Il ritratto di Antonio Gramsci era onnipresente in ogni sezione del vecchio PCI, dalle fredde contrade del Nord operaio alle arse lande polverose del Meridione contadino: la foto del fondatore dell’Unità fungeva da santino marxista per i compagni e le compagne che riempivano gli acquartieramenti della mega-ditta di Togliatti e soci. D’altronde, la travagliata esistenza dell’intellettuale sardo presentava tutti i presupposti per una grossolana- ma efficace- opera di beatificazione postuma: l’intera traiettoria della vita di Gramsci, contrassegnata dal disagio fisico, dalla povertà e dall’impegno intellettuale e politico poteva ben rappresentare lo sfondo mistico su cui inserire, alla maniera della passione cristiana, il martirio sofferto in carcere per colpa della reazione fascista, sublimato tragicamente nella morte del recluso nel 1937. In sostanza, il raccontino da catechismo sezionale è stato assorbito dalla cultura (meglio, dal culturame) italiano che, nel corso dei decenni, ha assai elogiato- senza quasi mai intenderlo realmente-  il portato culturale di Gramsci, ignorando ogni seria ricostruzione storica sul periodo cruciale della cattura e della prigionia nelle carceri del Regime.

Solo negli ultimi anni, caduta finalmente la cappa censorea costituita dalle truppe professorali del PC, si è potuto iniziare un dibattito storiografico in merito. Partendo dalla fine, ossia dalla morte avvenuta in Roma il 27 aprile del 1937, si notano diversi interrogativi. Gramsci spirò in clinica, e non tra le fredde e crudeli mura di un carcere: una casa di cura, la Quisisana, tra le più costose e richieste del tempo, frequentata dall’alta borghesia e dalla nobiltà del Regno. Strano che un pericoloso “sovversivo” venisse rinchiuso lì. E non da un giorno; dal 1933, dunque quattro anni, Gramsci non conosceva più le ruvide carezze della prigionia politica, visto che era stato ricoverato per il suo grave stato di salute a Formia prima, e a Roma poi. Chi pagava il salato conto? La Banca Commerciale Italiana (divenuta di proprietà IRI) di Raffaele Mattioli. Curioso leggere ciò che la Questura scriveva al tempo in una Nota Riservata al Ministero dell’Interno

La vigilanza esterna non offre neppure la possibilità di alcun controllo sulle persone che si recano a visitare il Gramsci, in quanto trattasi di una clinica vasta, di lusso, in cui sono ricoverati numerosi malati di agiate condizioni e che quindi vengono visitati da persone che vi si recano quasi sempre in automobile

Nessuno rispose, e il via-vai di amici e parenti (tra i quali l’economista Piero Sraffa, intimo di Keynes, e lo zio Senatore Mariano d’Amelio) continuò indisturbato. Mussolini forse dormiva? Andando a ritroso, la meraviglia aumenta. Tra le carte archiviate risultano lettere autografe che rivoluzionano l’agiografia del martirio. In data 31 settembre 1931 Gramsci scrive alla madre


(ho) una cella molto grande, forse più grande di ognuna delle stanze di casa (…) Ho un letto di ferro, con una rete metallica, un materasso e un cuscino di crine e un materasso e un cuscino di lana e ho anche un comodino

Non sembrano le condizioni di un lager (o di un gulag). Per di più, da studioso serio e attento, al prigioniero servono libri difficili da trovare nella sparuta biblioteca carceraria. Soluzione? Lettera a Mussolini (ottobre 1931)

Ricordando come ella mi abbia fatto concedere l’anno scorso una serie di libri dello stesso genere, La prego di volersi compiacere di farmi concedere in lettura queste pubblicazioni.

Tra esse ci sonoLa révolution défigurée di Trotsky, Le opere complete di Marx e Engels, le Lettres à Kugelmanm di Marx con prefazione di Lenin. Naturalmente l’autorizzazione fu concessa, smentendo clamorosamente quella frase attribuita al Capo del governo (“Per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”) che prefigurava chissà quali diabolici trattamenti penali. Il cervello di Gramsci continuò dunque a lavorare, seppur chiuso tra le comode sbarre d’un trattamento carcerario di favore. Al netto, quindi, dell’innegabile torto arbitrario dell’incarcerazione e della condanna, risulta inverosimile e falso attribuire al regime fascista, ed in particolare alla figura di Mussolini, la responsabilità morale e materiale della morte del pensatore comunista. La mancata liberazione di Gramsci è una drammatica colpa dei dirigenti del PCd’I, in ispecie Togliatti, a cui, realisticamente, conveniva più un martire morto che un pensatore di quel calibro vivo: non si spiega, altrimenti, la folle mossa della lettera di Ruggero Grieco, indirizzata da Mosca e usata come prova regina durante il processo.  In tal senso, la dichiarazione del giudice istruttore nel 1932 “Onorevole Gramsci, ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera” si salda sulla contigua affermazione disperata del recluso

La mia impressione è di essere tenuto da parte, di rappresentare, per così dire, una “pratica burocratica” da emarginare e nulla di più (…) Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto, di cui il Tribunale speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale, che ha compilato l’atto legale di condanna. Devo dire che tra questi “condannatori” c’è stata anche Iulca (la moglie Giulia), credo, anzi sono fermamente persuaso, inconsciamente… ma c’è una serie di altre persone meno inconsce. Questa è almeno la mia persuasione, ormai ferreamente ancorata perché l’unica che spieghi una serie di fatti successivi e congruenti tra loro

In quel periodo torbido del comunismo italiano, oscillante tra sussulti d’autonoma sintesi col Fascismo e gretta sottomissione all’Internazionale stalinista, il povero Antonio Gramsci si trovò in mezzo a vasi di ferro: contro la greve forza del dogmatismo nulla poté la sua brillante e vera verve intellettuale. Il risultato fu la scomparsa d’un raro pensatore contemporaneo, originale ed ardito, sacrificato sull’altare sovietico dell’obbedienza cieca e prona di sedicenti migliori