Un grido roco nella notte: “A ferro e sangue!”. Occhiate storiche su giorni di atrocità: suoni ritmati e sinistri di tamburi da guerra, bagliori di case in fiamme, una gola tagliata sgorga sangue, un soldato straniero coi capelli e la barba rossa impreca in lingua gaelica, da un albero oscillano al vento gambe di impiccati, ombre di lunghi pugnali, echi di scoppi di moschetti nella valle, un uomo violenta una donna sull’erba e altri suoi compari la tengono ferma e ridono, un neonato è scagliato contro la roccia per romperlo come se fosse una bambola di porcellana.

Ducato di Savoia, metà del 1600.

I muri dei palazzi della famiglia reggente bisbigliano complotti, il trono è uno, i pretendenti son di più. Corrono anni di intrighi e divisioni familiari, di cospirazioni e alleanze infedeli, di lotte per il potere e di ingerenze straniere, prime fra tutte quelle del cardinale Richelieu che vuole mettere gli artigli sul ducato per annetterlo alla Francia di Luigi XIV. Breve excursus sui fatti del seicento piemontese: neve a Parigi, è il 10 febbraio 1619, il campanile di Notre-Dame suona a festa nel cielo plumbeo d’inverno, Cristina di Borbone, tredicenne bambina di Francia, sorella del re dei francesi Luigi XIII, si è sposata nel giorno del suo compleanno con Vittorio Amedeo I di Savoia, il Duca. Vittorio ha 33 anni, 20 più di Cristina, un vecchio in confronto alla ragazzina di Parigi. Così è deciso dai loro padri. I Savoia si avvicinano ai Borbone, l’alleanza è siglata davanti all’altare delle nozze.

Ego conjungo vos in matrimonio in nomine Patris, Filii et Spiritus Sancti.

Carlo Emanuele I “Testa di Fuoco”, padre dello sposo, incontra con lo sguardo Luigi, le roi; con le teste incastrate nei colletti gorgiera – vere ruote bianche inamidate attorno alla gola  –  si scambiano un cenno nel freddo pungente sotto la navata.

Vittorio Amedeo I di Savoia

Vittorio Amedeo I di Savoia

La coppia entra nella piccola e provinciale capitale Torino, Cristina la stravolgerà. Bella, brillante, mondana, spendacciona. La Fille de France ha carisma e conquista l’austero Piemonte, e quando muore il marito nel 1637 diviene la reggente de facto perché i figli son marmocchi: Francesco Giacinto ha cinque anni e muore di febbre nel 1638, Carlo Emanuele II, re di Cipro e di Gerusalemme e nuovo duca di Savoia, ne ha appena tre. Ci pensa la madre a governare per lui. Ma gli zii di Carlo Emanuele II hanno ambizioni di potere, vogliono il trono. Il principe di Carignano Tommaso Francesco di Savoia è in combutta con il fratello, il cardinal Maurizio; vogliono tutto per loro. Faida in famiglia. Clero, nobiltà e l’alta borghesia sabauda si dividono. Due fazioni si scontrano, anche con violenza, fino alla guerra civile: i “madamisti” filo-francesi e leali a Cristina, la Madama Reale Vs i “principisti” dei cognati Tommaso e Maurizio, filo-spagnoli. Dopo alcuni anni di scontri, la Madama Reale, vincente, raggiunge un accordo con i cognati. In questo caotico e armato quadro politico, Maria Cristina cerca importanti appoggi. Le occorre avere al suo fianco la chiesa cattolica. I gesuiti affollano le sale del castello del Valentino. Il sostegno di Santa Romana Chiesa ha però un prezzo. In futuro, non sarebbero più stati tollerati culti diversi da quello cattolico.

Piazza Castello nel XVII Secolo

Piazza Castello nel XVII Secolo

Nel 1648 Carlo Emanuele II diviene formalmente il sovrano, anche se il vero potere decisionale rimane in pugno alla madre, fino alla morte di lei. In vecchiaia la Madama, forse pentita della gaudenza dei suoi anni ruggenti, riscopre la fede; adesso la vediamo vestita di nero, velata, in preghiera china sull’inginocchiatoio in noce, le dita rugose che snocciolano il rosario di perle bianche, è un’anziana devotissima, penitente, integralista cattolica. In Piemonte ci sono i valdesi. Sono una corrente cristiana che si scisse dal gregge ufficiale dopo una scomunica papale. Perseguitati, trovano nei secoli XIII –XIV rifugio nel saluzzese e in Val di Susa.

