“Guarda: qualcuno vorrebbe camminare, ma la terra gli tiene fermi i piedi. Che cosa accadrà, se la sua volontà di camminare non cede? La forza creatrice del suo spirito, la forma primordiale che gli è stata insufflata dalle origini, troverà un’altra via, lungo la quale bisogna camminare e così ciò che in lui, per andare, non abbisogna di piedi, camminerà malgrado la terra, malgrado il vincolo”.
Gustav Meyrink

Tentiamo un’opera tipicamente longanesiana: immagine e didascalia. Partiamo da questo. Rastenburg, Quartier Generale di Hitler, pomeriggio del 20 luglio 1944: giorno dell’attentato al Führer ad opera di von Stauffenberg. Una foto riproduce Hitler e Mussolini in compagnia di Bormann, Göring e l’ammiraglio Dönitz con alle spalle un uomo dalla dubbia identità. Il corpo è totalmente coperto, ma di profilo ne compare il volto. Per molti si tratterebbe del barone Julius Evola, il Maestro della Tradizione. Ma che ci faceva il filosofo antimoderno nella Tana del lupo? A questa ed altre domande ha tentato di rispondere Gianfranco de Turris, autore di questa biografia: Julius Evola. Un filosofo in guerra 1943-1945, uscita lo scorso dicembre per Mursia.

“Mancava un’opera di ricerca come questa […] che affronta uno dei passaggi più difficili, delicati e lacunosi a livello di documentazione di tutta la biografia di Evola” scrive lo storico Giuseppe Parlato nell’introduzione al saggio. La genesi del testo da cui l’autore ha elaborato la presente opera trae origine dal convegno “Le scelte della Repubblica Sociale Italiana – Itinerari personali in una tragedia collettiva” tenutosi a Milano nel ’98 a cura di Fabio Andriola e Luca Gallesi. Il risultato del lavoro di rielaborazione, durante tutti questi anni, ha dato vita al libro in questione. Una non facile operazione di ricostruzione storica, o almeno un primo significativo tentativo in tal senso è quello operato dall’eminente studioso evoliano.

Gianfranco de Turris è una figura originale nel panorama culturale italiano: giornalista, traduttore, studioso di Tolkien, massimo esperto evoliano e appassionato di generi poco fortunati in Italia quali il fantasy e la fantascienza; è segretario della Fondazione Julius Evola e curatore dell’intera opera omnia del filosofo uscita per le Edizioni Mediterranee. Studiare, rileggere e divulgare l’opera di Evola non è cosa da poco. È un’impresa quasi eroica. Perché avere a che far con gli evoliani vuol dire, spesso e purtroppo, avere a che fare con i peggiori allievi che un maestro abbia mai avuto: invasati, complottisti, neofascisti impenitenti… ma ci sono evoliani ed evoliani. Nel suo ultimo lavoro, infatti, de Turris non si dimentica di bacchettare evoliani, antievoliani, evolomani o sedicenti tali, in merito all’uso improprio di documenti e citazioni (parziali) ad opera anche di studiosi di area, che hanno dato adito a volgari dicerie, errori storici di chi – operando in malafede o peccando di leggerezza – ha contribuito ancora una volta ad aumentare l’avversione e la diffidenza nei confronti di un intellettuale come Julius Evola: figura mitizzata o demonizzata – a seconda dei casi – al pari forse di figure come Hitler, Stalin o Mussolini.

Quale sarebbe il profilo, inedito o misconosciuto, di questo intellettuale tanto discusso che emerge alla fine del saggio? Lo riassume lo stesso autore nella nota introduttiva: “Ne esce alla fine un ritratto fondato su testimonianze, epistolari e ricostruzione di eventi” che “tocca svariati temi – politica, storia, storia militare, esoterismo, massoneria e anche medicina”. Si scopre in Evola “una sorta di agente sotto copertura che operava dietro le linee nemiche o in una zona in mano nemica rischiando la pelle”, ritrovando così, nei fatti, le due innate disposizioni che – a detta dello stesso filosofo – lo hanno sempre caratterizzato: quella dell’uomo di pensiero e quella dell’uomo d’azione.

