La terra trema: ventimila uomini dell’esercito imperiale asburgico marciano senza sosta verso Torino, capitale del Ducato di Savoia, guidati dal principe Eugenio, il Prinz Eugen. Corre l’anno 1706 e il Piemonte è occupato dalle truppe franco-spagnole, acerrime nemiche dei Savoia durante la guerra di successione per il trono di Madrid. Intorno alle mura della capitale sabauda, chilometri e chilometri di trincee sono scavati per permettere ai fanti del Re Sole di cingere d’assedio i difensori del ducato. Con un lungo canocchiale sbirciamo la notte dal fortino piemontese sul Monte dei Cappuccini: il palcoscenico della guerra è illuminato dai fuochi delle artiglierie e dagli incendi dentro le mura. Che magnifica e terribile bolgia insonne, un pandemonio! Laggiù, migliaia di soldati si muovono agitati sulle passerelle, lungo i sentieri scavati nella terra, tra i mortai dalle larghe bocche; escono ed entrano come tante formiche frenetiche e terrorizzate dal fuoco in buchi neri che portano alle gallerie sotterranee dove viene combattuta l’altra battaglia, quella in profondità, quella che non si vede, per le talpe con i pugnali fra i denti che giocano a lanciare granate con la miccia corta, o cortissima. E talvolta infatti, la terra esplode. Ecco, una batteria francese alzarsi dal suolo dalla spinta di un bagliore bianco-giallo-rosso, e vanno in pezzi uomini e cannoni: è il lavoro delle truppe speciali torinesi, i minatori del Duca, che strisciano di sotto, e piazzano grandi botti sotto il culo dei gallispani, con gli omaggi di Sua Maestà Vittorio Amedeo II.

 “Charger! … Feu!” 

Strillano fino a ferirsi la gola, gli ufficiali di Francia, e i cannoni rispondono ai comandi migliaia di volte, sputando palle pesanti che tentano di aprire brecce sulle possenti mura della Cittadella, ma nulla, la pietra è rosicchiata ma non crolla, e allora le bocche da fuoco vengono alzate di un poco, e si bombarda la città che non si arrende, la città che ha la cinghia stretta e il volto sporco di fuliggine ma non alza la bandiera bianca, fiera. Ispiriamoci alle mirabolanti avventure del barone di Münchausen. Come se una palla di cannone avesse gli occhi, guardiamo la sua prospettiva di viaggio, noi siamo adesso la palla di cannone da 40 libbre (son 18 chili, fanno male se ti prendono in testa ai 300 km/h). Un bombista bretone, mostrato a intermittenza dai bagliori degli scoppi,  tozzo e nero di lerciume, ci sceglie da un mucchio di altre, ci accarezza, sogghigna con solo due denti buoni, ci bacia al sapore di vino acido, da suo rito personale.

 “Bon voyage, ma petite fille.”

