L’Illuminismo è stata non un’epoca di evoluzione della chiara descrizione della natura umana, ma, al contrario, di allontanamento rispetto alla reale natura dell’uomo.
Esso è stato in qualche modo un rifiuto dell’umano ed un’esaltazione velata del mito del progresso e della tecnica. La cosiddetta età dei lumi, quel tanto glorificato fenomeno culturale, quell’espressione filosofica  interpretata, dai tanti, come uno sviluppo intellettuale dell’umanità, come il fenomeno simbolo dell’emancipazione umana, è stato realmente un fenomeno così positivo degno d’esaltazione, o come i tanti fenomeni storici caricaturalmente enfatizzati nel nostro tempo, in realtà, non è stato forse la perfetta espressione di una tendenza al declino della società moderna?

Innanzitutto, trattare di un fenomeno culturale così decisivo, nella formazione della cultura dell’uomo occidentale contemporaneo e con implicazioni storico-sociali, non è semplice, e sarebbe, tuttavia, necessario operare innumerevoli distinguo tra i vari illuminismi comparsi e le varie interpretazioni filosofiche dello stesso (per non cadere in quella banalizzazione e semplificazione della  storia umana).  No. Si vuole  infatti compiere una critica in senso massimalista al pensiero illuminista (che, come ogni fenomeno, ha avuto i suoi risvolti  positivi), ma rilevare quelli che sono stati i valori degradanti dello stesso e le profonde connessioni ch’esso possiede con lo sviluppo graduale della società capitalista e dei consumi. Il movimento illuminista in generale, sviluppatosi in Europa nel corso del XIX secolo, si poneva, in linea di massima, come assunto dominante quello secondo il quale l’uomo, in quanto essere naturalmente libero e razionale, sarebbe in grado di emanciparsi rispetto alle influenze  e ai  vincoli ideologici  dell’ambiente nel quale è cresciuto per raggiungere una sorta di universalismo delle  idee, rinnegando ogni forma di misticismo, emotivismo e vincolo tradizionale.

Molti illuministi predicavano l’utopico ideale del cosmopolitismo umano. Il dissolvimento, dunque, dei vincoli  nazionali, comunitari e storici, in nome di un congiungimento dell’umanità sotto un unico principio, che il fatto d’essere soggetti egualmente razionali determinava. Nella filosofa illuminista si radicava, soprattutto, una profonda avversione inconscia per il passato e per la storia, sebbene alcuni illuministi fornirono importanti contributi all’avanzamento della ricerca storica, in quanto, evidentemente, stava concretizzandosi quel sub-strato culturale che, poi, culminerà nel positivismo ed anche in una certa corrente di derivazione marxista novecentesca, che tende a concepire la storia come linearmente progressiva ed in fase di continuo miglioramento ed avanzamento rispetto alle epoche che l’hanno preceduta.
Il positivismo, prodotto culturale, indubbiamente, della società capitalista perfettamente industrializzata, era, in realtà, una continuazione diretta del pensiero illuminista; una, se vogliamo, degenerazione dello stesso. La matrice che fonda entrambi gli approcci di pensiero è quella legata ad un profondo rifiuto per tutto ciò che sia spirituale e l’esaltazione univoca, invece, di tutto ciò che sia esclusivamente razionale, elevando la ragione umana ad unico Dio dell’universo.
Il  posteriore movimento del romanticismo e gran parte dei movimenti ottocenteschi letterari, artistici e filosofici connessi, come lo stesso idealismo (seppur essendo, in parte, sicuramente, prodotti anche da una certa componente culturale di stampo illuminista) altro non furono che una reazione rispetto a quel cosmopolitismo universalista che l’illuminismo produsse nella cultura dell’Occidente. Si vide, infatti, nel corso dell’Ottocento, una certa ripresa di quelli che erano stati i valori e gli ideali, in gran parte demonizzati ed accantonati dall’illuminismo, di quella storia che era stata bandita dai  difensori del progressismo settecentesco, in particolar modo del Medioevo (epoca  storica che, ancor oggi, viene letta alla stregua di un’interpretazione molto stereotipata e poco storicizzata, anche in seguito alla lettura che l’illuminismo presentò di essa).

