di Damiano Rossi

Il mito è racconto, narrazione, il linguaggio spirituale dell’uomo greco arcaico. In quanto lingua del primogenito spirito dell’umana specie, la sua essenza, il suo cuore affascina, affabula l’uomo moderno che ricerca nel mito stesso la patria natia, ”il mitico grembo materno”, vagando come orfano nella foresta della razionalità. Un tempo mithos e logos erano un unico linguaggio. Non v ‘era differenza tra le lingue dell’animo e del pensiero, prima che l’affermarsi dello “spirito storico-critico” innalzasse le fondamenta dell’alta Babele, relegando il mito a credenza superstiziosa, favola immaginifica.

Poiché il mito è linguaggio spirituale che reifica il sacro attraverso la parola, la lingua mitica tesse un tela testuale di arduo scioglimento, una matassa di nodi, addensamenti, rimandi, un filo che collega, unisce tutta la comunità arcaica attraverso la forza della φήμη, della voce, che scorre come fluido dalla bocca del parlante, all’udito dell’ascoltatore.

Il sistema orale permette al mito di modificarsi, variare, trasformarsi, il repertorio mitico non è cristallizzato in una forma scritta, ma al contrario costituisce una rete connettiva di tutta la cultura comunitaria. L’elaborazione del mito non viene delineandosi secondo una concezione moderna definibile come estetico- creativa, ma come ha sottolineato Bruno Gentili, in un sistema euristico-mimetico, di ricerca e rielaborazione continua di un repertorio comune. La condivisione, l’accettazione di ampie strutture e categorie di pensiero da parte della comunità spiega il linguaggio esoterico del mito.
Riprendendo il concetto di deprivazione verbale messo appunto da Berstein e rivisto da Labov, il linguaggio mitico può definirsi come un codice ristretto, ovvero una realtà linguistica non esplicitata in quanto utilizzata all’interno di un gruppo parlante che condivide medesime esperienze e categorie del pensiero. Centrale nella società moderna è lo sviluppo di una cognizione individuale della persona, di un’individualità atomizzata, isola senza legami; in questo contesto contemporaneo i rapporti interpersonali devono essere mediati attraverso un linguaggio per necessità comunicativa esplicito, in quanto connessione di cognizione individuali fra loro estremamente diversificate e differenti, con un sistema valoriale e sacrale variegato.

Nella realtà arcaica, costituita da un sistema tribale e successivamente da una struttura di carattere timocratico basata sul censo, l’individuo sviluppa una cognizione sociale e culturale condivisa all’interno di un sistema di valori comunitari, dunque il linguaggio, dando per conosciuti determinate nozioni, fornirà solo gli elementi strettamente necessari rispetto a un sub-strato di informazioni implicite.
Il linguaggio mitico dunque si pone in chiave antitetica rispetto ad un linguaggio scientifico di stampo positivista, che ha la sua principale caratteristica nella necessità di chiarezza, nell’esposizione che rivela ogni cosa, cancellando il Sacro dal Mistero della natura.
Jean Pierre Vernant in Mito e Pensiero presso i Greci afferma che “Il pensiero razionale ha uno stato civile, se ne conosce la data e il luogo di nascita: è nel VI sec. prima della nostra era, nelle città greche d’Asia Minore”. La nascita del pensiero razionale si viene dunque delineando in un preciso momento socio-culturale della storia greca; la struttura tribale è ormai superata, mentre la polis si è venuta già pienamente codificando, nasce lo spazio pubblico, la vita politica si apre ad ampie fasce di popolazione, l’oplita si sostituisce al guerriero omerico, nasce il cittadino-soldato. La rottura dello spazio tribale originario, sancito ad Atene dalle riforme clisteniche sul finire del VI secolo, comporta l’allargamento della comunità, la formazione di uno spazio di confronto più ampio, a cui accedono individui un tempo esclusi, nasce la necessità di un nuovo linguaggio, una lingua netta, senza la variabilità e l’ambiguità implicita del mito, nasce il pensiero positivo.