L’Evola che si ritrova in quel fatidico luglio del ’43 è uno studioso intento a ultimare e inviare manoscritti per la pubblicazione, pur conscio che il tragico momento storico che stava attraversando l’Italia rendeva incerto ogni progetto che si volesse realizzare anche nell’immediato futuro. Evola non si illudeva sulle sorti della guerra. Scriveva infatti il filosofo: “ora si tratta di trarre le conseguenze sulla dura lezione”. Non amava il “Re fellone” ma rispettava la monarchia, non approvò mai la RSI ma ne salvava l’aspetto eroico e cavalleresco che animava i giovani protagonisti disposti a morire per l’idea, per l’onore. Se ne scorge il profilo di un idealista che riconosce l’onore come valore, come postulato dell’idea di aristocrazia a cui si rifaceva.

Durante il Regno del Sud è a Roma per tentare di dar vita al progetto di creazione di un movimento politico legato ai principi di aristocrazia che richiamasse l’idea di Tradizione: il Movimento di Rinascita d’Italia. Il ‘barone nero’ avrebbe dovuto “formare delle élite di giovani che sapessero resistere alla modernità e alle fallaci seduzioni del populismo […] che potessero portare a compimento a livello sovranazionale le rivoluzioni fascista e nazista, conferendo a queste un significato culturale”, specifica Parlato nell’introduzione. Evola chiede la tessera del PNF solo nel 1943, e non per adesione ideologica al fascismo, ma come requisito per avere il permesso di partire volontario in guerra. La tessera gli viene però negata, essendo inviso da anni ad alcuni esponenti delle gerarchie fasciste e naziste (si ricorda infatti che, anni prima, Evola fu picchiato dalle camicie nere e la sua rivista La Torre chiusa dalla censura di regime). Appena entrati a Roma uomini dei servizi segreti alleati si recano a casa del barone per fargli una “visita”, ma trovano ad accoglierli la madre settantottenne che, con “rara prontezza di spirito”, riesce a distrarli, dando modo al figlio di fuggire in tempo senza essere visto. Ha quindi inizio la misteriosa fuga verso il Nord. Qui i documenti sono scarsi e cominciano le ipotesi dell’autore che vedono il filosofo, nelle vesti di agente segreto, camminare a piedi per mezza Italia, dato che l’età (aveva allora quarantasei anni), la conoscenza delle tecniche yoga e l’allenamento da montagna lo rendevano possibile. Si sa con certezza che fece tappa a Firenze, passando per Desenzano e Venezia per poi arrivare a Vienna, probabilmente per raggiungere la sede dell’SD che aveva sede nella capitale austriaca.

Negli anni che vanno dalla destituzione di Mussolini alla fine della guerra vi è un Evola alle prese con loschi figuri come Giovanni Preziosi (il feroce antisemita, esemplare figura di prete spretato), Roberto Farinacci (fascistissimo esaltatore del manganello), Alessandro Pavolini (fondatore delle brigate nere durante la RSI) e l’intero entourage nazista dei personaggi più vicini al Führer negli ultimi anni di guerra. Si scopre infatti che il barone Evola si recò personalmente al Quartier Generale di Hitler, essendo tra i pochi italiani presenti a ricevere Mussolini in persona dopo la liberazione dal Gran Sasso, per organizzare un nuovo progetto politico. Tra i presenti a quell’incontro vi è anche il figlio del duce Vittorio a cui il filosofo, interpellato, propone come soluzione una reggenza, un governo militare che doveva muoversi in direzione anticomunista e antidemocratica, sul modello di Franco in Spagna. Ma era davvero Evola l’uomo nella foto a cui si alludeva all’inizio e che fa da copertina al libro? Pur riconoscendo una spiazzante somiglianza, de Turris dubita sia possibile.

