo, lo spartiate, muove alla guerra come fosse un rituale sacro, un giorno festoso nel quale combattendo e cadendo dà prova di un’areté ineguagliabile, perché egli la conquista al servizio del kosmos. Questo è per lui legge divina, inconcepibile per lo straniero, e per questo si chiude al mondo esterno che non può apportare nessun valore positivo al kosmos spartano, ma solo corromperlo e distruggerlo.

Le rovine di Sparta oggi. Dopo esser stata sottoposta all'egemonia macedone e al dominio di Roma, la Sparta classica venne rasa al suolo dai Goti di Alarico sulla fine del IV secolo

Le rovine di Sparta oggi. Dopo esser stata sottoposta all’egemonia macedone e al dominio di Roma, la Sparta classica venne rasa al suolo dai Goti di Alarico sulla fine del IV secolo

Lo straniero senza onore è il vero nemico dello spartiate che potrebbe veder distrutto l’aulica e perenne mobilitazione militare dalla perversa voglia di trafficare e di guadagnare,  sentimenti degni di forme di vita considerate moralmente inferiori. Di tanto in tanto la comunità scova ed espelle coloro i quali, provenienti dall’estero, sono riusciti ad annidarsi nella città.

Ogni attività che prevede l’uso della moneta è proibita allo spartiate, così come il possesso di metallo nobile

La ferrigna vita dei figli di Sparta porta a riconsiderare istituzioni innalzate a cardine delle altre città-stato greche. La famiglia non ha alcuna importanza, il matrimonio viene celebrato intorno ai trent’anni, l’amore per i fanciulli è considerato come valido mezzo pedagogico, ed il controllo delle nascite teneva attentamente sotto controllo il numero di nuovi nati. Analogamente ai coetanei maschi le fanciulle erano spinte a compiere esercizi ginnici in pubblico affinché plasmassero le proprie membra per generare figli robusti.

Zeus assiso sul trono, alla maniera degli efori, i quali esercitavano la loro magistratura seduti su cinque seggi posizionati nella stessa stanza

Zeus assiso sul trono, alla maniera degli efori, i quali esercitavano la loro magistratura seduti su cinque seggi posizionati nella stessa stanza

Campioni di questa attuata riforma dello stile di vita spartano furono gli efori i quali si eressero, per volere pitico, a controllori dell’educazione e a maestri di condotta; era loro funzione anche quella di dichiarare ufficialmente ogni anno la guerra agli iloti così che i cittadini potessero perpetuare l’oppressione e castigare ogni tentativo di future rivolte con la crudeltà più brutale. Kosmos voleva dire soprattutto questo, mobilitazione continua, poggiando la propria esistenza sulla nuda violenza e sull’asservimento di una popolazione sei volte maggiore in Laconia e in Messenia. Solo per il mantenimento di questo stato di cose occorreva curare al massimo grado l’abilità militare e la continua prontezza alla lotta.