È la sera del 20 luglio 1944, il tramonto estivo accende le Alpi Orientali. Lassù c’è la vetta del Monte Forno, ora triplice frontiera – Dreiländereck – tra Italia, Austria, Slovenia; all’epoca del nostro racconto invece, è territorio OZAK: Operationszone Adriatisches Küstenland. Dopo l’8 settembre, quello non è più territorio italiano, ma Reich.

È una data importante quella del 20 luglio ’44. Nel quartier generale della Tana del Lupo, in Prussia Orientale, un gruppo di congiurati della Wehrmacht, ha tentato di far saltare in aria Adolf Hitler. Hanno fallito, il Führer è ancora vivo, determinato ad andare fino in fondo, verso l’apocalisse della Germania. Lo stesso giorno, 1.300 chilometri più a sud, un treno entra nella stazione di Tarvisio. A bordo, c’è l’avanguardia di una forza d’occupazione di 20.000 armati, giunti dalla Polonia, e dietro loro, altrettanti civili, donne, vecchi, bambini, in un caos di carriaggi, stivali, tappeti, samovar, barbe bianche, icone, pellicce, montoni, nitriti, canti del Volga. Arrivano altri 50 convogli. Le banchine delle stazioni ferroviarie friuliane, sono invase da una strana ed esotica folla di uomini e animali.

Soldati dai lineamenti caucasici con giubbe e caftani mai visti hanno sul capo colbacchi con l’aquila nazista e al fianco la Šaška, la sciabola della Russia asiatica, con l’elsa in avorio decorata con pomo d’ottone a forma di becco d’uccello. Ufficiali di alta statura portano ricche spalline di memoria zarista, paiono gli eredi bianchi di una sconfitta controrivoluzionaria a cui non si sono rassegnati. Generali baffuti, con pugnali ricurvi dai foderi gemmati, e i venerati atamani, reduci da mille cariche, sognano la riscossa fino al Cremlino, e di porre granduchi in disgrazia su troni ormai bruciati da decenni. Insegne di reggimenti di cavalleria, raccontano l’oriente e la steppa scossa dalla corsa di squadroni al galoppo tra nubi di neve e polvere: Don, Kuban, Terek, Astrakhan, Ural, Transbaikaila. E poi i cavalli, a migliaia e migliaia, dall’odore di criniera sudata, antichi compagni d’arme di un esercito fiero ed errante che ha combattuto lungo la Storia, contro polacchi, russi, calmucchi, tatari, turchi, napoleonici, tedeschi, bolscevichi. Non sono gli unici animali ad affiancare le truppe, anche centinaia di cammelli pascolano nelle malghe alpine, e possiamo immaginare lo stupore dei nostri montanari per quelle creature da zoo cittadino, forse mai viste neppure sulle immagini dei libri. Visioni di divise, colori, lingue sconosciute, volti, che ispirerebbero la magnifica matita di Hugo Pratt.

Sono i giorni dell’invasione cosacca della Carnia e della campagna “Ataman.” L’invio della forza militare è deciso dagli alti comandi tedeschi come un’operazione per contrastare definitivamente la minaccia partigiana nella zona, che non è solo italiana ma anche slavo-titina. C’è anche un’altra motivazione. Ai cosacchi anti-comunisti, ritenuti da Berlino, dalla Wehrmacht e dalle SS, validi alleati contro Stalin, è stata promessa una nuova terra, e la Carnia friulana rappresenta la terra promessa in veste provvisoria, in attesa di un capolgimento delle sorti belliche ad est, con la vittoria finale, che sarà invece disfatta totale. La geografia, in quei mesi, muta. Il villaggio di Alesso diviene Novocerkassk, Cavazzo Carnico è ora Jekaterinodar, spuntano sulle cartine nomi nuovi e importati, Novorossisk, Ust-Medvedickaja, Chapiorskaja, Batajskaja. Metamorfosi geografica in provincia di Udine. Il Don non sfocia più nel Mar d’Azov, ma allunga il suo corso tra le valli del But e del Tagliamento, e finisce nell’Adriatico.
Nelle montagne, nei boschi e nelle frazioni, si susseguono azioni di guerriglia partigiana e controguerriglia cosacca, di bande e controbande waffen – SS, di imboscate e rappresaglie. Nel mezzo, la guerra irregolare, ha messo i civili. Oltre ai cavalieri agli ordini dell’Ataman Pëtr Nikolaevič Krasnov e del generale Domanow, compaiono nell’ Adriatisches Küstenland dal Caucaso altri unni novecenteschi come armeni dell’Armenische Legion, fanti di montagna azeri, georgiani filo-tedeschi, e più a sud in Romagna i tartari turkmeni pronipoti dell’Orda d’Oro di Tamerlano e i kazaki turco-mongolici: che baraonda di bandiere, di copricapi, di lingue, di nostalgie euro-asiatiche, di sciabole, di incensi ortodossi, di mezzelune musulmane, di carnagioni, di tratti, di speranze nazionaliste, di illusioni, di sconfitte, di morte.

