L’Accordo di Londra del 26 aprile 1914 con il quale l’Italia accedeva all’Intesa (Francia, Regno Unito e Russia) non aveva previsto l’ingresso di Fiume nelle rivendicazioni territoriali italiane riconosciute in detto Accordo. Tuttavia, alla conclusione del conflitto, l’Italia, aveva chiesto l’incorporazione  di Fiume all’Italia. Tale richiesta venne disattesa dalla Conferenza di Versailles che, viceversa, riconobbe a Fiume lo statuto di città libera, in un certo senso, sulla base di una antica tradizione storica risalente al 1779 che faceva della città un “Corpus separatum” rispetto all’Impero Austro-Ungarico.

Inquadramento dell’Impresa fiumana

Le decisioni della Conferenza di Versailles provocano una forte contrarietà in una parte dell’élite dirigente e dell’opinione pubblica italiana. É a questo punto che Gabriele D’Annunzio, poeta soldato, eroe di guerra, come osserva il Prof. Aldo Mola:

“fa appello ai militari. L’impresa fiumana si configura tecnicamente come una sedizione militare alla quale partecipano i Granatieri di Sardegna ed altre brigate impegnate nelle linee armistiziali”.

Rispetto a questa “sedizione militare” (che distingue nettamente l’impresa fiumana rispetto, ad esempio, alle imprese garibaldine incentrate sul ruolo di volontari) personalità quali Giovanni Giolitti e Luigi Cadorna esprimono, non a caso, giudizi durissimi.

Come osserva il Prof. Aldo Mola il Re Vittorio Emanuele III, pur favorevole alla annessione di Fiume all’Italia, assume una condotta di prudenza e di cautela fondamentalmente per tre ragioni:

 

– l’inchiesta del settembre 1919 su Caporetto che evidenzia le gravi responsabilità del Comando Supremo;

– la consapevolezza che i movimenti elettorali che prenderanno forma nelle elezioni del novembre 1919 avrebbero premiato le forze antirisorgimentali, ed in particolare popolari e socialisti;

– il timore di contribuire al rafforzamento del ruolo degli Aosta, fortemente esposti in materia di sostegno alla causa nazionalista”.

L’impresa di Fiume parte, pertanto, con questa prudenza che caratterizza la condotta del Re e del Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti.

Il sostegno della massoneria all’impresa fiumana

Com’è noto, la Massoneria europea, nel corso della prima guerra mondiale, sostenne fortemente il disegno di dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico e la nascita di nuove (e complesse) entità statali quali Cecoslovacchia e Jugoslavia. Ed è proprio la loggia “ Guglielmo Oberdan” di Trieste guidata dal torinese Giacomo Treves ad essere uno dei motori dell’impresa fiumana e della marcia di Ronchi. La stessa massoneria, tuttavia, una volta resasi conto del disegno di una parte dell’entourage dannunziano di fare dell’impresa di Fiume un atto propedeutico ad una Marcia su Roma  ante-litteram, con probabili insurrezioni sociali in Piemonte e Lombardia, si risolve a ritirare a d’Annunzio il suo fondamentale appoggio.

Filippo Corridoni e Alceste De Ambris, i pilastri del Sindacalismo Rivoluzionario

Il governo dannunziano di Fiume

Gabriele D’Annunzio, per tutta la durata dell’impresa, dal settembre 1919  al dicembre 1920 rimane il simbolo, il condottiero dell’impresa. È interessante notare, e questo il convegno lo ha ben chiarito, come dietro di D’Annunzio, figura dal forte tratto simbolico ed evocativo, si muovano personaggi assai diversi tra loro quali Host-Venturi, militare ed eroe di guerra, Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario, Guido Keller, Giovanni Comisso e tanti altri che peraltro, al momento dell’avvento del fascismo, nel 1922 prenderanno strade assai diverse tra loro. I sedici mesi dell’avventura fiumana, e questo il convegno lo ha più volte evocato, sono stati una sorta di anticipazione del 1968 ed una sorta di caleidoscopio di esperienze e di condotte anticonformiste. Occorre ribadire, tuttavia, il carattere di isolamento che l’esperienza dannunziana si trova a vivere sin da subito, priva di un appoggio internazionale e di un sostegno delle massime istituzioni italiane. Persino all’interno di Fiume, una città giova ricordarlo di appena 50.000 abitanti di cui gli italiani, all’epoca rappresentavano una lieve maggioranza, matura già all’inizio del 1920, un conflitto tra D’Annunzio ed il Partito Autonomo locale guidato da Riccardo Zanella, maggiormente propenso ad affermare per la città lo Statuto di città autonoma e non l’incorporazione all’Italia. Occorre, peraltro, inquadrare l’impresa dannunziana in una cornice internazionale. Il 1919, infatti, è l’anno della Conferenza di Versailles ma anche quello del consolidarsi del regime bolscevico in Russia, della rivoluzione ungherese di Kun Bela, dei fermenti rivoluzionari in Germania e dell’inizio del conflitto armato tra la Russia Sovietica ed il rinato Stato Polacco. In particolare l’esperienza bolscevica ricopre una forte capacità di attrazione nei legionari fiumani. Alla nascita della Società della Nazioni decisa a Versailles, il Governo dannunziano contrappone una Lega dei popoli oppressi che, nella sostanza, prefigura una sorta di movimento dei non-allineati ante litteram. Ma quali sono stati i tratti distintivi dell’avventura dannunziana a Fiume?