 Scivoliamo dentro la canna di ferro, buio, poi odiamo il comando secco feu! gridato roco, e un lampo ci acceca. In orbita, una stella cometa vola sopra il campo di battaglia di Torino e le sue esplosioni nel cuore della notte sabauda, le grida ora sono solo rumori smozzicati, il vento ci avvolge, ci fa girare su noi stessi, ci alziamo in aria, sopra gli uomini che si fanno la pelle a vicenda, oltrepassiamo i bastioni illuminati dalle fiamme, scorgiamo in un pezzetto di attimo i difensori senza sonno che affollano i camminamenti delle mura bucherellate, anche loro instancabili a caricare bombarde e moschetti e a bestemmiare forte sotto i vessilli con l’effige della Consolata, adesso siamo sopra le case della città, sotto di noi il Quadrilatero Romano, Boja Fauss precipitiamo, velocissimi, tra poco impattiamo, Giuda Crin, picchiamo secchi sul campanile di Sant’Agostino, rimbalziamo come flipper, sfondiamo di naso un muro del palazzo nobiliare di signori conti, salutiamo nel salotto con il nostro passaggio velocissimo il signor conte con la gotta, la signora contessa con cane carlino, la vecchia suocera rimbambita di lui, un servo in livrea che rovescia il vassoio con la cioccolata, sfondiamo il ritratto di un  parruccone prelato e un’altra parete, roviniamo in strada tra due mercenari svizzeri ubriachi marci che balzano sui muri di lato come gatti sotto una secchiata d’acqua, mannaggia il demonio non è finita, ancora un bel rimbalzo in aria con il fiato strozzato e poi giù nella via Conte Verde, bassifondo e territorio di osterie mal frequentate e bordelli a buon mercato, davanti alla locanda dell’Inferno interrompiamo una rissa al coltello tra granatieri crucchi e fanti canavesani, c’è ancora tempo per una spallata ad un edificio; la palla di cannone, cioè noi, finisce la sua folle corsa nel catino di una puttana zoppa, che guardiamo sotto le voglie di un sergente sudato e ansimante a cui abbiamo rovinato l’apice del piacere del materasso acquistato con mezzo tallero d’argento, ma Deo Gratias, non abbiamo stecchito nessuno. I giorni 6 e 7 settembre c’è l’attacco rabbioso degli uomini del principe Eugenio con violenti assalti di fanteria prussiana e cariche di cavalleria. Sono fiumi umani in piena che travolgono accampamenti e compagnie avversarie. Le baionette affondano nelle pance francesi e le sciabole mozzano teste spagnole, mentre il concerto con moto malvagio dell’artiglieria fa sentire i suoi tuoni di grancassa e timpani. Fuggono i gallispani, in rotta. Torino è  liberata dal cappio dell’assedio e i suoi eroi, il duca Vittorio Amedeo II e il Prinz Eugen, con le parrucche delle grandi occasioni, entrano in trionfo da Porta Palazzo, e il Duomo ringrazia il cielo con il solenne inno del Te Deum.

 Tu rex gloriae, Christe.

Tu Patris sempiternus es Filius.

Tu, ad liberandum suscepturus hominem,

non horruisti Virginis uterum.

Tu, devicto mortis aculeo,

aperuisti credentibus regna caelorum.

Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris.

Iudex crederis esse venturus.

Quello appena concluso è lo scontro finale di un lungo assedio durato quasi quattro mesi di primavera-estate d’inizio settecento, 117 giorni per l’esattezza. Non si tratta di un episodio secondario della storia d’Europa, tutt’altro, a Torino si è combattuta una Stalingrado del XVIII secolo; qua, sotto le sue mura, i sogni continentali ed extracontinentali di Luigi XIV s’infrangono una prima volta, nubi offuscano il Sole, suo nipote Filippo sarà sì re di Spagna come il nonno aveva desiderato, ma il trono è ben separato da quello francese. Non ci sarà una superpotenza indistruttibile franco-iberica, inoltre inizierà l’inesorabile declino di quello che un tempo era impero immenso: la Spagna decade e l’Inghilterra la scalza e domina i mari. Gli Asburgo s’impongono in Mittleuropa, nasce il regno militare di Prussia, i Savoia, ambiziosi guerrieri in ascesa, sono adesso re. La battaglia è vinta dai sabaudi per varie ragioni; una di esse è l’indiscutibile abilità bellica di Eugenio di Savoia, uno dei protagonisti più celebri e in gamba dei campi di battaglia europei a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, periodo di odi dinastici, scontri orientali con i sempre turbolenti turchi e lotte per l’egemonia sul Vecchio Continente mai in pace.