Apartheid religiosa: la comunità valdese che fino al governo di Vittorio Amedeo I aveva benificiato di libertà e tolleranza reciproca, si ritrova presa di mira

I valdesi, seguaci del valdismo considerato eretico sin da papa Lucio III ma accettati benevolmente da una parte meno intransigente del mondo cattolico (ad esempio il cardinal Mazzarino ministro di Luigi XIV, e successore di Richelieu, li definisce come l’anello di congiunzione del protestantesimo con l’età apostolica), si rintanano sempre più tra le valli del Piemonte occidentale: Val Pellice, Val Chisone, Valle Germanasca.

Il riquadro indica l'ubicazione delle valli valdesi

Il riquadro indica l’ubicazione delle valli valdesi

Nel 1650 è emanato un editto. Le autorità intimano alle comunità di lasciare le valli in cui sono confinate, obbligandole all’esilio. Missioni di frati cappuccini s’insidiano nei paesi, con l’intento di convertire i miscredenti. I cattolici costruiscono conventi a due passi dalle case degli infedeli, come sfida, come provocazione. È l’inizio della crisi. La diplomazia tenta di arginare e spegnere l’incendio che mese dopo mese divampa sempre più pericoloso. A Torino, la Madama Reale –  e alle spalle di lei un plotone di gesuiti e missionari della Propaganda Fide – comanda il figlio. L’eresia deve essere estirpata una volta per tutte, gli eretici devono essere sterminati. I militari e i prelati studiano la cosa, discutono il da farsi. A capo dell’operazione, troviamo Carlo Emanuele Giacinto di Simiana, marchese di Pianezza, generale e ministro della Madama, fanatico cattolico. Strategia della tensione d’antan, occorre una scintilla, un pretesto per intervenire massicciamente e in breve tempo. La missione è semplice: ogni valdese deve essere cacciato o ucciso dai territori del ducato di Savoia: pulizia etnica. Il casus belli non tarda ad arrivare. 1655, nel cuore del territorio eretico, a Torre Pellice,  c’è un cadavere di un prete. L’hanno ammazzato. I Valdesi sono accusati ingiustamente dell’omicidio, al vero assassino è promessa l’immunità in cambio di una testimonianza fasulla.

Carlo Emanuele Giacinto di Simiana, marchese di Pianezza

Carlo Emanuele Giacinto di Simiana, marchese di Pianezza

Notte fonda del 16 aprile 1655, si odono gli zoccoli di un destriero lanciato al galoppo verso la sagoma scura del massiccio del Monviso. È la cavalcata del marchese di Pianezza che raggiunge il suo esercito accampato all’imboccatura delle valli. Lo attendono le alabarde, le spade e gli archibugi di 15.000 uomini tra truppe sabaude, reggimenti francesi e compagnie di irlandesi e bavaresi. Il più malvagio è probabilmente il contingente d’Irlanda. Gli irlandesi sono esuli, perché cacciati dalla loro isola dal protestante Oliver Cromwell, Lord protettore di Inghilterra e del Commonwealth. Si guadagnano l’esilio perché in patria non accettano il nuovo corso puritano dei padroni inglesi. Il contagio dell’odio: gli inglesi colonizzano l’Irlanda, provocando odio, gli inglesi protestanti vogliono convertire o sottomettere con la violenza i cattolici irlandesi, provocando odio, i protestanti inglesi odiano i cattolici irlandesi, i cattolici irlandesi rispondono con odio, sincero e secolare, l’odio irlandese trabocca dalla verde Irlanda, l’odio è adesso in Piemonte. Sono cacciatori di teste senza terra, invitati in Piemonte e arruolati nelle schiere come specialisti della pulizia etnica. Paramilitari o squadroni della morte, forse diremmo oggi. Il marchese di Pianezza offre loro le terre che sarebbero state sottratte ai valdesi. Estremisti, non vedono l’ora di massacrare protestanti, siano essi puritani, quaccheri, presbiteriani anglosassoni o valdesi montanari. Sono tutti infedeli, traditori del papato, nessuna pietà!