La Carta del Carnaro

Il 12 settembre 1920 D’annunzio proclama la Reggenza del Carnaro e la promulgazione di una Carta Costituzionale. La Carta del Carnaro era costituita da 65 articoli che affermavano la laicità dello Stato, il decentramento amministrativo, l’obbligatorietà del servizio militare e persino la funzione sociale della musica, tesa ad esaltare l’animo umano. A livello parlamentare era previsto un sistema bicamerale con un Consiglio degli Ottimi eletto a suffragio universale e con sistema proporzionale responsabile per i problemi dell’ordine pubblico e dell’istruzione ed un Consiglio dei Provvisori eletto da 10 Corporazioni economico-produttive proprio per i problemi di cui all’oggetto. Il sistema del Carnaro stabilisce un sistema di tipo ibrido nel quale alla “vecchia astrazione democratica” rappresentata dal Consiglio degli Ottimi, di carattere provvisorio, viene affiancato l’istituto corporativo, evidentemente prevalente in prospettiva che avrebbe dovuto essere, soprattutto nelle intenzioni di De Ambris la soluzione istituzionale del conflitto sociale. Secondo il Prof. Matteo Pasetti, dell’Università di Bologna,

l’originalità della Carta del Carnaro è costituita dalla sua cornice libertaria voluta dai suoi redattori De Ambris e D’Annunzio ed esprime una novità nel panorama costituzionale del primo dopoguerra”.

Giordano Bruno Guerri

L’esperienza dannunziana a Fiume si conclude nel dicembre 1920 con il cosiddetto “Natale di Sangue”: l’esercito italiano, a seguito del Trattato di Rapallo del novembre 1920 interviene per sgomberare i legionari fiumani (diminuiti da 10.000 a 7.000 anche a seguito di defezioni) e riconoscere lo status di Città Libera di Fiume in ottemperanza al Trattato. Gabriele D’Annunzio si ritirerà a Gardone (una superba casa-museo oggi gestita dal Vittoriale degli Italiani) e lì morirà il 1° marzo 1938 a 74 anni. A seguito del Trattato di Roma, Fiume sarà incorporata all’Italia il 16 marzo 1924 portando i confini nazionali a quelli definiti nella Divina Commedia da Dante Alighieri. Com’è noto gli esiti della Seconda Guerra Mondiale portarono ed esiti diversi per i nostri confini e per la comunità italiana di Fiume e, più in generale, dell’area giuliano-dalmata. Chiediamo a Giordano Bruno Guerri quale eredità abbia lasciato agli italiani di oggi Gabriele D’Annunzio:

“la libertà sessuale ed il consumismo sfrenato”.

La libertà sessuale perché a Fiume le donne intervenute in questa avventura sperimentarono una liberalità di costumi ma anche un impegno civile quali crocerossine, vivandiere e propagandiste. Consumismo sfrenato perché proprio a D’Annunzio si deve il conio di marche quali “la Rinascente” “il liquore Aurum” i “biscotti Saiwa” destinati ad una diffusione di massa. Quella di D’annunzio è una figura originale certamente dai tratti velleitari (come fu, in ultima analisi l’impresa fiumana) ma anche quella di un grande innovatore e comunicatore nella letteratura come nell’azione politica.

Per chi fosse interessato a rivivere quei straordinari giorni attraverso il genio di Gabriele D’Annunzio consigliamo “La Festa della Rivoluzione”, manifestazione fortemente voluta da Lorenzo Sospiri.