Il Terzo Reich è anche questo; non solo mondo germanico, ma anche una periferia che si allarga chiamando a sè, nella tragica crociata contro il bolscevismo, forze e popoli di altre dimensioni, lontane e diverse.
Per i cosacchi di Carnia, l’epilogo è tremendo. A fine aprile ‘45, quando tutto è perduto, 40.000 tra militari e civili, dopo l’ultima battaglia di Ovara contro i partigiani, riparano in Austria, sperando in un’ultima, disperata, ridotta. Sì, sono disperati, resistere equivale a soppravvivere, sanno che in URSS non ci sarà alcuna pietà per loro, traditori della Madre Russia e del compagno Stalin. Alla conferenza Yalta, nel febbraio precedente, Churchill e Stalin hanno già discusso sulla sorte loro e di tante altre centinaia di migliaia di ex-soldati e cittadini sovietici che hanno scelto per ideale, per opportunità o per fame, di passare al nemico nazista. A maggio, i cosacchi, accampati nel lato austriaco della Val Pusteria, depongono le armi. Gli inglesi li ingannano. Organizzano una conferenza che è in realtà una grossa trappola. Il maresciallo Alexander vuole conferire con i 2.000 signori ufficiali dei reggimenti cosacchi, viene detto loro, e i signori ufficiali ci cascano. Giunti a Spittal, luogo dove si sarebbe dovuto tenere l’incontro, vengono tutti arrestati e rinchiusi in un campo di prigionia. Prossima destinazione: URSS, chi al gulag, chi contro un muro. Per tutti gli altri, concentrati in baraccamenti sulle sponde del fiume Drava,  non va di certo meglio.

Il primo giugno, una distesa di migliaia di cosacchi assiste alla messa. Sotto le cime austriache si diffondono i canti ortodossi, le icone sono levate verso il cielo grigio dai popi. Arrivano i britannici, armi spianate. Un colonnello della guarnigione di Lienz comunica che tutti verranno consegnati ai sovietici. I cosacchi sono ormai disarmati, si difendono con resistenza passiva e perdente; la folla si stringe, aggrappandosi alla preghiera. I britannici usano i bastoni, fino a sudare per lo sforzo. Esplode il panico, incontrollato, furioso, impazzito. I bastoni vengono sosituiti dalle armi da fuoco. Colpi di fucile Lee–Enfield, crepitii di mitra Sten, raffiche di mitragliatrici Bren, insieme a grida, riecheggiano nella piana di Peggetz. A centinaia tentano una folle fuga, che sembra un sucidio collettivo, verso le acque della Drava. Molti, i morti, per i soppravvissuti tocca il viaggio verso casa, verso l’ira del compagno Stalin.

La mattina del 16 gennaio 1947, tra le gelide e tetre mura moscovite del carcere speciale della Lubjanka, uomini della polizia segreta NKVD impiccano cinque alti ufficiali cosacchi. Tra loro pende il corpo di Krasnov, l’Ataman della Carnia che sognava un nuovo Zar.
Kosakenland, Friuli Venezia-Giulia, luglio 1944 – maggio 1945.

Testo di riferimento: Pier Arrigo Carnier, L’armata cosacca in Italia. 1941 – 1945, Mursia.