17 aprile, il marchese dà inizio alle operazioni militari. Le schiere dei Savoia sono sotto le mura della città di Torre Pellice, cuore della comunità nel mirino

Le autorità valdesi hanno paura, non sanno cosa fare. Temono che se si barricano a difesa, si possa dare così al marchese il pretesto per muovere guerra. Solo uno di loro, un certo Giosuè Janavel, è convinto da tempo che l’unica possibilità di salvezza è quella di prepararsi alla lotta armata. Janavel non è un militare professionista, è piuttosto un piccolo proprietario terriero e padre di famiglia a Rorà in Val Pellice, sotto le Alpi Cozie. Quel contadino benestante è destinato a diventare il più conosciuto e temuto comandante guerrigliero delle valli valdesi, il Capitano. Con un pugno di fedeli si arrocca sui monti, in attesa. Il Capitano della valli ha ragione, il marchese lancia un minaccioso ultimatum a Torre Pellice. I valdesi improvvisano una difesa, ma ormai è troppo tardi, la città cade dopo violenti ma brevi combattimenti.

Il giorno 24 aprile si dà il via all’operazione di sterminio. Alle quattro del mattino dal castello di Torre Pellice parte il segnale. La Valle diventa il terreno di caccia al valdese. È la primavera di sangue o “Pasque Piemontesi”. L’alba della vigilia di Pasqua si tinge di rosso.

La gente viene svegliata da bande di belve senza più museruola, lasciate libere all’orgia macellaia. Gli stupri sono collettivi. Centinaia di gole sono squarciate. I bambini più piccoli sono strappati dalle braccia delle madri, presi per i piedi e sfracellati contro le rocce, come pupazzi. Sui sentieri fanno la loro orrida apparizione le aste con donne impalate e lasciate in putrefazione come sadico spettacolo. Gli uomini sono spellati vivi e abbandonati a bordo strada, agonizzanti. I rastrellamenti permettono agli aguzzini di catturare molti inermi. Nelle prigioni gli eretici sono convertiti al cattolicesimo a suon di botte e torture. I bambini orfani sono dati in affidamento a famiglie di fede accertata. La pulizia etnica nel XVII secolo non ha nulla da invidiare a quella balcanica di pochi anni fa. 2.000 morti in poche ore.

Gli orridi supplizi delle truppe sabaude non risparmiarono donne e bambini

Gli orridi supplizi delle truppe sabaude non risparmiarono donne e bambini

Ma c’è un problema per gli squadroni della morte del marchese di Pianezza: il villaggio di Rorà e il capitano Giosuè Janavel, capo della guerriglia valdese. Dalla valle salgono vero il villaggio 500 soldati del reggimento di San Damiano sotto il comando del conte di Lucerna, per decimare gli insorti. Quei cinquecento cani da guerra sono affrontati da soli sette uomini.

Janavel e altri sei. Sette contro 500. Incredibile ma è così. Potrebbe essere la trama di un film, invece dei sette samurai di Akira Kurosawa, o del western i magnifici sette, ecco i sette leoni di Rorà.

