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Nell’avventura storica che si sta per narrare, le fonti e le testimonianze certe si contano sulla punta delle dita, poco si sa, molto rimane avvolto dal mistero, dando all’indagine un sapore decisamente pionieristico. Come già fatto in passato per La Legione redenta: italiani al confine del mondo e Roman von Ungern – Sternberg: l’uomo che volle farsi Khan, usiamo la piacevole libertà di raccontare i fatti storici tramite elementi di fiction; che dunque la fantasia sia nostra destriera divertita, tenuta però ben al comando di briglie strette su luoghi, date, situazioni, per essere più possibile verosimile nell’illustrare le incredibili vicende dello strano popolo della regione dei Khevsureti, vissuto per davvero, e che un giorno fa la sua curiosa entrata teatrale nella città georgiana di Tbilisi.

È una splendida giornata di sole primaverile quel mercoledì del 28 aprile 1915, nel capoluogo della Gubernija di Tbilisi, governatorato imperiale della casa di Russia, situato nella parte occidentale dell’attuale Georgia. Dalla terrazza della Brasserie Lyon si gode di un buon panorama sul ponte Mshrali Khidi, costruito a metà del XIX secolo dall’architetto italiano Giovanni Scudieri, fino all’antico quartiere di Metekhi dove le case s’ammassano lungo le rumorose e vivaci strade del bazar tataro, e cingono d’assedio la chiesa ortodossa dell’Assunzione che si erge sulla scogliera a picco sul fiume Mtkvari; quello è un luogo leggendario, Vakhtang I Gorgasali detto testa di lupo, eroe canonizzato contro i persiani sasanidi, costruì la prima chiesa, mentre quella che si vede oggi è stata edificata nel XIII secolo dal re santo Demetrio II di Georgia, conosciuto come il Devoto, condottiero poligamo a cui i mongoli staccarono la testa.

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Il traballante confine caucasico tra Impero Russo e Sublime Porta

La Brasserie Lyon, il miglior ristorante di Tbilisi dopo quello del Grand Hotel “Kavkaz”, è frequentato da notabili, funzionari del governatorato, ufficiali russi, signore della buona società georgiana, aristocratici della vecchia corte del regno caduto in disgrazia di Cartalia-Cachezia, e in special modo, da stranieri dell’Ovest, diplomatici, imprenditori e militari in missione. Al tavolo con la tovaglia bianca sulla terrazza, imbandito di agnello al dragoncello in agrodolce, tacchino Chakhokhbili in salsa di pomodoro e vino francese di Borgogna,  siedono in allegria il capitano di cavalleria Aleksandr Viktevic, che parla un ottimo italiano, il tenente italiano di collegamento Enrico Ferrero e le due sorelle Nikoladze, allegre figlie del ricco proprietario terriero Besarion Nikoladze, disinvolte sensuali birbone, molto conosciute in città.

Il gigantesco fronte orientale della Grande Guerra trema tra avanzate e ritirate, ma lontano, al di là del Mar Nero, e in Polonia contro tedeschi e austro-ungarici; molto più vicino è invece il settore bellico del Caucaso. La linea russo-turca corre da Trebisonda alla Persia e il Mar Caspio, due imperi decrepiti duellano, quello dello Zar “per grazia di Dio” Nicola II contro la Sublime Porta in rovina del sultano Maometto V. Quella primavera l’iniziativa dei russi vincitori nella battaglia di Sarıkamış  – episodio che segna una durissima batosta alle forze ottomane – riprende vigorosa nell’area del lago di Van e dell’omonima città, in soccorso alle forze armene assediate dai turchi, nel preludio di quello che sarà poi il genocidio armeno. Nell’esercito ottomano c’è anche un venezuelano, Rafael de Nogales Méndez, una specie di Lawrence d’Arabia dall’altra parte della barricata, al servizio del sultano e decorato dal kaiser Guglielmo, un avventuriero, un poliglotta, uno scrittore, un cercatore d’oro, un cowboy, una spia, un golpista, un esagitato che ha combattuto una mezza dozzina di guerre in tre continenti diversi. Ma lasciamo Rafael ad un’altra indagine, salutiamolo mentre ispeziona le batterie d’artiglieria puntate sulle linee difensive di Van; credetemi, in quanto a stravaganza, la nostra storia non è da meno.