Eugenio è considerato da molti storici come l’ultimo grande capitano di ventura, un nobile mercenario, un condottiero fedele alla casata degli Asburgo (e generosamente ripagato per i suoi sforzi ) che dalla Vienna imperiale resiste salda alle dolorose spallate degli ottomani da meridione e da Luigi XIV da occidente. Nato nella Parigi del Re Sole, è decisa per lui la carriera religiosa dall’indiscutibile volere dell’odiato monarca francese, suo tutore. Eugenio, che di gran lunga  preferisce la strada delle lame e del sangue ad una vita di Pater Noster e ostie, fugge dalla Francia mascherato da donna per riparare presso la protezione austriaca di Leopoldo d’Asburgo. Rulli di tamburo da guerra: colonna sonora della biografia del condottiero. Eugenio, Eugen, sale in groppa ad un destriero dei dragoni del Sacro Romano Impero. Battezza l’acciaio della spada con il sangue turco nella battaglia di Vienna contro le schiere di Maometto IV, dove mostra subito la propria concezione dell’arte bellica: in prima fila a spronare i suoi uomini alla carica e non come altri generali più oziosi che considerano la guerra come una partita a scacchi da condurre tra gli agi della propria tenda. Conquista gradi, guadagna gloria, si procura cicatrici. Pare che quando si getti all’assalto, il suo volto si dipinga di una smorfia feroce ipnotizzata dalla morte e che inciti i suoi con grida e imprecazioni, seguito dai suoi sanguinari cani da caccia lanciati eccitati a fauci spalancate nella grande zuffa. Freddo e risoluto, ama nei momenti di difficoltà in mezzo alla baraonda della lotta sniffare tabacco, di cui le sue narici ne vanno ghiotte. L’armata del principe è un vero e proprio esercito internazionale, europeo. Tra i ranghi marciano e combattono italiani, tedeschi, spagnoli, svizzeri, francesi, slavi, ungheresi.

A Zenta, in Serbia, nel 1697, con un esercito di mercenari scalcagnato e senza paga, riesce a compiere un’imboscata colossale. Attacca gli ottomani che, tranquilli e ignari del pericolo di belve in agguato,  attraversano a migliaia il fiume Tibisco su ponti di barche. Le truppe del sultano sono in quelle ore così vulnerabili, ed Eugenio ne approfitta, le belve balzano sulla preda. Il nostro feldmaresciallo li fa a pezzi sulla sabbia, li guarda affogare. È un successo che ha risonanza in tutte le corti, Eugenio di Savoia è un grande condottiero, è nata una stella nella storia militare del continente. La sua capacità strategica detta  il corso della storia quando in Baviera, insieme all’amico inglese duca di Malborough, nonché antenato di Winston Churchill,  affronta i francesi nella vittoriosa battaglia di Blenheim che di fatto blocca l’avanzata del nemico fino a Vienna. Se la campagna militare franco-baverese fosse riuscita, sarebbero cambiati inesorabilmente i destini d’Europa e i suoi assetti di potere.

Terribile è l’esperienza della carneficina di Malplaquet, o battaglia dei due re, in Belgio, sempre nello scenario della guerra di successione spagnola. Otto ore di lotta furibonda iniziata in una mattina di nebbia spessa, inquietante. Decine di migliaia di uomini sono in formazione ad aspettare la danza con la morte: danesi, sassoni, francesi, piemontesi, olandesi, inglesi, bavaresi, irlandesi, scozzesi, svizzeri, spagnoli … quante nazionalità! C’è mezza Europa, in mille uniformi, bandiere, marce di guerra. Calma, non si muove una mosca, la quiete prima della tempesta. E d’improvviso la nebbia grigia è squarciata dal fuoco a volontà dell’artiglieria. Il campo è caos, si susseguono i bombardamenti, le file di moschetti falciano le formazioni in attacco, gli uomini cadono, i cavalli pure, nel bosco di Sars avvegono cruenti scontri all’arma bianca, gli squadroni di cavalleria contrattaccano senza badare alle perdite, nei trinceramenti si scannano uno sull’altro, spade e baionette s’incrociano tra gli alberi, scorre tantissimo sangue. Infine, nel primo pomeriggio, Malplaquet diventa teatro di un’immane combattimento tra cavalieri, squadroni su squadroni intervengono uno dietro l’altro nella mischia di nitriti e sciabole. Da una parte attaccano e ripiegano Carabiniers e dragoni della Maison du Roi, dall’altra contrattaccano e si ritirano gli imperiali a cavallo e i cavalieri dell’Assia-Cassel. Sul campo rimangono circa 30.000 uomini, quel terribile11 settembre del 1709. La vittoria è di nuovo dalla parte di Eugenio e del suo vecchio camerata John Churchill duca di Marlborough; però a quale prezzo! Le truppe imperiali sono ridotte così male che non riescono a inseguire i francesi perché letteralmente crollano sul terreno, esauste dopo un’intera giornata di botte da orbi senza tirar fiato. Un generale inglese, tale Lord Orkney, dice su quel giorno maledetto:

