di Salvatore Ventruto

“A parole non abbiamo più niente da dire alla Dc, al suo governo e ai complici che lo sostengono […]. Concludiamo, quindi, la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato”.

Il prossimo 9 maggio saranno ormai passati trentotto anni dal ritrovamento in via Caetani, a bordo di una Renault 4 rossa, del corpo senza vita del Presidente della Democrazia Cristiana, ma il comunicato n. 9 emanato dalle Brigate Rosse nei giorni immediatamente precedenti quella macabra scoperta, lasciano ancora spazio ad analisi e riflessioni che non si possono ignorare. Quel giorno si chiuse probabilmente il percorso che un  gruppo di giovani militanti della sinistra extraparlamentare aveva iniziato nel 1970. I brigatisti in cambio del rilascio di Aldo Moro chiedevano la liberazione “di tredici combattenti comunisti rinchiusi nei lager dello Stato imperialista”, si scagliavano contro i berlingueriani in quanto complici dei “rastrellamenti operati in pieno stile nazista dalle forze di polizia nei quartieri proletari”, bollavano come “fumo negli occhi” le parole con le quali il segretario del PSI Bettino Craxi faceva riferimento alle condizioni disumane dei prigionieri politici nelle carceri italiane.

Già dalla prima metà degli anni settanta, le Brigate Rosse avevano individuato le armi e il sequestro di uomini delle istituzioni come strumenti più idonei per farsi ascoltare dagli “uomini della controrivoluzione imperialista” e da quel “manipolo di assassini capeggiati da Andreotti”. Il 18 aprile 1974 il primo rapimento, quello del magistrato Mario Sossi a Genova, liberato pochi giorni dopo nonostante la richiesta di rilascio di alcuni detenuti genovesi non fosse stata accolta. Solo molti anni dopo ci si rese conto che il sequestro Sossi rappresentò la prova generale dell’operazione Moro. Il 1974 non fu però per le BR solo l’anno del primo rapimento di un uomo delle Istituzioni, ma anche quello della cattura dei suoi fondatori, Renato Curcio e Alberto Franceschini, grazie alla “soffiata” di Silvano Girotto, ex legionario in Algeria ed ex missionario guerrigliero in Bolivia, meglio conosciuto come “Frate Mitra”,  infiltrato nelle BR dal nucleo antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.  La cattura di Curcio e Franceschini  portò alla grande metamorfosi delle Brigate Rosse, segnando una netta discontinuità rispetto al passato e accelerando di fatto quel passaggio dalla propaganda alla lotta armata che sarebbe di lì a poco diventata, sotto la guida del dell’ambiguo Mario Moretti, un punto di non ritorno.

Fino a quando individuò imprenditori e dirigenti industriali come suoi unici nemici, il brigatismo italiano fu, infatti, il treno ad alta velocità sul quale viaggiò il conflitto di classe nel nostro paese, ma nel momento in cui innalzarono il livello dello scontro sul piano prettamente politico  le BR subirono a Milano i primi arresti, al punto da costringerle ad abbracciare quella clandestinità che non  avrebbero più abbandonato. Si è detto e scritto molto sulle Brigate Rosse, ancor di più sul caso Moro, ma molte, troppe sono ancora le zone d’ombra di un fenomeno nato all’interno della tradizione culturale della sinistra italiana e  divenuto in seguito qualcosa di profondamente diverso, forse strumento in mano ad entità superiori o attori che la Storia ha deciso di far rimanere nell’ombra, intrecciandoli non tanto casualmente con la figura di Aldo Moro e il suo ambizioso progetto di compromesso storico.I rapporti internazionali delle BR prima, durante e dopo il sequestro Moro rimangono il vero mistero ancora da esplorare, nonostante la stagione del terrorismo in Italia sia stata oggetto di innumerevoli inchieste da parte della Magistratura e delle varie commissioni parlamentari succedutesi dagli anni 80 ad oggi, nonché di un’approfondita e corposa bibliografia.

Quel tipo di rapporti erano un’esclusiva di Mario Moretti, come evidenziato anche da Alberto Franceschini nel libro intervista “Che cosa sono le BR” di Giovanni Fasanella, ed ebbero come centro nevralgico Parigi e la scuola di lingue Hyperion, fondata nel 1977 da Corrado Simioni, Vanni Mulinaris e Duccio Berio ideatori tra il 1970 e il 1971 del Superclan, struttura terroristica clandestina nata da una costola di Sinistra Proletaria, ma sospettata – secondo quanto dichiarato in passato dallo stesso Franceschini – di essere collegata ai servizi segreti orbitanti nell’universo NATO.  Di Hyperion si sta diffusamente occupando anche l’attuale Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, presieduta dal deputato PD Fioroni, che nel corso delle sue audizioni ha raccolto anche l’interessante testimonianza di Pietro Calogero, sostituto procuratore presso il Tribunale di Padova negli anni Settanta e titolare negli stessi anni della famosa inchiesta “7 aprile” su alcuni esponenti e ambienti di Autonomia Operaia. Calogero – durante la sua testimonianza – ha sottolineato le difficoltà che caratterizzarono l’indagine su Hyperion da parte dei suoi collaboratori subito dopo la morte di Moro. Durante l’audizione, l’ex Magistrato ha riferito che “le utenze intercettate in quel periodo nella scuola Hyperion di Parigi documentavano continui collegamenti con una sola utenza, che poi si è scoperto appartenere ad una villa nei pressi di Rouen, in Normandia. Tuttavia – ha aggiunto – nel momento in cui si provò ad avvicinare l’edificio ci si rese conto che era dotato di un sistema di protezione altamente sofisticato, di origine probabilmente americana, e non se ne fece nulla”.

A bloccare improvvisamente la collaborazione della squadra di Calogero con le Autorità francesi non furono però le sofisticate protezioni della villa di Rouen, ma un articolo pubblicato il 24 aprile 1979 dal Corriere della Sera a firma di Paolo Graldi in cui si riportavano alcuni dettagli delle indagini in corso. Inoltre – ha precisato Calogero – “De Sena ( suo collaboratore poi diventato Senatore del PD e di recente deceduto) mi disse che in quella stessa contestualità temporale il direttore del Servizio Francese gli aveva riferito che il direttore del SISDE, Generale Giulio Grassini, aveva richiesto al Servizio Francese informazioni in merito all’utenza telefonica della villa di Rouen. Il rappresentante del Servizio Francese osservò che questo fatto poneva in luce una mancanza di intesa e fiducia reciproca fra i poteri dello Stato italiano e ciò sconsigliò il proseguimento della collaborazione”.