Sì, c’è la guerra, mostruosa nelle sue dimensioni, uno scontro mai visto prima, ma sulla terrazza della Brasserie Lyon, gli echi spaventosi delle battaglie giungono lontani quella primavera, è una giornata fortunata a Tbilisi

Enrico Ferrero è giovane tenente del 8º Reggimento Bersaglieri, egregia unità che già si è battuta nella guerra italo-turca del 1911-12, per la conquista della Libia. Enrico si trova nel governatorato georgiano, in veste di attaché militare italiano presso il comando russo in quella regione caucasica. Ancora poco meno di un mese, e il Regno d’Italia entrerà in guerra contro gli Imperi centrali al fianco di Francia, Gran Bretagna e Impero zarista: fervono i preparativi bellici. I bicchieri di cristallo con il bellissimo rosso si stanno alzando per un altro brindisi, l’ennesimo, all’amicizia italo-russa, quando giunge improvviso un boato, un clamore dalla strada sotto, è successo qualcosa, la città è scossa da un qualche baccano inaspettato. I due ufficiali si sporgono dalla ringhiera della terrazza, subito seguiti dalle due pestifere sorelle mangia-soldati dalla curiosità inturgidita. Al tenente Ferrero gli si spalanca la bocca come un pesce fesso, ha la mandibola a penzoloni. Il suo amico pietrogradese fa una smorfia buffa, sembra una gallina con gli occhi sgranati che non realizza subito cosa sta vedendo, ma poi esclama:

Ебать-копать! Oh cazzo! Ma allora … ma allora esistono per davvero!

La via è invasa da una marcia stramba di uomini conciati come per un rievocazione storica delle crociate. Forse stanno girando un film, ma no, non ci sono cineprese. Sono dunque spettri? Camminano spediti, con rumore di ferraglia e urla truci, incomprensibili e barbare. Una carnevalata, ma carnevale è finito da un pezzo! Un centinaio di guerrieri medievali, la maggior parte a piedi, alcuni a cavallo, ricoperti di cotte di maglia, con lunghi spadoni, scudi, mazze ferrate, qualche moschetto, elmi da guerra antica, facce torve da navigati spaccatori di teste, si fa largo attraverso la folla sbigottita, le donne scappano via con grida di spavento, segni della croce dei vecchi, le campane delle chiese dondolano inquiete dando l’allarme, il chiosco unto e aglioso che vende Acharuli Khachapur e Kuchmachi – focacce al formaggio e frattaglie di agnello – chiude e si barrica in un battibaleno, i carretti di verdure si mettono al riparo, un gendarme balza dietro una siepe in una ritirata strategica dell’autorità in attesa di rinforzi. Il secolo XIII riemerge dalla Storia impazzita, il tempo si è rotto, gli orologi scoppiano in mille pezzi di rotelle e schegge di vetro, il passato che doveva esser morto, è un non morto, il passato a Tbilsi nel 1915 risorge da oscuri anfratti geografici nascosti tra monti inaccessibili, il passato è zombie. È una divertente follia temporale.

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Vieni Enrico! Corriamo giù!

I due ufficiali abbandonano le sorelle libertine che grugniscono offese, sarà per un altra volta, si precipitano giù dalle scale della Brasserie Lyon, senza farlo apposta tirano giù un cameriere con un vassoio di piatti fumanti con soupe à l’oignon bollente come magma – oh, pardon ragazzo, un poco di acqua fredda e vodka e tutto passa –  sono accecati dalla curiosità come bambini allo zoo. In strada. Fino ad un momento prima correvano come matti, ora si bloccano intimoriti. Sono tra quei matti e non sanno bene che fare, come comportarsi. È come ritrovarsi in mezzo ad una tribù di orsi delle montagne. Saranno pericolosi? Mordono? Ambedue sono in divisa, il capitano Aleksandr Viktevic porta anche la sciabola, ma nessuno di quei guerrieri baffuti scappati da un libro di Storia pare ritenerli una minaccia. Li passano affianco, tutti ben bardati all’ultima moda duecentesca, scansandoli e lanciando occhiate gelide, qualcuno sembra rivolger loro la parola, in un idioma arcaico che non può essere compreso. Con un uno sguardo d’intesa, i due amici, si accodano a quella banda armata.