I montanari si posizionano sopra uno stretto passaggio tra le rocce, per un’imboscata a regola d’arte. Appena la truppa entra nella gola, dall’alto fioccano grosse pietre e una grandinata di palle di moschetto, a sorpresa. I primi caduti gettano nel panico il resto del reggimento. Credono che il comitato d’accoglienza riservato loro sia di un numero eccezionale, non di soli sette pazzi. Dietrofront, si salvi chi può! La soldataglia che in quell’occasione forse è più adatta a trucidare donne e bambini che a combattere, fugge a gambe levate tra i prati e i boschi. Il giorno dopo la storia si ripete, una spedizione punitiva di seicento uomini sale minacciosa verso Rorà. Janavel ora è forte di un esercito di diciotto guerriglieri. Dodici armati di moschetto, sei di frombola. Pochi, ma che conoscono al centimetro quei boschi di faggi e castagni, ogni ruscello, ogni roccia, qualsiasi buco, sentiero, nascondiglio. I seicento del marchese vengono di nuovo umiliati e battuti. Lasciano sul terreno parecchi caduti. Quei valdesi inferociti sono invincibili, forse non sono esseri umani ma diavoli. Le truppe sabaude cominciano a temerli come la peste. Ma è un gran testardo il marchese di Pianezza e il giorno 27 aprile ordina un nuovo attacco, questa volta forte di settecento soldati scelti. Trovano la strada sgombra e le case di Rorà abbandonate. Il formaggio della trappola per i topi. I fanti incendiano le abitazioni e razziano tutto il razziabile. Ma sulla via del ritorno, tutti contenti e appesantiti dal bottino, cadono in un’altra imboscata della banda Janavel. Questa volta i valdesi usano una micidiale tecnica creando una frana artificiale che getta puro terrore tra le fila nemiche, e per la terza volta, gli attaccanti si ritirano in corsa.

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L’isterismo al quartier generale del marchese di Pianezza raggiunge picchi rabbiosi. Pugni sulle mappe militari, lavate di capo agli ufficiali. Il marchese vuole occuparsi della faccenda personalmente e si mette alla testa della quarta spedizione, questa volta di 8.000 uomini. I primi ad attaccare sono le compagnie d’avanguardia irlandesi comandate dal conte Mario di Bagnolo. Janavel aveva ora una schiera di 40 guerriglieri. Un rapporto di uno contro 200, come alle Termopili. Le frane artificiali risultano una difesa eccezionale, i massi piombano di colpo sulle teste degli irlandesi, spaccandole come angurie mature. Dalle rocce i guerriglieri godono di posizioni privilegiate e sovrastanti rispetto alle compagnie che arrancano in salita e che diventano facile bersaglio di cecchini. Il comandante di reggimento conte Mario di Bagnolo è tra i morti. Per il marchese è l’ennesima bruciante sconfitta. Non è possibile sopportare oltre. Quei montanari eretici stanno tenendo in scacco il potente esercito ducale.

Il 3 maggio 1655 i tamburi scandiscono la marcia del quinto attacco, imperterriti, testoni, i sabaudi insistono, feriti nell’orgoglio guerriero. Diecimila soldati si lanciano alla carica da diversi lati. È un’ampia manovra a tenaglia. La banda di Janavel intercetta e dà battaglia alle colonne che salgono da Villar Pellice, quelle che procedevano da Luserna e da Bagnolo però, non trovano alcuna resistenza e invadono il territorio di Rorà. Come da copione, il villaggio è dato alle fiamme, la gente massacrata, i superstiti messi in catene. I pochi che riescono a fuggire dalla tenaglia del Pianezza, si rifugiano al di là del confine, tra le montagne francesi. Il tempo di leccarsi le ferite, e di riorganizzarsi: bastano appena due settimane, e valdesi, più testardi dei testardi sabaudi, tornano a tormentare le truppe di Torino. Janavel si unisce alla banda del capitano Bartolomeo Jahier, che sarà suo valido braccio destro nella guerra non convenzionale di resistenza.

Operazioni lampo, mordi e fuggi, trappole in quota e nei sentieri, massi rotolanti dalle alture, cecchinaggio, azioni notturne, assalti a sorpresa di compagnie volanti sfiancano l’esercito della contro-insurrezione

I piani ducali e cattolici di ripulire definitivamente le valli eretiche con un violento colpo di scopa di pulizia etnica si rileva un fallimento. È l’estate del 1655, la guerriglia e l’antiguerriglia s’imputridiscono nel fanatismo, in spedizioni punitive, in roghi, in vendette religiose, in guerra civile. Ogni giorno che passa, ogni soldato piemontese caduto, è un piccolo passo verso la sconfitta per il governo della reggente. La Madama reale si è infilata un brutto guaio, senza una rapida via d’uscita. Si pensava di chiudere la partita con quei montanari con un blitz d’immane durezza, con una fulminea spedizione di morte … e invece, il prestigio della corona dei Savoia e del suo onore militare è umiliato da briganti dei boschi e irregolari della guerra di montagna. È un Vietnam barocco, un Vietnam d’antan.