Nel Romanticismo, a differenza che nell’Illuminismo, anche per ragioni di carattere storico-culturale, si assiste ad una  progressiva riscoperta del tema della mitologia, della superstizione per alcuni versi, del folklore e della tradizione popolana, all’esaltazione del sentimento, della volontà, dell’istinto, del senso della terra e dell’atavico primitivismo delle passioni, contro la fredda meccanicistica ed universalista ragione. Il Romanticismo, infatti, volle, per molti versi, superare quell’eccessiva esaltazione della razionalità che era stata della filosofia illuminista, e recuperare, anzi esaltare,  quell’altrettanto fondamentale (se non forse decisiva) componente propria della natura umana, che sono le pulsioni e le emozioni, ed il recupero, in un certo senso, del conservatorismo o, per meglio dire, della reazione religiosa e politica, contro le teorie progressiste e laiciste d’epoca illuminista.

Ma l’Illuminismo nasceva soprattutto da un contesto sociale, economico e politico ben definito, caratterizzato da una generale messa in discussione di quelle che erano le strutture dominanti del tempo, da un percorso storico determinato dall’improvviso sviluppo dei mercati, indirizzato verso il perfezionamento massimo del modello capitalista e di una società sull’orlo della globalizzazione. L’illuminismo è, se vogliamo, la filosofia che meglio fra tutte si sposa con lo spirito borghese liberale ed anti-aristocratico per eccellenza, che culminerà, poi, infatti, con il fenomeno storico-politico della rivoluzione francese (altro fenomeno storico da sempre infinitamente venerato ma che, in realtà, ha introdotto nella società quella retorica dei diritti civili contro la dialettica dei diritti sociali,  ponendo l’individuo, e non la comunità, al centro del dibattito).
Dove subentra il dominio dei mercati e delle merci, dove i rapporti tra gli uomini divenivano sempre più flessibili e fluidi non servivano più mito, religione o nazione, il mondo diviene un macrocosmo indistinto di enti senza identità e radici.
Questa corrente di pensiero ha certamente influenzato il mutamento del pensiero occidentale, tanto che i contemporanei cantori della retorica mondialista liberale e dei diritti civili, spesso, analizzando le attuali differenze tra il mondo occidentale e quello orientale, descrivono tale differenza appellandosi ad una certa superiorità assoluta dell’Occidente in quanto questo, rispetto all’Oriente, avrebbe assistito al fenomeno dell’Illuminismo.

Questo procedimento  mentale riduzionista ed  eccessivamente assolutista, di fatto, non fa altro che ripetere le logiche di quel falso modello proprio dello stampo illuminista dell’universalismo della ragione, contro un empirismo contestualista e storicista.  La stessa retorica di questo ceto benpensante  post-illuminista è la stessa che esalta la propaganda dei diritti civili ed individuali sopra ogni cosa, l’abbattimento dei confini e delle barriere culturali della differenza (che sono un fatto umano naturale),  dell’esportazione della democrazia come necessità mondiale (senza tener conto del fatto che quello di “democrazia” è un concetto assolutamente occidentale) , del laicismo ai limiti dell’ateismo, dell’anti-tradizionalismo , del multiculturalismo massiccio, dell’amore cieco per il Progresso, in nome di un egualitarismo umano assoluto. L’illuminismo, sul piano politico, non si è mai perfettamente compiuto, si può dire, poiché, poco si sposa con la reale natura dell’uomo (in questo senso avevano più ragione Schopenhauer e Nietzsche), ma, sul piano culturale, conserva ancora la sua esistenza nella forma di un’utopia e poco realistica visione dell’umanità.
La più grave mancanza dell’illuminismo fu, in ultima analisi, quella di aver descritto l’uomo secondo logiche esclusivamente ed eccessivamente prescrittive e non descrittive ed avendo trascurato componenti fondamentali e vitali dell’ ontologia del genere umano: l’istinto, la passione, la spiritualità e la volontà.