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Tra fucili e cartucciere si intravedono ancora elmi medievali e cotte di maglia

A passi spediti la stramba brigata imbocca il grande viale centrale, la Prospettiva Golovin, e sui marciapiedi i georgiani rimangono esterefatti, dalle finestre e dai balconi dell’Hotel Orient camerieri e ospiti si affacciano come se fossero sui palchi di un teatro, dall’ingresso della neobizantina cattedrale di Aleksandr Nevskij un gruppo di popi neri s’interroga su quella visione apocalittica con le mani nelle barbe; l’esercito brancaleonico in arme raggiunge il sontuoso palazzo del Vicerè, ma non possono più procedere oltre, una compagnia di cosacchi a cavallo sbarra loro la strada, e hanno le sciabole sguainate. Il selciato di Tbilisi può diventare da un  momento all’altro un fiume di sangue. Un ufficiale cosacco, dall’alto del suo cavallo nero, si avvicina a quella massa facinorosa, che se guardata da una certa distanza, appare come un assembramento grigio metallo, e i raggi del sole d’aprile si riflettono su quel mucchio corazzato come sull’argento. Il cosacco ne viene accecato, si copre gli occhi con una smorfia di fastidio. Gli si fa incontro un individuo tozzo, che appoggia sulla spalla un minaccioso spadone spaccaossa, sembra esser l’unico a sapersi esprimere in georgiano e con un timbro di voce proprio dell’Ade, ruggisce:

Dov’è la guerra? Noi abbiamo sentito che c’è una guerra!

E all’unisono quei briganti medievali lanciano un grido di guerra che fa accapponare Tbilisi, con lance, moschetti turchi, pugnali, spade, asce che si alzano al cielo per mostrare il desiderio di battaglie e massacri. Inizia una difficile trattativa, Aleksandr Viktevic, che pare conoscere un poco quella gente, sorprendendo e non di poco l’amico italiano, fornisce il suo aiuto. Tutto si risolve al meglio, quegli uomini sono convinti a placarsi, saranno ospiti della guarnigione della Gubernija per diversi giorni, alcuni verranno arruolati nell’esercito imperiale, altri torneranno da dove sono sbucati, dalle loro isolate tane a est, nella remota regione della Khevsuria, la terra delle valli inaccessibili del Gran Caucaso. Il tenente Enrico è curiosissimo, il capitano Aleksandr, racconta:

«Beh, amico mio, loro sono gente Khevsur e vengono da lontani villaggi orientali di montagna, che durante i lunghi inverni rimangono chiusi ermeticamente dal resto del mondo. Credevo che la loro esistenza fosse leggenda, mi sbagliavo. Avevo letto qualcosa dell’etnografo Arnold Zisserman, che tanti anni fa passò un lungo periodo nelle valli dei Khevsureti. Popolo fierissimo, portatore di tradizioni ancestrali ormai perdute, sono organizzati in clan, e pare che mai si siano piegati al sistema feudale delle grandi signorie della regione. Guarda le loro cotte di maglia, sembrano di fattura francese, come dei costumi di un romanzo di cappa e di spada ambientato nell’antica Lorena, e nota quelle lettere che portano indosso su scudi e armature: A.M.D. rappresentano il motto dei crociati Ave Mater Dei; guarda poi quelle croci che adornano le loro armi e le loro vesti. Questi dettagli danno forza all’ipotesi, molto suggestiva e fantasiosa, che vuole che questo strano popolo sia discendente di crociati al seguito di Goffredo di Buglione, difensore del Santo Sepolcro in Terra Santa. Chissà, è possibile che durante la lunga marcia dall’Europa occidentale, una volta nel Caucaso una parte di questi cavalieri si sia smarrita tra sperduti sentieri di montagna, e che si sia insediata nella regione dei Khevsureti rimanendoci per secoli e secoli. Però sui manoscritti si trovano testimonianze in cui si dice che durante la battaglia di Didgori contro i mussulmani dell’impero selgiuchide, tra le schiere di Davide IV di Georgia ci sia stata un’unità formata da cento valorosi crociati franchi. Che cosa curiosa. C’è anche la tesi che alcune tribù locali siano state arruolate durante la seconda crociata sotto le insegne della Regina Eleonora d’Aquitania e che da quell’esperienza abbiano mantenuto diverse usanze fino ad oggi. Guardali, si tratta di guerrieri valorissimi, amano molto la lotta, certamente son bellicosi, li deve proprio piacere menar le mani. Guardiani di confini euroasiatici, hanno lottato per ere contro persiani, bizantini, turchi-mamelucchi dell’impero corasmio, cazari, mongoli, arabi, ottomani, ceceni, e con chissà quante altre tribù in lunghe faide, tra terribili vendette e duelli sanguinosi. Il coraggio, la spada, la fratellanza, il loro concetto di libertà … sono i valori in cui credono, insieme ad altre cose della loro religione, che è una particolare sintesi di cristianesimo e di paganesimo; Cristo e le stelle guerriere Yakhsar, Kopala, Pirkushi, Ber-Baadur, e il loro fratello maggiore, Kviria, stella del mattino. Hanno dei costumi davvero bizzarri. Pare che quando una donna khevsur sia pronta a partorire un figlio, gli altri del clan la rinchiudino in una capanna isolata, da sola. Attorno a quella prigione, il marito si aggira furente giorno e notte, e spara in aria ad intervalli regolari con il moschetto, come indemoniato, come un lupo mannaro con la rabbia. Una volta che il figlio è nato, la donna, di indubbia scorza montanara, viene ancora tenuta rinchiusa un mese. Infine liberata, e poi i parenti danno fuoco alla capanna. Un’usanza singolare, non v’è dubbio»…

Enrico ascolta rapito le parole dell’amico Aleksandr, osservando l’improvvisato accampamento khevsur nei giardini del palazzo Vorontsov. Un colpo di clacson a trombetta fa balzare in piedi i guerrieri, impugnano le spade, arretrano. Sulla ghiaia del viale passa veloce l’Isotta Fraschini Torpedo del governatore, i khevsuri alzano croci, icone e imprecazioni contro quella carrozza senza cavalli; quello è il cocchio stregato del diavolo! Il secolo XIII fa conoscenza con il novecento.

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Questo racconto storico, ha lo scopo di investigare su un episodio curioso, una stravaganza spazio-temporale. Ci lanciamo in una definizione. Cortocircuito storico: quando il tempo fatto di progressivo e ritmato scandire di lancette d’orologio va in tilt. È quando due epoche differenti s’incontrano nel medesimo luogo in un particolare momento, rompendo gli schemi temporali, e il calendario alla parete s’infiamma per autocombustione. O se vogliamo vederla in modo leggermente differente, è la singolare situazione in cui un pezzetto di civiltà, nel nostro caso i clan dei Khevsureti, si stacchi dal resto dell’umanità per eventi eccezionali o ragioni geografiche, e che rimanga ibernato in una bolla senza tempo, con tradizioni, usi e costumi congelati per innumerevoli stagioni, mentre nel resto delle zone circostanti quelli stessi usi e costumi sono stati abbandonati da secoli.

Talune periferie storiche sono rimaste talmente tanto ai margini degli eventi del progresso planetario che quando ricompaiono sulla scena del mondo “civilizzato” non possono che destare stupore. È un aspetto, sicuramente marginale rispetto a ben altri grandi eventi, ma che dà comunque un ulteriore elemento di fascino e di bellezza alla materia Storia, e all’amore per la ricerca.

Nel caso di Tbilisi 1915, il novecento delle macchine e dell’industria si scontra, in un micro e assurdo Big Bang terrestre, con il passato remoto che pazzoide atterra picchiando il muso sul marciapiede di un’altra dimensione

Abbiamo guardato strani uomini venuti da un’altra era nell’aprile del ’15, con gli occhi del tenente Enrico Ferrero, mai esistito; errata corrige, lui esiste ed è nella nostra fantasia, qua amalgamata con narrazione storica. Da una caverna che è nido d’aquile del Gran Caucaso, è uscito il medioevo. I fieri khevsur sono i misteriosi abitanti di un universo parallelo.

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