Potrà stupire, sebbene ci siano delle spiegazioni storiche, il fitto intrecciarsi dei rapporti che affratellano due popoli così distanti, quello ungherese e quello italiano, appunto. Eppure da San Gherardo in poi, la fratellanza italo-magiara continua a perpetrarsi nella storia. In un connubio tanto forte da incarnarsi anche nei drappelli che chiamano a raccolta i due popoli. Quei tricolori – rosso, bianco e verde – che per la prima volta furono issati tra le barricate dei rivoluzionari, in quella splendida stagione che fu il ’48 europeo. E fu proprio in quel periodo che la laison italo-magiara si rinvigorì in un mutualismo rivoluzionario. Il Bel Paese e la “beata Ungheria” – come la definì Dante nella sua Commedia – si riscoprirono sodali contro il comune nemico, gli Asburgo. Sin da subito, nei giornali ungheresi non mancò l’eco dei rivoluzionari italiani. Tant’è che che un illustre poeta come Sàndor Petofi, si rivolse al popolo italiano con la sua ode, All’Italia. In un canto nel quale benediva i rivoluzionari siciliani, suggellando i suoi encomi con un’invocazione divina: “Aiutali, Iddio della Libertà”. Petofi, un nome il cui suono porta con sé il sapore di rivoluzione. Non fu un caso che oltre un secolo più tardi, un manipolo di intellettuali si ammantò dell’eredità di questo poeta per insorgere contro l’oppressore sovietico, nella sublimazione (contro)rivoluzionaria del 1956. Nelle sue poesie, Petofi si dimostrò capace di sfumare i contorni dei suoi versi in una sublime ode all’azione. E fu così che con le sue poesie, come Canto Nazionale o Tirteo della Libertà, Petofi si erse ad Omero del popolo ungherese. Un cantore le cui gesta si calcificarono anche nella storia italiana, quando addirittura un gigante come Giosuè Carducci ne tessé le lodi.

Ma i rapporti italo-magiari non si limitarono ad un sagace flirt intellettuale, concretizzandosi in un vero e proprio mutualismo d’azione. L’unità d’intenti fornì degli spunti utili. Infatti, dopo la gloriosa “primavera dei popoli”, il governo piemontese diede pieno sostegno alla causa d’indipendenza ungherese, fornendo supporto militare e strategico. E ci fu addirittura Gioberti che inviò il suo agente, il tenente-colonnello Alessandro Monti, per inaugurare l’alleanza italo-ungherese contro gli Asburgo. Le vittorie dell’esercito ungherese, coadiuvate dal contingente italiano, indussero re Francesco Giuseppe a chiedere l’intervento zarista, che diede inizio alla seconda guerra d’indipendenza ungherese. Finita la stagione diplomatica, Monti decise di formare una legione italiana in terra magiara, la quale prese parte attiva nella lotta per l’indipendenza fino alla resa, avvenuta nell’Agosto del 1849. In questi anni, i rivoluzionari ungheresi trovarono rifugio in Italia. Il soggiorno italico portò nuova linfa vitale all’esperienza risorgimentale. La legione ungherese in Italia, la quale forniva un modesto supporto militare, ne fu la più illustre esperienza. Si pensi, in vero, che anche dopo lo sbarco di Marsala, la legione ungherese rimase fedele alla causa risorgimentale, esprimendo il proprio organico.

In breve tempo, le immagini del Risorgimento italiano rimbombarono alle orecchie della storia, attraverso canti, poesie e narrazioni di ogni tipo. Tant’è che forse anche un romanzo, come I Ragazzi della Via Pàl, sembra volerne rimembrare le gesta. E che, chissà, se dietro a quelle “Camicie Rosse”, Molnàr non volesse tradire un certo affetto per i garibaldini.