Lista d’esempi di Vietnam d’antan, di vintage guerriglia:

Guerra francese con alleati indiani nello scenario americano della guerra dei sette anni (1756-1763), numerosi episodi della guerra d’indipendenza americana (1775-1783), contro-rivoluzione vandeana (1793-1796), partigiani anti-napoleonici in Spagna (1807-14) e in Russia (1812), nelle guerre boere (1880–1881; 1899–1902) dove combattè anche Camillo Ricchiardi, l’italiano che catturò Churchill, e poi naturalmente tutto il novecento, secolo di guerriglia per eccellenza di rivoluzioni, di potenze coloniali in frantumi, di marxismi in armi. A questa lista d’esempi di vintage guerriglia, aggiungiamo pure il caso piemontese e seicentesco di Giosuè Janavel; il Leone di Rorà, ne ha diritto.

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Ma quello militare non è l’unico fronte. La causa valdese, oltre al fondamentale appoggio della popolazione civile delle valli (per una guerriglia di successo è di primaria importanza il sostegno popolare), ottiene simpatie anche all’estero. Numerose corti d’Europa, sicuramente mosse anche da calcolo politico,  protestano ufficialmente, schierandosi con i ribelli. Non solo i paesi a maggioranza protestante come i Paesi Bassi, la Svezia, la Danimarca, gli stati tedeschi, i cantoni svizzeri, l’Inghilterra, prendono una netta posizione pro-valdese, ma anche la cattolica Francia di Luigi XIV e del cardinal Mazzarino si adopera a favore della minoranza eretica, accogliendo i profughi in fuga dalla guerra e dalla pulizia etnica. Persino gli intellettuali del tempo fan sentire la loro voce: il poeta inglese John Milton, celebre per il Paradiso Perduto (meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso), dedica alla vicenda piemontese un sonetto Sui recenti massacri in Piemonte.

 Vendica, o Dio, dei massacrati santi

l’ossa sparse per i freddi alpini chiostri …

Dunque la Madama Reale e suo figlio Carlo Emanuele II hanno da combattere sul campo interno la guerriglia di montagna, e al contempo, debbono proteggersi dagli attacchi diplomatici dall’estero. Per il governo ducale non rimane altra possibilità di concedere la pace, o meglio una tregua mascherata da pace, almeno fino a quando l’attenzione internazionale sui fatti piemontesi non vada a scemare. A Pinerolo il 18 agosto 1655, vengono firmate le “Patenti di Grazia”, atto di pace presunta in cui sostanzialmente viene perdonata ai valdesi la loro ribellione armata, restituendo loro la libertà di culto. I valdesi, messi al muro, hanno reagito e vinto. Il ruggito di Giosuè Janavel, il Leone di Rorà, ha messo in fuga chi voleva sterminare la sua gente.

La pace però è effimera, dopo pochi anni si riprendono le ostilità: nuovi incendi devastano i villaggi, a cui i valdesi rispondono con azioni di vendetta, e via, nel consueto schema storico delle guerriglie con rappresaglie e con rappresaglia alle rappresaglie, rispondere colpo su colpo, cinque impiccati a Torre Pellice, dieci fanti sgozzati nella notte, un tempio devastato, un convento di cappuccini dato alle fiamme, e via dicendo, nella spirale d’odio. Soltanto nel 1690, tanti anni dopo, sotto il potere del duca Vittorio Emanuele II, avviene una pacificazione della zona, e la rivolta si spegne, grazie a condizioni politiche europee più favorevoli. Per il riconoscimento di pieni diritti civili i valdesi dovranno attendere le Lettere Patenti, diretta emanazione legislativa monarchica di re Carlo Alberto, nel 1848. Pasque piemontesi e lotta armata valdese: un interessante e poco consociuto caso storico di studio sulla guerriglia d’antiquariato.