Le ricostruzioni operate dall’autore si basano anche e soprattutto su epistolari e memorie. E si sa, la memoria può far cilecca e quando le dichiarazioni di Evola o amici, collaboratori e conoscenti sono fumose o inesatte, de Turris le confronta con documenti e prove. In mancanza di questo formula delle ipotesi, tutte pertinenti e verosimili – ma proposte come tali – che possano completare il difficile mosaico. Il lavoro, frutto di decenni di studi, è notevole e non si può non renderne merito. Molti amici dell’autore, davanti all’idea che doveva ancora realizzarsi, tentarono di dissuaderlo dall’idea di pubblicare un’opera che avrebbe accresciuto ulteriormente l’astio e la demonizzazione che molti ambienti culturali nutrono da sempre nei confronti del grande maestro della tradizione. E, date le frequentazioni di Evola, la cosa ha un suo perché. Ma de Turris, per amor di verità (e completezza) storica, non si è lasciato influenzare, andando dritto per la sua strada.

Una delle vicende su cui lo studioso evoliano ha voluto fare luce è l’incidente – su cui molto si è speculato– che causò ad Evola la perdita dell’uso delle gambe per il resto dei suoi giorni. Il 21 gennaio del 1945, durante un bombardamento alleato su Vienna, il filosofo decide di uscire allo scoperto rifiutandosi di nascondersi nel rifugio antiaereo. La sua indole aristocratica, tutta incentrata sull’eroismo e l’onore, glielo impedisce. Si reca quindi all’esterno dell’edificio in cui alberga per scoprire cosa il destino tenga in serbo per lui. Un “amor fati”, una “sfida al destino” la definisce l’autore. E così, passeggiando per la Schwarzenbergplatz, una bomba cade nel bel mezzo della piazza in cui transita il filosofo facendolo letteralmente volare contro un palco di legno, causandogli una contusio spinalis che lo condannerà per sempre all’infermità. “Perché Julius Evola prese questa decisione di uscire sotto le bombe..?” si chiede giustamente l’autore. “Col senno di poi, si può dire che fece paradossalmente la cosa migliore” perché se “fosse rimasto nel suo appartamento, con ogni probabilità ci avrebbe rimesso la vita”. Davanti all’infermità Evola, alla stregua di un Papini, non si perse d’animo mantenendo saldo il suo spirito. Francesco Waldner, a proposito dell’incidente, scrisse quanto segue: “La notizia dell’infermità di Evola mi colpì; però mi fece piacere sapere che essa non l’aveva distrutto, che lui era rimasto un mago, e un vero mago non può essere vinto”.

Ma che ci faceva il filosofo a Vienna? Dalla ricostruzione dell’autore risulta che vi si recò per studiare dei rituali massonici e supervisionare la traduzione di alcuni testi a carattere esoterico per conto dei servizi segreti delle SS. Ma tutto il lavoro da lui compiuto fino al giorno dell’incidente andò distrutto nell’edificio che aveva abbandonato per una passeggiata sotto le bombe. L’incidente per Evola “nulla cambiava”, poiché – e sono parole sue – “tutto si riduceva ad un impedimento puramente fisico” che non intaccava in alcun modo la sua “attività spirituale e intellettuale”. E poi ironizzò col destino dicendo che “per intanto, mi sono adeguato con calma alla situazione, pensando umoristicamente talvolta che forse si tratta di dèi che han fatto pesare un po’ troppo la mano, nel mio scherzare con loro”. Affermazione che mostra un Evola totalmente diverso da quello generalmente percepito come pedante e serioso, e che invece si rivela un uomo capace di autoironia in situazioni tragiche per qualsiasi altra persona.

La citazione di Meyrink sopra utilizzata sembra adattarsi a lui metaforicamente. Scrive infatti de Turris: “Sotto il segno di Saturno Julius Evola ha continuato a camminare ‘non abbisognando di piedi’”. Questo e molto altro è l’Evola inedito che riemerge dalle ceneri della Storia che l’autore ha voluto sollevare. A costo di sporcarsi le mani.