di Damiano Rossi

Passione Irrazionale, desiderio rivoluzionario, Eros è per sua stessa travolgente natura la forza eretica che sfugge alle categorie del νομόϛ, alla legge regolatrice della comunità. La sua essenza si configura nella tradizione del pensiero greco come esterna, al di sopra di ogni precetto istituzionalizzato, dunque pericolo potenziale e minaccia dell’ordine costituito.
Eros è la mania dionisiaca, invasamento ardente che irretisce il razionale, giungendo a versare come recita Archiloco “nebbia sugli occhi”, dunque sul mondo sensibile e sul corretto pensare, sul controllo di sé, la temperanza. Elemento da sottolineare è il rapporto, l’intreccio, la connessione di rimandi esistente nel mondo greco tra il vedere, il percepire e la conoscenza, il sapere, la memoria. Osservare permette di investigare la realtà, di teorizzare (da theoreo, assistere, guardare) e di indagare la verità, l’αλήθεια, ciò che non è inosservato, nascosto e dunque che non è dimenticato.

L’Eros si lega ambiguamente ai piaceri del corpo, svia l’individuo e lo allontana della ricerca del vero, del bene, della conoscenza, processo logico che con l’avvento del cristianesimo sussumerà nella dicotomia peccato/cammino di fede. In Esiodo (Theog.120 ss., testo 2) l’azione di Eros è duplice, agisce contemporaneamente sul corpo in quantoλυσιμελής , che indebolisce le membra, ma anche sull’animo poiché la sua azione sconvolge la facoltà di pensiero, ogni disposizione d’animo, il νόον.
Archiloco (fr.193 West) con un neologismo definisce lo stato di chi è affetto da Amore come άψυχοϛ, letteralmente senza anima, senza soffio vitale, inanimato. Eros è la malattia che pericolosamente inebetisce il corpo e l’animo; Saffo con rinnovati moduli espressivi descrive i sintomi della patologia d’Eros riprendendo i modelli di catalogazione tipici dei testi di medicina” se ti vedo subito non ho più nulla dire, ma la lingua si spezza, sottile sotto la pelle corre un fuoco, niente più vedo […] e dal morire poco lontana mi sembro”.

Nel lessico erotico letterario greco la mancanza di razionalità diviene l’habitus, lo stato d’animo dell’innamorato, vittima dell’accecante desiderio dell’oggetto amato. Il legame tra Amore e desiderio frenetico, la μανια, appare binomio indissolubile; nel corpus Theognideum tale connessione viene assumere un carattere verosimilmente di tipo famigliare, Eros è crudele creatura allevata dalle Μανίαι, personificazioni divine del desiderio amoroso, assimilabili alle infere Erinni vendicatrici di ύβρις e protettrici dell’ordine sociale. Affinché Eros non sia condannato in quanto forza incontrollabile, ostracizzato dalla comunità poiché pericolo per la polis, Platone attua un capovolgimento della concezione di Eros. L’apologia platonica di Amore prende avvio dalla reductio di Eros a δαίμων, entità semidivina tangente il mondo umano e gli dei immortali, figlio di Poros e Penia, buon espediente e fame. Eros attraverso il processo di anamnesi platonico diviene collegamento tra la natura umana e la perfezione divina, poiché la ricerca febbricitante della bellezza assurge per l’animo umano alla reminiscenza della realtà dell’Eidos, il vero essere, il mondo iperuranico delle idee. La bellezza, oggetto della brama di Eros, è il sensibile che per privilegio unico riconduce l’anima immortale alla sua degna casa grazie al ricordo, elevando ciò che è caduco, l’uomo, alla sfera del divino e della perfezione, alla verità del sapere. Platone inaugura in tal modo una nuova tradizione apologetica di Eros destinata a essere fondamento del concetto ascetico di amor cortese nel rinnovato contesto cristiano.