 “Prego Iddio che questa sia la mia ultima battaglia”.

 Battaglia di Belgrado, guerra austro-veneto-turca: mamma li turchi, di nuovo. Eugenio marcia nei Balcani per prendere la piazzaforte di Belgrado, tenuta dalla guarnigione ottamana di Mustafà Pascià. Inizia l’assedio, ma alle spalle arriva un altro esercito nemico, forte di 150.000 uomini. Si crea una situazione di doppio assedio. Gli austriaci circondano i turchi asserragliati dentro le mura di Belgrado, altri turchi circondano gli austriaci assedianti, in un groviglio di trincee e batterie. Le battaglie si vincono anche con la fortuna, e la buona sorte aiuta Eugenio quell’estate belgradese. Un proiettile di mortaio colpisce in pieno la santabarbara della fortezza. È un’esplosione gigantesca, infernale, mai vista prima. Muoiono 3.000 nemici in un colpo solo, un’atomica settecentesca. È l’occasione buona. Allo scoccare della mezzanotte del 16 agosto del 1717, il principe ordina l’attacco totale, tutti devono partecipare. Gli ottomani non se lo aspettano, di notte non si combattono le battaglie campali, invece Eugenio rompe gli schemi, l’oscurità gli è musa. Comandante eccezionale, è lì a cavallo a condurre personalmente l’assalto, alla testa dei suoi, senza paura. I giannizzeri, la guardia pretoriana della Sublime Porta, casta guerriera di Costantinopoli, cede, arretra, è in rotta.

Tra una ferita e una carica di cavalleria, il Prinz Eugen trova anche tempo per spendere parte degli immensi bottini accumulati in anni di avventure. È principe ricchissimo, rispettato, invidiato, odiato. Si fa costruire un lussuosissimo castello a Vienna, il Belvedere, che riempe di opere d’arte e di volumi preziosi, suoi fedeli amici. Mastino della guerra, sicuramente, ma anche uomo di grande cultura. Nel parco vuole pure un ricco giardino zoologico con più di cinquanta specie esotiche tra cui gli amatissimi leoni. Le malelingue dicono di lui che sia omosessuale: anche se fosse sarebbero fatti suoi, comunque sono solo calunnie volte a screditarlo presso la cattolica corona asburgica, che se ne frega di quei mormorii da cicisbeo invidioso, perché ben si rende conto dello straodinario valore di quel comandante imparentato stretto con i signori di Torino. A corte, piccoli uomini e cortigiane arrampicatrici lo denigrano per la sua fama e per l’alta considerazione che tre imperatori hanno di lui; i mediocri rosicano mentre gli eroi cavalcano nell’immortalità. Nonostante avesse scherzato con la morte in innumerevoli occasioni, muore in poltrona, addormentandosi per sempre una mattina di aprile del 1737. Gli intitoleranno marce, navi, corazzate, formazioni militari.

Un giorno Eugenio di Savoia, il salvatore di Torino, così si rivolge alla giovane Maria Teresa, futura imperatrice d’Austria: 

 “La pace, mia cara bambina, è meglio di ogni altra cosa al mondo. Tuttavia per difenderla, occorre essere disposti anche a fare la guerra”.